• NUOVE MISURE

Danimarca, giro di vite su ghetti e immigrati

Il governo danese, a guida socialdemocratica, ha annunciato nuove misure per limitare le “società religiose e culturali parallele”. Si punta innanzitutto a ridurre la percentuale di immigrati “non occidentali”. Preoccupa la non integrazione dei musulmani e l’ingerenza dell’islam politico, che rischia di fare della Danimarca una nuova Francia.

I socialdemocratici al governo danese hanno annunciato nuove proposte per combattere le cosiddette “società religiose e culturali parallele” in Danimarca. Come in Francia, anche nel Paese scandinavo il numero di no-go zones (zone dove è rischioso entrare per i non residenti) è tale che già nel 2018 il governo aveva promesso che entro il 2030 le avrebbe fatte sparire del tutto. “Anche con la forza, se necessario”, affermava l’allora primo ministro Lars Rasmussen, facendo intendere che i quartieri a maggioranza islamica dovranno inserirsi realmente nella società danese.

Il primo obbligo che due anni fa il governo della sinistra danese consegnava agli immigrati sono state le 25 ore a settimana obbligatorie di asilo. La percentuale di immigrati che non mandava a scuola i bimbi, e che preferiva non imparassero la lingua e che anzi venissero educati nei Paesi d’origine, era tale da imporre di iniziare direttamente dall’infanzia per gli immigrati di seconda generazione. Fin dalla scuola elementare, e sempre più spesso dall’asilo, gli insegnanti infatti domandano ai genitori a quale religione appartengano. “Siete musulmani?”, è la domanda più frequente negli uffici pubblici perché dalla risposta dipende molto.

Così era stato anche inserito il carcere e il rimpatrio per i disobbedienti, oltre a pene più severe per i crimini commessi nelle no-go zones. All’epoca era stata anche promessa la demolizione degli edifici, se necessario, nei ghetti, e meno garanzie e denaro pubblico per gli immigrati. L’obiettivo era, adesso come due anni fa (per scansare il destino svedese), far venir loro voglia di cercar lavoro.

Oggi pietra angolare del nuovo piano per risanare le società parallele nel Paese è la limitazione della percentuale di immigrati “non occidentali” di prima e seconda generazione. L’obiettivo è preservare la coesione sociale in Danimarca, incoraggiando l’integrazione e scoraggiando l’auto-segregazione etnica e sociale. L’annuncio arriva, peraltro, a pochi giorni dall’approvazione della nuova legge che vieta il finanziamento straniero delle moschee nel Paese. Il governo ha anche recentemente dichiarato la sua intenzione di limitare in modo significativo il numero di persone che chiedono asilo.

La Danimarca, che ha già alcune delle politiche d’immigrazione più restrittive in Europa, è ora prima in Europa per gli sforzi nel preservare tradizioni e valori locali di fronte alla migrazione di massa, al multiculturalismo e all’ingerenza dell’islam politico. Le nuove proposte annunciate dal ministro dell’Interno, Kaare Dybvad Bek, sono tutte nel rapporto “Aree residenziali miste: Il prossimo passo nella lotta contro le società parallele”. La priorità è il ricollocamento dei residenti di origine non occidentale perché, nei prossimi dieci anni, non costituiscano più del 30% della popolazione totale di qualsiasi quartiere o area residenziale in Danimarca. E per rendere più politicamente corretto un progetto che già fa discutere, l’espressione “ghetto” è stata eliminata e trasformata in “aree di prevenzione” e “aree di trasformazione”.

La Danimarca è stata probabilmente il primo Paese d’Europa, nel 2010, ad adottare in documenti istituzionali l’espressione “no-go zones” per le aree ad alta concentrazione di immigrati, disoccupazione e criminalità. Anche il termine “ghetto” - che si riferisce sempre alle aree ad alta concentrazione di immigrati, disoccupazione e criminalità - è entrato ufficialmente in uso nel 2010. Quell’anno venne rilasciato un rapporto del governo, “Reinserting Ghettos into Society: A Showdown with Parallel Societies in Denmark”, e s’indicò esattamente cosa si intendesse con quel termine. Comuni a tutti i ghetti alcune caratteristiche: almeno 1.000 abitanti, dove la proporzione di immigrati non occidentali è superiore al 50%; percentuale di residenti di età compresa tra 18 e 64 anni che non lavorano o non studiano che supera il 40%; percentuale di residenti che sono stati condannati per reati legati alla detenzione di armi da fuoco o di stupefacenti di almeno tre volte superiore alla media nazionale; percentuale di residenti di età compresa tra 30 e 59 anni che non hanno la licenza media maggiore del 60%; reddito lordo medio per i contribuenti di età compresa tra i 15 e i 64 anni inferiore al 55% del reddito lordo medio del resto dei residenti.

Come nel 2018, il governo ha quindi ribadito la necessità di una strategia globale per combattere le società parallele, quelle dove gli immigrati hanno le loro leggi e basta. Nel 1980 in Danimarca c’erano circa 5,1 milioni di persone, oggi sono oltre 5,8 milioni. Ma la crescita della popolazione è ascrivibile principalmente all’immigrazione extraeuropea. Negli anni Ottanta c’erano a stento 50.000 immigrati non occidentali, oggi hanno superato il mezzo milione. E da allora le società parallele si sono moltiplicate. Così il governo ha pensato di imporre loro la conoscenza del danese, di trovare un lavoro e integrarsi. Troppo a lungo, si rimprovera oggi l’esecutivo, non è stato chiesto nulla ai nuovi arrivati. Non solo non avevano l’obbligo di lavorare, ma si sono sentiti liberi di raggrupparsi in società parallele snobbando l’integrazione.

La Danimarca si sente all’ultima chiamata, a un passo dal destino della Francia. E allora è stato imposto ai comuni che si trovano alle prese con una società parallela di scegliere tra demolire l’edilizia popolare, costruire nuove abitazioni per l’affitto privato, convertire gli alloggi pubblici in alloggi per anziani o giovani, o venderli. Da aree ghetto ad aree residenziali, insomma. Il piano mira infatti a ridurre la quota di alloggi pubblici a non più del 40% nelle aree più vulnerabili entro il 2030.

Sono 58 le aree classificate come “aree di prevenzione”, con il coinvolgimento di oltre 100.000 immigrati. Negli ultimi cinque anni sono arrivate 40.000 domande d’asilo, tutte da Paesi islamici. I musulmani attualmente rappresentano circa il 5,5% della popolazione danese, secondo il Pew Research Center. Per l’istituto di ricerca questa cifra probabilmente raddoppierà se non addirittura triplicherà se lo scenario migratorio dovesse restare il medesimo. Il primo ministro Mette Frederiksen (nella foto), in carica dal giugno 2019, ha annunciato senza mezzi termini che intende limitare in modo drastico le domande d’asilo in Danimarca. “Il nostro obiettivo è zero richiedenti asilo. Non potendo però davvero promettere una cosa del genere, abbiamo deciso d’imporre un nuovo sistema di asilo e quindi fare il possibile per implementarlo. Dobbiamo stare attenti: è a rischio la nostra coesione sociale, già messa duramente in discussione”, ha dichiarato la Frederiksen. “Tra le tante cose punteremo ad una: quando sarà concessa la residenza in Danimarca, l’immigrato dovrà essere in grado di sostenersi da sé. Se ciò non dovesse essere possibile, il governo proporrà, in cambio del beneficio sociale, l’equivalente di 37 ore lavorative per lo Stato”.

L’Onu, intanto, continua ad esprimere perplessità per l’atteggiamento danese nei confronti dell’immigrazione non occidentale.

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