Contro la Sindone con una ricerca di rilievo... basso
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Cicero pro domo sua: ritorna Cicero Moraes, il tormentone della scorsa estate che considera l'immagine del Sacro Lino prodotta da un bassorilievo. Tesi infondata come la sua maldestra replica che ignora e distorce gli studi altrui pur di negare quella scomoda presenza.
Non si può dimenticare il tormentone della scorsa estate, con la notizia che l’immagine della Sindone sarebbe stata prodotta da un bassorilievo. Una ricerca, si può dire, di rilievo… basso se non addirittura nullo. All’epoca, il 4 agosto ne abbiamo parlato perché incredibilmente questo studio è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Archaeometry dell’Università di Oxford, che nel 2019 aveva ospitato la nostra smentita definitiva della datazione medievale della Sindone.
Immediatamente è partita la nostra richiesta ad Archaeometry di pubblicare un commento scritto da me con due studiosi della Sindone, Tristan Casabianca e Alessandro Piana. Abbiamo sottolineato alcuni punti inaccettabili del lavoro di Cicero Moraes, soprattutto quello più grave: per sua scelta, non tiene conto di tutti gli aspetti della Sindone. Non gli interessano gli studi di eminenti scienziati, pubblicati su riviste referenziate. E non li considera non solo su aspetti che non riguardano la formazione dell’immagine, come le microtracce e il sangue, ma nemmeno in merito alle ricerche condotte sull’origine dell’immagine, argomento su cui pretende di fare affermazioni contro l’autenticità della Sindone e di avere la parola definitiva. Una arroganza scientificamente inaccettabile. È ridicolo pretendere di affrontare lo studio di un oggetto complesso come la Sindone senza conoscere i risultati delle ricerche già condotte.
Moraes decide a priori che un cadavere nella Sindone non ci deve essere stato. Imbocca perciò questa strada sbagliata e la percorre con sicumera, soddisfatto della sua scelta. Tutte le nostre critiche al suo lavoro, che sono state ora pubblicate da Archaeometry, le conoscevate già perché erano nell’articolo di agosto. Quello che è nuovo riguarda la replica di Moraes alle nostre critiche.
Ecco cosa afferma nell’abstract: «La risposta ai commenti di Casabianca et al. (2025) mira a chiarire equivoci interpretativi e a riaffermare la coerenza metodologica dello studio Image Formation on the Holy Shroud—A Digital 3D Approach. Le critiche presentate ignorano l'ambito dichiarato della ricerca, di natura strettamente metodologica, incentrato sulla valutazione della deformazione morfologica nella proiezione del corpo sul tessuto. L'uso esclusivo della regione frontale, la scelta delle fonti visive e la contestualizzazione storica basata sulle effigi tombali sono coerenti con l'obiettivo proposto e trovano riscontro in studi precedenti. La risposta sottolinea la trasparenza dei dati, la replicabilità dell'esperimento e la legittimità dell'approccio scientifico adottato, confutando le accuse di difetti concettuali o storici».
Niente da fare, Moraes persiste nella sua scelta di ignorare gli studi altrui, ma in realtà con un distinguo non da poco: scarta quelli che sostengono l’autenticità della Sindone e valuta quelli che la negano. Si riferisce a questo quando scrive che le sue scelte “trovano riscontro in studi precedenti”.
Però va anche oltre: cerca di confondere il lettore con citazioni parziali, usate distorcendone il significato.
Ecco un esempio. Nella sua replica scrive a proposito della «affermazione comunemente condivisa secondo cui gli studi dello Shroud of Turin Research Project (STURP) avrebbero indicato che l'immagine non proveniva dalla pigmentazione; tuttavia secondo Heller e Adler (1981), che facevano parte del gruppo: "Va notato che, sebbene tutti gli altri gli altri test organici siano negativi, ciò non esclude la possibilità che alcune di queste sostanze possano essere state presenti sul tessuto in passato e essere state eliminate nel tempo attraverso ossidazione, degradazione, ecc."».
In questo modo Moraes fa credere al lettore che Heller e Adler nel loro articolo ammettano che l’immagine possa essere stata formata da pigmenti poi perduti nel tempo. Dunque sarebbe un’immagine fabbricata ad arte.
Ma vediamo invece come prosegue il testo di Heller e Adler: «Ad esempio, la possibile presenza di grassi o oli è stata verificata applicando i reagenti standard allo iodio (Ibr, ICl) di Hanus e Wij. Si è riscontrato che soluzioni diluite di tale agente non venivano rilasciate dalle fibrille gialle, dimostrando che gli acidi grassi insaturi non sono attualmente presenti sulle fibrille. Ciò non esclude la loro possibile presenza passata e la perdita attraverso lenta perossidazione. Ciò si applicherebbe anche a tracce di Saponaria».
Heller e Adler cercavano grassi, oli e saponaria perché stavano verificando l’ipotesi che l’immagine fosse stata provocata dal sudore del corpo e dai profumi in soluzione oleosa con cui poteva essere stata trattato il cadavere o la Sindone. Non un pigmento di un artista.
Ma Moraes è talmente sfacciato che cerca di citare a sproposito persino gli autori (Casabianca, Marinelli, Pernagallo e Torrisi) della smentita del radiocarbonio pubblicata su Archaeometry nel 2019. Infatti scrive: «In relazione allo studio al carbonio-14 che gli autori criticano e autoreferenziano, un passaggio da loro scritto (Casabianca et al. 2019) chiarisce molto bene che la datazione effettuata negli anni '80 non dovrebbe essere scartata: "I nostri risultati statistici non implicano che l'ipotesi medievale sull'età del campione analizzato debba essere esclusa"».
Con questo, Moraes vuol far credere al lettore che noi alla fine ammettiamo che la Sindone è medievale.
Anche qui, vediamo però il contesto e il significato della nostra affermazione. Stiamo parlando non di tutta la Sindone, ma del campione analizzato. Un campione di soli tre centimetri che risulta medievale perché rammendato e inquinato, con una differenza di circa 150 anni da un lato all’altro. Scriviamo anche: «Questa variabilità delle datazioni al radiocarbonio di Nature in pochi centimetri, se estrapolata linearmente al lato opposto della Sindone porterebbe a una datazione nel futuro». E concludiamo: «Le misurazioni effettuate dai tre laboratori sul campione della Sindone di Torino soffrono di una mancanza di precisione che pregiudica seriamente l'affidabilità al 95% dell’intervallo 1260–1390 d.C. Le analisi statistiche, corroborate dal materiale estraneo rilevato dai laboratori, mostrano la necessità di una nuova datazione al radiocarbonio per calcolare un nuovo intervallo affidabile. Questo nuovo test richiede, in una ricerca interdisciplinare, un protocollo robusto. Senza questa rianalisi, non è possibile affermare che la datazione al radiocarbonio del 1988 fornisca "la prova definitiva" che l'intervallo di età sia preciso e rappresentativo dell'intero tessuto».
Il maldestro e penoso tentativo di Moraes, che tenta di giustificarsi senza alcuna onestà scientifica, rende ancora più inconsistente la sua pretesa di dimostrare falsa la Sindone. Non è il primo e non sarà l’ultimo. La Sindone dà fastidio a chi vuole liberarsi di quella scomoda presenza che interroga e sconvolge chi non vuole ammettere la sua autenticità per non incontrare Cristo nella sua vita.
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