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CHIESA

Dal sinodo alla sinodalità, così la prassi diventa dottrina

I precedenti di questo pontificato lasciano pensare che le conclusioni del Sinodo diventeranno esse stesse Magistero senza bisogno dell'intervento del Papa con una Esortazione post-sinodale. Un altro segno di rottura con la tradizione.
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Ecclesia 30_09_2023 English Español

A proposito del Sinodo sulla sinodalità che si aprirà il prossimo 4 ottobre è lecito farsi una domanda apparentemente strana: a questo Sinodo seguirà una Esortazione apostolica post-sinodale del Papa, oppure le conclusioni del Sinodo saranno da considerarsi pieno magistero di per sé? La domanda non è oziosa e ha a che fare con il nuovo concetto di Sinodalità intesa come processo e come assunzione di decisioni dopo l’ascolto reciproco, considerato questo come ascolto della voce dello Spirito Santo. Per comprendere il problema facciamo un rapido passo indietro al Sinodo sulla famiglia del 2014 e 2015 e all’Esortazione Amoris Laetitia.

Ricordiamo tutti molto bene che in quella Esortazione Francesco non ha voluto dire nulla di diverso da quanto affermato dal Sinodo, soprattutto nel suo documento finale. Nel paragrafo 5 si legge: «Ho ritenuto opportuno redigere un’Esortazione Apostolica post-sinodale che raccolga i contributi dei due recenti Sinodi sulla famiglia, unendo altre considerazioni che possano orientare la riflessione, il dialogo e la prassi pastorale, e al tempo stesso arrechino coraggio, stimolo e aiuto alle famiglie nel loro impegno e nelle loro difficoltà».

Da questo passo sembra che il Papa abbia semplicemente voluto recepire le conclusioni del sinodo, aggiungendo qualche consiglio pastorale e parenetico. È vero che così le ha fatte diventare magistero, tuttavia sembra alludere ad una diminuzione del proprio ruolo, limitato a recepire e non a interpretare e sviluppare. Amoris Laetitia non si eleva granché al di sopra delle conclusioni del Sinodo. Formalmente rimane una Esortazione apostolica post-sinodale, ma materialmente rimanda alle conclusioni dei padri sinodali. Nel Motu Proprio Episcopalis communio del 15 settembre 2018 sulla nuova costituzione dei sinodi, si legge infatti che il Papa potrà anche non scrivere più una Esortazione apostolica post-sinodale ma semplicemente confermare le conclusioni del sinodo che automaticamente diventerebbero con ciò magistero.

La questione si complica se ricordiamo due aspetti decisamente nuovi. Il primo riguarda il fatto che nel documento finale del Sinodo sulla famiglia il Papa ha voluto che fossero presenti due articoli bocciati a maggioranza dall’assemblea e, quindi, formalmente respinti e che, però potrebbero essere considerati magistero. Il secondo riguarda quanto accaduto nel Sinodo sui giovani del 2018 dove è addirittura successo che il documento finale dica di dover essere letto alla luce del documento preparatorio, con la qual cosa è diventato magistero anche quest’ultimo.

Per questi motivi in un mio libretto sul Sinodo sulla famiglia e su Amoris laetitia mi ero chiesto se questa sarebbe stata l’ultima Esortazione apostolica. In questo indebolimento magisteriale dei testi sinodali e della stessa Esortazione post-sinodale, che contrasta con la sua diffusa interpretazione dogmatica come se si dovesse reinterpretare l’intera tradizione nella sua luce, emergeva già allora l’idea della sinodalità come processo che avrebbe prodotto prassi e non dottrina. Certo: prassi che avrebbero richiesto una nuova dottrina … ma col tempo e nel tempo. Ricordiamo anche che in nessun luogo di Amoris laetitia si dice espressamente che i divorziati risposati possono accedere alla Comunione. Poi i vescovi della regione di Buenos Aires hanno detto: noi facciamo così, li ammettiamo alla Comunione. Hanno cioè attuato una prassi, che il Papa ha confermato con una lettera finita poi negli Acta Apostolicae Sedis. Una prassi… e la dottrina? Ci penserà il tempo…

La nostra domanda iniziale ha quindi un fondamento e tocca un punto centrale nell’evoluzione dal sinodo alla sinodalità. Il teologo Giacomo Canobbio ha scritto sulle due riviste teologiche di punta dell’Italia settentrionale, quella di Milano e quella di Padova, che, passando il sinodo da consultivo a deliberativo, bisognerà prendere delle decisioni e queste richiederanno senza ombra di dubbio l’uso del voto democratico. Anche prima si votavano gli articoli dei documenti del sinodo, poi però il tutto finiva nelle mani del Papa e ne nasceva una Esortazione apostolica post-sinodale. (Ricordo tra parentesi che anche Francesco ha beneficiato di questo metodo, scrivendo la Evangelii gaudium, Esortazione apostolica postsinodale relativa al Sinodo sull’evangelizzazione che era stato indetto da Benedetto XVI. La Evangelii gaudium non tiene conto dei lavori di quel sinodo dato che Francesco ne ha fatto il manifesto del suo pontificato, a prova della centralità di Pietro nei processi sinodali almeno fino ad allora).

Ora, invece, il passaggio al Papa potrebbe non esserci più, oppure essere solo formale, sicché l’uso del metodo democratico riguarderebbe direttamente questioni dottrinali, diventando immediatamente magistero. Canobbio procede il suo ragionamento aggiungendo che, se, dopo il Sinodo sulla sinodalità, l’ultima parola fosse ancora quella del Papa, beh, allora tutto sarebbe stato inutile e si tornerebbe al punto di partenza, regredendo dalla sinodalità al sinodo.

Come si vede, la questione se ci sarà ancora una Esortazione apostolica post-sinodale nel senso tradizionale del termine è fondamentale per stabilire se la nuova sinodalità rompa definitivamente con la tradizione. Amoris laetitia costituisce un precedente importante in questo senso e tutto fa pensare che così avverrà anche questa volta, e a maggior ragione data la nuova definizione della sinodalità come processo, che richiama una prassi in atto non necessariamente guidata dalla dottrina ma essa stessa fonte (fattuale) di dottrina.



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