Dottrina della Fede: l'eredità anglicana negli Ordinariati
Il testo del Dicastero raccoglie i frutti dei colloqui svolti dall'1 al 3 marzo con i vescovi incaricati della cura pastorale degli ex anglicani e riassume le principali caratteristiche della loro esperienza, dall'ethos distintivo all'amore per la bellezza del culto divino alla cura verso i poveri e alla famiglia come "Chiesa domestica".
Il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato il 24 marzo 2026 un documento intitolato Caratteristiche dell'eredità anglicana così come viene vissuta negli Ordinariati istituiti con la Costituzione Apostolica Anglicanorum Coetibus, che raccoglie i frutti dei colloqui svolti dall'1 al 3 marzo con i vescovi a capo degli Ordinariati voluti da Benedetto XVI per la cura pastorale degli ex anglicani entrati in piena comunione con la Chiesa cattolica.
Il documento ne riassume l'esperienza «in relazione a come hanno ricevuto e integrato elementi provenienti dalla tradizione anglicana». Malgrado le grandi distanze geografiche – attualmente nel mondo sono presenti tre Ordinariati, rispettivamente per Inghilterra e Galles, Stati Uniti e Canada, Australia e Giappone (quest'ultimo vacante dal 2023 e affidato, in qualità di amministratore apostolico, al vescovo Anthony Randazzo appena nominato prefetto del Dicastero per i Testi Legislativi) - emerge «un'identità di base condivisa» e «radicata in un cammino comune di sequela di Cristo che li ha condotti in piena comunione con la Chiesa cattolica», portando con sé quell'eredità che Anglicanorum coetibus considera un dono da custodire e un patrimonio da condividere. Ponendo l'accento sull'inculturazione, il documento afferma che «ogni Ordinariato rappresenta uno dei volti della Chiesa, che, in questo caso, riceve certi elementi della ricca storia della tradizione anglicana: elementi che ora vengono vissuti nella pienezza della comunione cattolica» (la citazione è tratta dall'omelia del card. Fernández per l'ordinazione episcopale di mons. David Waller, a capo dell'Ordinariato inglese).
Sette gli elementi individuati come «caratteristici del patrimonio spirituale e pastorale degli Ordinariati», primo dei quali è un “ethos ecclesiale” distintivo caratterizzato dall'ampia partecipazione di clero e laici, dalla «capacità di accogliere i convertiti nella comunione cattolica, preservando al contempo l’unicità della loro storia spirituale», nonché da «un vivo senso della tradizione che cerca di rimanere fedele a ciò che è stato ricevuto, riconoscendo al contempo il ruolo dello sviluppo organico».
In secondo luogo l'evangelizzazione attraverso la bellezza, che «nella misura in cui ha il potere di condurci a Dio possiede un intrinseco potere evangelizzante. Pertanto, il culto divino, la musica sacra e l'arte sacra sono intesi sia come mezzi per entrare in comunione con Dio, sia come strumenti di missione». Terzo, l'intervento diretto verso i poveri, conseguenza del punto precedente poiché «negli Ordinariati, la bellezza del culto e la santità della vita si manifestano nelle realtà concrete del vicinato» sull'esempio dello stesso san John Henry Newman. Quindi una cultura pastorale «in cui il culto divino e la vita quotidiana sono profondamente interconnessi», vivendo anche come comunità a «un ritmo liturgico, quasi monastico, derivato dalla tradizione spirituale inglese».
Un altro punto riguarda La famiglia e la Chiesa domestica, anche alla luce della "Nazareth d'Inghilterra" come viene chiamato il santuario di Walsingham, valorizzando «il Sacramento del Matrimonio e il ruolo dei genitori come primi educatori dei propri figli nella fede» nell'ambito di «un approccio organico alla formazione che è centrato nella parrocchia e nella famiglia e che privilegia la formazione intellettuale permanente per tutti i membri del Corpo di Cristo». Di questa formazione è parte integrante l'aspetto della Scrittura e predicazione, con una ricca tradizione in cui «riemerge il tema della bellezza: l'incontro con Cristo nello splendore della liturgia e nell'annuncio della Parola non sono intesi come realtà separate, ma come due dimensioni dello stesso incontro», vissuto «con un solido fondamento nella Tradizione (specialmente i Padri della Chiesa) e con una valorizzazione del ruolo della ragione in armonia con la fede e al suo servizio». Infine, ed è il settimo e ultimo punto, la direzione spirituale e il sacramento della penitenza ereditando «un approccio a questi elementi della cura delle anime che privilegia il dedicare tempo a ciascuna persona e l'accompagnarla nell'incontro con Cristo Buon Pastore».
Tutti elementi che ruotano attorno al «mistero dell'Incarnazione» e che «scaturiscono tutti da questa stessa fonte: il Figlio di Dio, nostro unico Salvatore», facendo di quell'eredità «una realtà viva, che guarda al futuro nella trasmissione della fede alle prossime generazioni».
Notiamo infine, en passant, che non si può fare a meno di sorprendersi nel leggere un documento recentissimo in cui non ricorra nemmeno una volta l'ormai onnipresente «sinodalità» (e derivati), ma al contrario si enfatizzino dimensioni quali bellezza e tradizione mostrando come esse non siano affatto nemiche dell'attenzione ai più deboli né dell'autentico sviluppo dottrinale, che anzi scaturiscono ancora meglio dall'esperienza dell'incontro con Cristo, anche mediante il radicamento nella tradizione e lo splendore della liturgia.

