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DOTTRINA DELLA FEDE

Dignitas Infinita, Fernandez non riesce a difendere le contraddizioni

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Per difendere Dignitas Infinita, il card. Fernandez peggiora le cose. La Chiesa cambia idea, come ha fatto per la schiavitù? Una spiegazione storicamente sbagliata.

Ecclesia 20_04_2024
Mons. Fernandez

L'intervento del Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, durante la conferenza stampa dello scorso 8 aprile, in occasione della presentazione della Dichiarazione Dignitas infinita, è decisamente provvidenziale: se non ci fosse Tucho, bisognerebbe inventarlo. Perché ben pochi sono in grado come lui di far svanire eventuali dubbi interpretativi. In peggio.

In effetti, di fronte a un documento che è apparso come sostanzialmente ortodosso, se non fosse per qualche sbavatura e per la ben più sonora stonatura relativa alla pena di morte (qui e qui), ci ha pensato Fernández a far capire che in realtà, il principio che sta alla base della presunta legittimità del cambiamento apportato dal papa sulla pena capitale, è il medesimo che ha condotto all'affermazione della possibilità della ricezione della Comunione per quanti vivono more uxorio, alla legittimità della benedizione delle “coppie” gay, e potenzialmente ad ogni altro stravolgimento dell'insegnamento della Chiesa.

L'intervento di Tucho è stato tutto sulla difensiva: ha esordito cercando di mettere nuovamente al sicuro Fiducia supplicans dalle critiche montate da ogni dove, dopo la figuraccia del comunicato stampa del 4 gennaio; ovviamente evitando puntualmente di rispondere alle obiezioni decisive, e rifugiandosi, per l'ennesima volta, nella differenza tra benedizioni liturgiche e pastorali. Quindi ha chiuso, pateticamente, difendendo la propria persona dai brutti e cattivi che lo hanno tanto attaccato nella vita. Ma – colpo di scena – ci pensò il cardinal Bergoglio a ravvivare in lui il senso della sua dignità (parole sue), quando, in occasione del congelamento della sua nomina a rettore dell'Università cattolica di Buenos Aires, lo esortò ad alzarsi e non permettere che venisse calpestata la sua dignità. Tucho, in conferenza stampa, ha affermato di essere stato vittima dei corvi che volevano spartirsi i posti prestigiosi, e che i preti si rifiutavano persino di dargli la mano... In pratica, Fernández si è servito di una conferenza stampa di presentazione di una Dichiarazione per difendere se stesso. Segno dell'estrema fragilità della sua sempre più evidente autoreferenzialità narcisistica.

Un narcisismo che gli ha impedito persino di rendersi conto della ridicolaggine di un altro passaggio del suo intervento, quando cioè il Cardinale si è vantato del successo mediatico di Fiducia supplicans: oltre 7 miliardi di visualizzazioni (e si chiedesse il perché) e il 70% del consenso tra gli under 35 italiani, secondo un misterioso sondaggio che Tucho ha definito “anonimo”. Una logica che candida Fernández per L'isola dei famosi.

Torniamo a questioni ben più serie. L'intervento del Cardinale Fernández dev'essere letto e analizzato con estrema attenzione, perché tocca punti cruciali della presente crisi, che fungono da supporto per portare avanti una contraddittoria idea di sviluppo dell'insegnamento della Chiesa. Il perno su cui poggia la sua tesi, consiste nel fatto che la Chiesa avrebbe già assistito, in passato (la schiavitù) e più di recente (la libertà religiosa), a tale contraddizione. Dunque – è questa la conclusione a lui cara – anche papa Francesco può serenamente contraddire il Magistero precedente; e al suo insegnamento si deve obbedienza, in quanto rientra nel Magistero autentico. Dunque tre temi – schiavitù, Magistero autentico, libertà religiosa – cui dedicheremo altrettanti articoli.

Iniziamo con il primo, focalizzandoci su quel precedente storico, che Tucho ha tirato in ballo già più volte. Si tratta della bolla Dum diversas (16 giugno 1452), che papa Niccolò V scrisse ad Alfonso V, re di Portogallo, autorizzandolo a ridurre in «perpetua schiavitù» quei pagani e saraceni che i portoghesi avrebbero incontrato sulle coste africane. Un'altra bolla del 29 maggio 1537, indirizzata da papa Paolo III all'arcivescovo di Toledo, intendeva al contrario condannare, con pena di scomunica, la riduzione in schiavitù degli amerindi da parte dei coloni spagnoli.

