• IL DISCORSO

Curia, Francesco sul velluto. Ma con una frecciata a Marx

Per lo scambio di auguri con la Curia Romana, Bergoglio non ha risparmiato qualche tirata d’orecchie, ma è stato più morbido di altri anni. Pur nella richiesta di una Chiesa meno “rigida” non manca una randellata, implicita, alla fuga in avanti del Sinodo tedesco voluto dal cardinale Marx.

Lo scambio di auguri natalizi con la Curia Romana, da appuntamento protocollare come era sempre stato, sin dall’inizio dell’attuale pontificato si è trasformato nell’occasione più attesa per le famose “sferzate” di Francesco ai suoi collaboratori.

Quest’anno Francesco, pur non risparmiandosi qualche tirata d’orecchie qua e là, ha preferito utilizzare il guanto di velluto nell’Udienza di ieri nell’Aula della Benedizione del Palazzo Apostolico Vaticano aperta dal saluto del cardinal Giovanni Battista Re alla sua prima volta come Decano. Bergoglio aveva parlato della necessità di riformare la struttura già nel discorso natalizio del 2013 e ha continuato a farlo regolarmente in questi otto anni, non rinunciandoci nemmeno ieri. Secondo il pontefice “si deve smettere di pensare alla riforma della Chiesa come a un rattoppo di un vestito vecchio, o alla semplice stesura di una nuova Costituzione Apostolica”, dal momento che “la Chiesa non è un semplice vestito di Cristo, bensì è il suo corpo che abbraccia tutta la storia” e “noi non siamo chiamati a cambiare o riformare il Corpo di Cristo ma siamo chiamati a rivestire con un vestito nuovo quel medesimo Corpo, affinché appaia chiaramente che la Grazia posseduta non viene da noi ma da Dio”.

Una delle strigliate preferite da Francesco da indirizzare ai curiali è quella contro il pettegolezzo (in un Angelus di settembre lo aveva addirittura paragonato al Covid) e non è mancata neanche ieri, ma con toni decisamente più morbidi rispetto al passato, addirittura esprimendo la consapevolezza che il suo tornare più volte sull’argomento potrebbe essere interpretato da qualcuno come una personale “mania”: “Non è una mania che io ho, parlare contro il chiacchiericcio - ha affermato Francesco - è la denuncia di un male che entra nella Curia; qui a Palazzo ci sono tante porte e finestre ed entra, e noi ci abituiamo a questo; il pettegolezzo, che ci chiude nella più triste, sgradevole e asfissiante autoreferenzialità, e trasforma ogni crisi in conflitto”.

Contro la tentazione della vanagloria di chi ricopre ruoli di responsabilità nei dicasteri, invece, un altro degli ammonimenti più frequenti nei discorsi natalizi degli anni passati, Francesco ha preferito avanzare un invito alla riflessione anziché un rimprovero: “Ognuno di noi, qualunque posto occupi nella Chiesa, si domandi se vuole seguire Gesù con la docilità dei pastori o con l’auto-protezione di Erode, seguirlo nella crisi o difendersi da Lui nel conflitto”.

Crisi e conflitto sono state le parole chiave del discorso papale, scelte per fare riferimento alla situazione generale del mondo alle prese con la pandemia e le sue conseguenze sanitarie e socio-economiche ma, soprattutto, al contesto ecclesiale. D’altra parte, trattandosi di parole destinate alla Curia Romana, è impossibile non dare una connotazione principalmente intra moenia alle considerazioni fatte sulla contrapposizione tra crisi e conflitto. A tal proposito, Bergoglio ha invitato a “non confondere la crisi con il conflitto” perché mentre la prima “generalmente ha un esito positivo”, il secondo “crea sempre un contrasto, una competizione, un antagonismo apparentemente senza soluzione fra soggetti divisi in amici da amare e nemici da combattere, con la conseguente vittoria di una delle parti”.

Al rifiuto della “logica del conflitto” a cui si deve la “perdita del senso di una comune appartenenza” determinando la “crescita o l’affermarsi di certi atteggiamenti di carattere elitario e di gruppi chiusi che promuovono logiche limitative e parziali, che impoveriscono l’universalità della nostra missione”, il pontefice ha opposto un’ampia riflessione sul significato della crisi in tutte le sue sfaccettature. Francesco ha ammesso l’esistenza di una crisi della Chiesa ma, al tempo stesso, ha esortato ad individuare le opportunità date da questa situazione: “Chi non guarda la crisi alla luce del Vangelo - ha affermato il pontefice - si limita a fare l’autopsia di un cadavere: guarda la crisi, ma senza la speranza del Vangelo, senza la luce del Vangelo”. “Siamo spaventati dalla crisi non solo - ha continuato il papa - perché abbiamo dimenticato di valutarla come il Vangelo ci invita a farlo, ma perché abbiamo scordato che il Vangelo è il primo a metterci in crisi” ed “è il Vangelo che ci mette in crisi”.

Da qui l’invito a trovare “il coraggio e l’umiltà di dire ad alta voce che il tempo della crisi è un tempo dello Spirito, allora, anche davanti all’esperienza del buio, della debolezza, della fragilità, delle contraddizioni, dello smarrimento, non ci sentiremo più schiacciati, ma conserveremo costantemente un’intima fiducia che le cose stanno per assumere una nuova forma, scaturita esclusivamente dall’esperienza di una Grazia nascosta nel buio”.

La riflessione sulla crisi è stata l’occasione per riproporre anche la sua idea del rapporto tra tradizione e modernizzazione, affermando che le “cose antiche sono costituite dalla verità e dalla grazia che già possediamo, le cose nuove sono i vari aspetti della verità che via via comprendiamo”. Secondo Bergoglio, “la Chiesa, letta con le categorie di conflitto – destra e sinistra, progressisti e tradizionalisti – frammenta, polarizza, perverte, tradisce la sua vera natura: essa è un Corpo perennemente in crisi proprio perché è vivo, ma non deve mai diventare un corpo in conflitto, con vincitori e vinti” perché così facendo “diffonderà timore, diventerà più rigida, meno sinodale, e imporrà una logica uniforme e uniformante, così lontana dalla ricchezza e pluralità che lo Spirito ha donato alla sua Chiesa”.

Parole che prendono le distanze dalle schematizzazioni semplicistiche a cui spesso devono ricorrere gli addetti ai lavori per descrivere le dinamiche ecclesiali, ma che al tempo stesso, sul finale, lasciano intendere la predilezione per un’idea di Chiesa che sia, appunto, meno “rigida” e più “sinodale”. Senza amare, però, le fughe in avanti come confermato dalla ‘randellata’ più pesante del testo pronunciato ieri nell’Aula della Benedizione, quella riservata - presumibilmente - ai vescovi tedeschi protagonisti del Cammino sinodale fortemente voluto dall’uomo chiamato a riformare la Curia, il potente cardinale Reinhard Marx: “Senza la grazia dello Spirito Santo - ha tuonato Francesco - si può persino cominciare a pensare la Chiesa in una forma sinodale che però, invece di rifarsi alla comunione con la presenza dello Spirito, arriva a concepirsi come una qualunque assemblea democratica fatta di maggioranze e minoranze. Come un parlamento, per esempio: e questa non è la sinodalità. Solo la presenza dello Spirito Santo fa la differenza”.

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