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Crimea, Putin compie una mossa senza precedenti

Putin autorizza l'uso della forza militare entro i confini dell'Ucraina, per assicurarsi il possesso della Crimea, la penisola sul Mar Nero base della flotta russa. Così facendo, ha rotto una consuetudine di non-interferenza.

Vladimir Putin

Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha compiuto una mossa senza precedenti nella storia contemporanea post-sovietica. Ha chiesto al Senato e alla Duma il permesso di utilizzare truppe in territorio straniero, in Ucraina, per proteggere gli interessi e i cittadini russi ivi residenti. Il permesso è stato accordato dal parlamento.

La nuova mossa russa rappresenta una svolta dopo tre giorni di tensione in Crimea. Il confronto è iniziato subito dopo il rovesciamento del presidente Yanukovych: la Crimea, regione a maggioranza russa e sede di basi aeree e navali della Federazione, è subito diventata teatro di opposte dimostrazione fra i russi, che sono maggioranza, e i tatari, la minoranza originaria locale, che attualmente è schierata dalla parte dell’Ucraina. Giovedì, dimostranti pro-russi avevano occupato la sede del parlamento locale di Crimea, issando la bandiera russa. Venerdì, uomini in uniforme russa, ma senza alcuna mostrina (per impedirne l’identificazione) avevano occupato gli aeroporti di Sebastopoli (sede della Flotta del Mar Nero russa) e Sinferopoli (la capitale regionale) e stabilito posti di blocco, assieme a milizie pro-russe formate da civili. Ieri mattina, altri uomini armati in uniforme russa, ma sempre senza mostrine, hanno iniziato a presidiare la sede del parlamento. Intanto violente manifestazioni pro-russe scoppiavano anche a Kharkov, Donetsk e Luhansk, nell’Ucraina orientale a maggioranza russofona. E dal parlamento della Crimea è partita la richiesta di indire al più presto, un referendum per l’indipendenza della penisola dal resto dell’Ucraina. E subito dopo un appello all’intervento delle truppe russe, immediatamente recepito dalla Duma di Mosca.

C’erano già segni di una internazionalizzazione del conflitto: il Cremlino, infatti, aveva già da venerdì, iniziato ad accordare la cittadinanza russa ai “berkut”, le forze speciali della polizia ucraina, tristemente famosi per la dura repressione della protesta anti-Yanukovich. L’ex presidente, nel suo primo discorso televisivo, pronunciato da Rostov sul Don, in Russia, aveva dichiarato di “non mollare” nella sua “lotta per il futuro dell’Ucraina”, ma aveva negato di aver chiesto un intervento militare di Mosca. Vladimir Putin, dal canto suo, parlando con Londra e Berlino, aveva rassicurato gli europei: non era sua intenzione intervenire. Barack Obama aveva messo in guardia il capo di Stato russo, invitandolo a rispettare i confini dell’Ucraina. Questa dichiarazione aveva provocato la dura protesta del Senato russo, la cui commissione esteri aveva chiesto il ritiro dell’ambasciatore da Washington. Richiesta, per altro, rimasta priva di seguito.

In ogni caso, fino a sabato mattina, nonostante la misteriosa presenza di soldati non identificati (probabilmente russi, stando alle accuse del governo di Kiev, ma la Flotta del Mar Nero, ufficialmente lo negava) e le massicce esercitazioni delle forze armate russe ai confini ucraini, si trattava di una crisi interna all’Ucraina. È la risposta di Putin, ieri pomeriggio, che l’ha trasformata, di colpo, in una crisi internazionale. Il presidente russo, autorizzando l’uso della forza in un Paese straniero ha varcato il Rubicone. Spetta solo a lui, d’ora in avanti, dar seguito alla sua presa di posizione con un’azione militare vera e propria o mantenere una minaccia latente per ottenere risultati politici decisivi.

