È scattato l'hanta-panico: quando l'emergenza diventa regola
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Con l'Hantavirus si riattiva la gestione della crisi come metodo ordinario di governo già visto nella lunga stagione del Sars-Cov2, segnata dall'eccezione permanente: ciò che era libertà diventa rischio, ciò che era dissenso diventa minaccia, in nome di una metafisica capovolta.
Il nostro tempo sembra avere trasformato l’emergenza da evento straordinario in metodo ordinario di governo, quasi che la vita civile non possa più essere guidata dalla ragione teoretica, dalla prudenza e dal senso del limite, bensì soltanto amministrata attraverso l’allarme continuo, la previsione catastrofica, la sospensione delle garanzie, la mobilitazione emotiva delle masse e la richiesta preventiva di obbedienza dinanzi a pericoli presentati come assoluti, indiscutibili, immediati.
Dopo la lunga stagione sanitaria del Sars-Cov2, nella quale ogni frammento dell’esistenza è stato sottoposto al lessico della prevenzione, della tracciabilità, della sorveglianza e della sicurezza biologica, anche il richiamo di questi giorni all’Hantavirus mostra quanto sia facile riattivare il medesimo dispositivo mentale: non importa, anzitutto, comprendere con precisione il fenomeno, distinguerne la portata, misurarne la reale incidenza, collocarlo nel suo quadro scientifico e sanitario, perché ciò che conta è predisporre l’opinione pubblica a vivere nella disponibilità permanente all’eccezione. Lo stesso schema ritorna nelle crisi energetiche, nelle crisi green, nelle transizioni imposte come destino, nelle politiche climatiche elevate a nuova ortodossia civile, nella retorica del sacrificio necessario e nella pretesa di rieducare consumi, abitudini, mobilità, produzione, agricoltura, proprietà, libertà economica e persino linguaggio quotidiano in nome di un futuro salvifico che nessuno può discutere senza essere accusato di irresponsabilità, egoismo o oscurantismo.
Qui sta il nucleo ideologico dell’emergenzialismo: la crisi non viene più affrontata per essere superata, ordinata, ricondotta a misura, bensì viene assunta come fonte di legittimazione del potere, come grammatica della decisione pubblica, come strumento per dilatare l’intervento dello Stato e dei poteri sovranazionali dentro spazi che, in una comunità politica sana, dovrebbero restare custoditi dalla libertà responsabile delle persone, delle famiglie, dei corpi sociali, delle comunità reali.
La narrazione dominante pretende di presentarsi come neutrale, tecnica, scientifica, inevitabile. In realtà essa contiene una precisa visione dell’uomo e della società: l’uomo non più come soggetto capace di verità, responsabilità, giudizio e destinazione morale, bensì come vivente vulnerabile da proteggere, orientare e correggere, la società non più come ordine di relazioni finalizzate al bene comune (e non puó esserlo avendo assunto i "valori" della modernità), bensì come aggregato di bisogni da amministrare, il potere non più come custodia del giusto classicamente inteso, bensì come macchina di gestione del rischio. Si dirà che i pericoli esistono davvero, che le malattie possono diffondersi, che l’energia può mancare, che l’ambiente può essere ferito, che la politica non può restare immobile davanti a fenomeni complessi.
L’obiezione ha una parte di verità, tuttavia non giustifica la trasformazione del pericolo in dogma civile, né autorizza la compressione indefinita delle libertà, né consente di sostituire la deliberazione politica con il comando amministrativo, la prudenza con il panico organizzato, la responsabilità con l’addestramento all’obbedienza. Il punto decisivo, infatti, non è negare la realtà delle crisi, bensì respingere la loro assolutizzazione. Una comunità ordinata sa affrontare il pericolo senza adorarlo, sa intervenire senza rovesciare la gerarchia dei beni, sa proteggere senza possedere, sa chiedere sacrifici proporzionati senza trasformare il cittadino in suddito riconoscente. Quando, invece, l’emergenza diventa categoria del politico, tutto viene reso fluido, revocabile, condizionato e ciò che ieri era diritto diventa concessione, ciò che era libertà diventa rischio, ciò che era dissenso diventa minaccia.
L’emergenzialismo vive, pertanto, di una metafisica capovolta, perché non riconosce un ordine del reale da servire, bensì un mondo instabile da manipolare, non contempla limiti oggettivi al potere, bensì ostacoli da superare in nome dell’efficacia, non cerca la verità del bene comune, bensì la gestione performativa della paura. Per questo esso ha bisogno di produrre continuamente nuovi allarmi, nuovi linguaggi, nuove colpe, nuovi doveri sociali, nuove urgenze morali, affinché nessuno possa più chiedere serenamente ragioni, proporzioni, responsabilità, durata e confini.
Contro questa deriva occorre recuperare una politica che non si lasci ipnotizzare dall’eccezione e che sappia riconoscere che la vita umana non coincide con la mera sopravvivenza, che la sicurezza non è il bene supremo, che la tecnica non può sostituire il giudizio morale, che l’ambiente non può diventare pretesto per una nuova pedagogia autoritaria, che la salute non può essere invocata per svuotare la libertà della sua sostanza. Governare non significa mantenere gli uomini nella paura, bensì ricondurre il disordine alla misura, la crisi alla ragione, il potere al suo limite, perché quando l’emergenza diventa regola non salva la comunità, la consegna soltanto a una servitù più elegante e più pericolosa.
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