Così ha commentato il Cardinale: «Come si nota, solo ottant’anni dopo, in un’epoca in cui i cambiamenti erano tanto lenti, un Papa dice praticamente il contrario di quanto affermato da un suo predecessore su un tema così importante». Ed aggiunge che si tratterebbe di un esempio di «come la comprensione della verità da parte della Chiesa si evolva nel corso del tempo, e che essa non cresce sempre nella stessa direzione, rimanendo fissa e pienamente omogenea con i documenti precedenti, almeno rispetto allo stesso punto concreto. Al contrario, oggi, ad alcuni sembra che papa Francesco non possa dire nulla di diverso da quanto detto prima, come se il Magistero fosse stato definitivamente chiuso con i Papi precedenti». Basta quindi sostituire Niccolò V con Giovanni Paolo II e Paolo III con Francesco, e il gioco è fatto. Ma la mucca non è un cane, anche se hanno entrambi quattro zampe.

La bolla di Niccolò V, prima di tutto, non era un atto propriamente di Magistero, ma una comunicazione del papa ad Alfonso V. E dunque, magisterialmente parlando, una rondine non fa primavera: non basta che un papa dica qualcosa, perché possa essere considerato Magistero. Inoltre, tale comunicazione – che rientra nelle cosiddette “bolle di donazione”– non autorizzava affatto la schiavitù generica, ma solamente la servitù bellica, come confermeranno altri altri papi dopo di lui. Se infatti si guarda la data di queste bolle – dal 1452 della Dum diversas al 1514 della Præcelsæ devotionis di Leone X –, si comprende facilmente che il contesto era quello dello scontro con la potenza militare ottomana, scontri che portarono ad una situazione molto pericolosa per la cristianità. Tant'è vero che, appena l'anno successivo alla bolla di Niccolò V, si verificò la capitolazione di Costantinopoli. Poi vennero gli scontri e le invasioni a Belgrado, in Albania, in Friuli, ad Otranto, a Rodi, in Ungheria, l'assedio di Vienna e così via. In breve, siamo in un contesto chiaramente bellico, all'interno di quello scontro epocale tra la cristianità e la potenza ottomana islamica, con gli ottomani che scorrazzavano un po' dappertutto e non certo per scrivere poesie.

Ad essere concessa non fu dunque quella che oggi chiamiamo schiavitù, ossia la schiavitù di tratta, ed ancor meno la schiavitù sessuale, che la Chiesa ha sempre condannato, ma la servitù bellica, che corrisponde agli odierni prigionieri di guerra. In sostanza, Niccolò V autorizzava il Re a fare prigionieri di guerra, ovunque incontrasse gli ottomani o popolazioni che supportavano questi ultimi. Paolo III, invece, condannava la schiavitù propriamente detta, ossia la schiavitù di tratta praticata ai danni degli indigeni che gli spagnoli incontravano nella loro “conquista” dell'America latina.

Dunque, al netto del fatto che un papa, quando non intende definire qualcosa, non è esente dal commettere errori (dunque è possibile incontrare papi che hanno autorizzato o sostenuto errori), in questo caso non c'è alcuna contraddizione tra i due pontefici, perché la parola “schiavitù”, nei due contesti, indica due realtà ben diverse.

L'esempio che Tucho ama richiamare di tanto in tanto per difendere il presente pontificato (e se stesso) è pertanto assolutamente errato e fuorviante: uno specchietto per le allodole, che non tengono presente un'ovvietà, ossia che quando uno stesso termine viene utilizzato con due accezioni differenti, è possibile che in un caso esso riceva approvazione e nell'altro condanna. Al contrario, l'accezione di “pena di morte” presente nella Dichiarazione è univoca rispetto a quella usata nel Magistero precedente. E dunque la sua condanna senza condizioni da parte di Francesco è incompatibile con l'ammissione della stessa da parte dei papi precedenti.