Perché si tratta di una mossa senza precedenti nella storia contemporanea russa? La crisi attuale non può essere paragonata alla guerra in Georgia nel 2008. Infatti, la Georgia era già, di fatto, divisa in tre Stati: la Georgia propriamente detta, l’Abkhasia e l’Ossezia del Sud. Nei territori di queste ultime, erano presenti truppe di interposizione della Comunità degli Stati Indipendenti, sin dal 1992-93, quando finì in un bagno di sangue il tentativo delle due repubbliche di dichiarare l’indipendenza da Tbilisi. Fu un attacco georgiano alla Ossezia, che coinvolse anche le truppe di interposizione a guida russa, a far scattare la reazione, sproporzionata, dura e soverchiante quanto si vuole della Federazione Russa. Si discute tuttora se siano stati i russi a pianificare il tutto in anticipo e a provocare la prima mossa militare georgiana, o se sia stata l’avventatezza dell’allora presidente di Tbilisi Mikhail Saakhashvili a far scattare una guerra più grande delle sue piccole forze. Fatto sta, però, che la guerra scoppiò su territori contesi, buchi neri della geopolitica ex sovietica. Non è possibile alcun paragone con la Crimea attuale che è, da più di mezzo secolo, una regione dell’Ucraina a tutti gli effetti. Ospita, dandole in affitto, alcune basi alla marina e all’aviazione russe, ma non è un territorio a sovranità contesa, esattamente come non lo sono Aviano o Ghedi in Italia, che ospitano basi Nato.

La crisi della Crimea non è neppure paragonabile alle due guerre in Cecenia del 1993-96 e del 1999-2009, perché in quel caso i russi combattevano contro i separatisti di una regione della Federazione Russa, dunque, a tutti gli effetti, le truppe erano entro i confini della propria nazione. Non è nemmeno paragonabile alla crisi in Moldavia, dove un’armata russa intervenne al fianco dei separatisti della Transnistria. In quel caso, una guerra civile era già in corso. In Ucraina non c’è alcuna guerra civile, c’è solo la richiesta di aiuto da parte di un pezzo di popolazione ucraina che preferirebbe riunirsi alla Russia.

Non sono rievocabili neppure gli interventi dell’Urss e del Patto di Varsavia a Budapest (1956), Praga (1968), l’invasione dell’Afghanistan (1979) e la pressione militare sulla Polonia (1981), prima di tutto perché la Russia non è l’Urss e non ha firmato alcun patto di Yalta (che guarda caso è in Crimea) con le altre potenze per spartirsi le aree di influenza in tutto il mondo del dopoguerra, dopo aver sconfitto i nazisti. Stando ai commenti di lettori e analisti che simpatizzano con la Russia, si dà per scontato che la Crimea, per non dire tutta l’Ucraina, siano “cose russe”, o addirittura parte della Russia. Ma non c’è alcun trattato, memorandum o patto internazionale, formale o informale, che sancisca che l’Ucraina sia entro una “sfera di influenza” russa.

Dal punto di vista del diritto internazionale, anzi, esiste il memorandum di Budapest del 1994, con cui Russia, Gran Bretagna e Usa, in cambio della rimozione di tutte le armi nucleari dall’Ucraina, si impegnavano a garantire l’inviolabilità dei suoi confini. Il memorandum si fonda sui principi di non-interferenza stabiliti dall’Atto Finale di Helsinki del 1975. Si dirà che è un memorandum e non un trattato internazionale legalmente vincolante, o provvisto di clausole di sicurezza che prevedono interventi nel caso venga violato. Ma non è l’unica garanzia per l’Ucraina: c’è anche lo stesso articolo 51 dell’Onu, che legittima l’autodifesa in caso di attacco armato contro un membro delle Nazioni Unite (quale è l’Ucraina).

Dunque ci troviamo di fronte a un qualcosa di completamente diverso: una potenza mondiale, la Russia, si dice disposta a inviare truppe in un Paese straniero per proteggere i propri cittadini, le proprie basi militari e i propri interessi geostrategici, senza alcun appiglio legale. Non è detto, è bene ripeterlo, che la Russia dia seguito a questa minaccia. Ma l’affermazione di questa intenzione già costituisce un’azione spiazzante, di fronte alla quale la Nato e l’Ue hanno reagito come un pugile suonato: quattro ore di silenzio, un tweet di Anders Fogh Rasmussen (segretario generale dell’Alleanza Atlantica), una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Usa iniziata solo alle 20 e una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu chiesta dalla Gran Bretagna. Barack Obama, in un'ora e mezza di telefonata a Vladimir Putin, ha minacciato alcune contromosse: esclusione della Russia dal prossimo G8 ed eventuali sanzioni unilaterali politiche ed economiche contro Mosca. L’Ue rimanda ogni decisione a lunedì. Forse potrà fermare l'escalation solo la visita della leader dell'opposizione democratica ucraina Yulia Tymoshenko a Mosca, prevista per lunedì. Ma il tempo stringe.

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