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la tragedia

Crans Montana, il grido del cuore che il minuto di silenzio non spiega

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Ben oltre il minuto di silenzio fatto in alcune scuole per le vittime di Crans Montana c'è un grido del cuore da non soffocare perché ciò di cui abbiamo tutti bisogno è solo vedere che l’ultima parola sulla vita non è la morte.

Editoriali 10_01_2026

Terminate le vacanze natalizie, si torna a scuola. L’abbondante nevicata del giorno dell’Epifania ha procrastinato di un giorno il rientro, e così pure il minuto di silenzio che il Ministro del Merito Valditara ha chiesto ad ogni istituto scolastico per ricordare le vittime dell’incendio di Capodanno nella discoteca di Crans Montana, slittato così al giorno 8 gennaio.

Come dimenticare, del resto? E’ aperta e dolorosa in tutto il paese la ferita del terribile rogo in cui hanno perso la vita tanti giovani e giovanissimi, proprio durante la festa che celebra il passaggio del tempo da un anno all’altro. Giovani che – si dice - avevano davanti a sé una vita intera, che volevano godere dell’esistenza, festeggiare e divertirsi. Ragazzi che –come ogni giovane vita- sentivano di avere davanti a sé tanta strada da percorrere, tempi indefiniti…

Siamo tanto abituati al tempo (tempo che passa, che arriva, che cambia, che vola…) che quasi non ci sorprendiamo più che ci sia dato, e nemmeno ci chiediamo cosa sia. Ci accorgiamo, drammaticamente, che è una realtà misteriosa e inafferrabile, solo quando viene improvvisamente a mancare. E, paradossalmente, proprio il Capodanno è diventato una sorta di inno alla vita, tanto che viene celebrato, nella nostra società godereccia ed edonista, con iniziative di giubilo spesso esagerate o disordinate. Eppure, nella clessidra dell’esistenza (di quella personale come del mondo intero) è evidente che si tratta di nuovi granelli di sabbia che sono caduti giù. Che cosa si festeggia, allora, la vita che va verso la sua conclusione?

Pur nella grande e sorprendente smemoratezza che attanaglia l’uomo di oggi, si intravvede allora, in filigrana, una insopprimibile speranza: che la vita non finisca, che si compia, che sia felicità per sempre. I fuochi di artificio, luci colorate che con fragore si accendono e si innalzano nel cielo scuro della notte/vita, sono il simbolo di questa recondita speranza. Il tempo ha bisogno di essere “salvato”, poiché il tempo stesso è ferito dal peccato e dalla morte;  il tempo non solo del capodanno, ma di ogni giorno e ogni istante, perché possa sfociare nell’eterno.

Le innumerevoli tragedie che flagellano il mondo quotidianamente – spesso e volentieri nella indifferenza generale - mettono a nudo l’evidenza di cui parlava Chesterton parlando del naufragio del Titanic: “Essere al mondo significa essere sempre in pericolo”. E la tragica vicenda di Crans Montana, in questo senso, appare come un grande, terribile segno, come un doloroso richiamo: il nostro cuore è fatto per la gioia, per la vita, per la salvezza, ma tutto questo non è nelle nostre forze. Chi ci salverà, chi potrà rispondere adeguatamente al desiderio del nostro cuore?

Il mondo vuole illuderci con le sue false luci, sviarci dalla vera e fondamentale domanda del nostro cuore dirottandolo rabbiosamente sulla ricerca dei colpevoli, delle responsabilità, sulle soluzioni tecniche perché non accada mai più, ma la vita non è bella e salva quando abbiamo tutte le rassicurazioni possibili per essere al riparo dalle tragedie, bensì è vera (ed è reale) solo quando tremiamo perché ci accorgiamo che è in pericolo, da salvare in ogni istante, e non è in mano nostra.

La speranza è che il minuto di silenzio non diventi l’ennesimo modo sentimentale di soffocare il grido del cuore che vicende come questa fanno salire al Cielo, perché ciò di cui abbiamo tutti bisogno (e in questo momento in particolare i giovani coinvolti, i loro compagni, e i genitori delle vittime) è solo questo: vedere, concretamente, che l’ultima parola sulla vita non è la morte.

La disperazione di questi giorni, la corsa a cercare i genitori, gli amici e i fratelli per stare vicini, tutto il terribile smarrimento che si sperimenta in queste occasioni, ha bisogno di questa conferma. Per vivere abbiamo bisogno della certezza che l’ultima parola sulla vita non sia la morte, che la speranza che – pur controcorrente - ci fa andare avanti, non sia solo una illusione o un errore di programmazione del nostro cervello.

E allora si capiscono meglio le parole di San Paolo, che nella lettera ai Romani (capitolo 7, versetto 24), domandava: "Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?"; ma, ancora di più, quanto poco dopo rispondeva: "Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!".

Siamo ancora nel tempo liturgico del Natale: nella storia dell’umanità è entrata la risposta al desiderio, altrimenti irrealizzabile, del nostro cuore. Non soffochiamo la speranza che ci è stata gratuitamente donata.