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la storia di bergamo

Culla per la vita malvista perché ostacola l'aborto

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Neonato accolto a Bergamo grazie alla Culla per la vita dopo che i genitori lo hanno depositato con una lettera toccante e piena di amore. Non hanno scelto l’aborto e quindi rientrano, secondo i dati, in quelle 4 gravidanze indesiderate su 10 che non terminano in aborto. E per questo è osteggiata. 

Editoriali 21_04_2026

«Ti auguro tanta gioia e serenità che non siamo in grado di darti. Ti abbiamo amato dal primo istante. Ti amo da morire». Un commiato che sa di testamento. Una lettera scritta intingendo la penna nel calamaio del cuore da una mamma e un papà che, domenica scorsa, hanno deciso di affidare alla Culla per la vita della Croce rossa di Bergamo il loro neonato che ora sta bene.

Due righe di lettera, vergata con il sangue, per contenere lo strazio di due anime, per racchiudere in sé il passato – «ti abbiamo amato» – il presente – «ti amo da morire» – e il futuro – «Ti auguro tanta gioia e serenità». E viene da domandarsi se tanto amore non fosse sufficiente a tenere tre le braccia di mamma e papà il piccolo Pietro, questo il nome provvisorio scelto dai medici per il neonato. Pare di no.

Seppur nel dramma, questa vicenda profuma di profonda umanità. Pietro non è un bimbo rifiutato, scartato come nell’aborto. È un bimbo che è passato dalle braccia dei genitori ad altre braccia. Pietro non è venuto al mondo per essere ucciso, ma per vivere ed è questo che emerge con forza dalle righe scritte da mamma e papà. Hanno scelto la vita per il loro figlio, che sentiranno come loro per sempre, come giusto che sia. Ecco perché si chiama Culla per la vita questa moderna ruota degli esposti. Manco a dirlo è stata una invenzione della Chiesa, tanto provvidenziale che nella sola Milano tra il 1845 e il 1864 vennero abbandonati nella Pia Casa degli Esposti e delle Partorienti in Santa Caterina alla Ruota ben 85.267 neonati, in tempi in cui la fertilità di coppia era alle stelle così come la mortalità perinatale (le operaie milanesi partorivano in media 13,7 figli. Cfr.  M. Barbagli - D. Kertzer, Storia della famiglia in Europa: Dal Cinquecento alla rivoluzione francese, Laterza, 2002, pp. 237-239). I trovatelli, così chiamati perché trovati nella ruota, poi non di rado venivano battezzati con il nome di Esposito.

Oggi, come è noto, la donna può partorire in ospedale in pieno anonimato e non riconoscere il figlio. Ciò detto vi sono casi, come questo, in cui la donna non partorisce in clinica. Casi rari, tanto che la ruota di Bergamo, realizzata nel 2019, ha suonato solo un’altra volta, nel 2023. Il buon senso si interroga sul motivo per cui una donna scelga l’aborto quando può non tenere il figlio e farlo vivere. Forse la risposta sta in questo: le donne, nella maggior parte dei casi, pensano che con l’aborto tutto finisca. Niente più pensieri. Portare a termine una gravidanza e poi dare il bambino in adozione le condannerebbe invece per tutta la vita a pensare che il proprio figlio vive da qualche parte senza la madre. Un pensiero terribile. Ma dopo aver abortito, prima o poi, un pensiero ben più terribile si affaccia alla loro mente: ho ucciso mio figlio.

I genitori di Pietro invece non hanno scelto l’aborto e quindi rientrano, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, in quelle 4 gravidanze indesiderate su 10 che non terminano in aborto. Superfluo a dire, la Culla per la vita è malvista dagli attivisti pro-choice proprio perché offre un’alternativa all’aborto. L’uccisione del figlio deve essere l’unica opzione e quindi, come tale, soluzione ineludibile. Un odio particolare circonda la Culla per la vita per il semplice motivo che è un inno alla vita. Il suo stesso esistere – un’esistenza che per anni può rimanere silente – parla di accoglienza e non di rifiuto, di cura e non di abbandono, di responsabilità e non di irresponsabilità, di fiducia nel futuro e non di disperazione, di dolore senza annichilimento e non di sofferenza autodistruttiva. Il secondo termine di queste coppie di sostantivi sono invece gli attori principali di ogni scelta abortiva. La Culla per la Vita quindi contesta in radice tutto il fenomeno abortivo e lo smaschera per quello che è: un omicidio, tra l’altro compiuto sebbene ci sia un’alternativa e un’alternativa valida.

Mamma e papà hanno scritto a Pietro. Ora vogliamo immaginarci che anche Pietro scriva loro con altrettanta semplicità: «Grazie per avermi messo al mondo e grazie per il vostro amore. Anch’io vi amo e vi aspetto». E sì, perché il gesto compiuto da questa coppia di genitori può non essere l’ultima parola in questa storia a tre. Mamma e papà sono ancora in tempo per ripensarci. Questo è l’invito implicito rivolto con grandissima delicatezza e profonda speranza dall’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo alla mamma: l’ospedale «intende inoltre rivolgere un pensiero alla mamma, nella piena consapevolezza della delicatezza del momento: qualora ne sentisse il bisogno, potrà rivolgersi alla struttura in qualsiasi momento. Le saranno assicurate accoglienza, ascolto e ogni supporto sanitario e umano, nel massimo rispetto della sua tutela. L’ASST Papa Giovanni XXIII continuerà a prendersi cura del bambino con dedizione e professionalità, garantendo al contempo la massima discrezione nei confronti di tutte le persone coinvolte».

Crediamo fermamente nella Divina Provvidenza e quindi proprio non ci riesce di pensare che esista un ostacolo talmente insormontabile da impedire a Pietro di tornare tra le braccia della sua mamma e del suo papà. Perché non c’è miglior culla della vita che la propria famiglia.