Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Santi protomartiri francescani a cura di Ermes Dovico
concettualismo

Confessionarium, l'arte di provocare senza comunicare

Ascolta la versione audio dell'articolo

Dal confessionale in plexiglass di Alicia Framis esposto al Maxxi di Roma traspare soprattutto l'inadeguatezza di certe operazioni artistiche. E quando manca la creatività si sputa sulla religione, ma sempre e solo quella cattolica.

Editoriali 16_01_2026

Installazione Confessionarium dell’artista Alicia Framis visitabile al Maxxi di Roma. Si tratta di un confessionale in plexiglass completamente trasparente. In alcuni momenti potrete trovare anche un attore che con tanto di talare e stola viola impersona un sacerdote, Don Enrique, disposto ad impartire un’assoluzione laica, quindi finta, ai vostri peccati, che invece sono veri. L’opera è così presentata: «Una cabina di confessione trasparente che rende visibili dall’esterno i penitenti, invitando alla riflessione pubblica sulla trasparenza nella società. L’artista mette in discussione la sacralità del confessionale, spazio chiuso e riservato, trasformandolo in un luogo pubblico di totale esposizione».

Riflettiamo su due temi: il come dell’arte, ossia l’incomunicabilità di buona parte dell’arte contemporanea, e il che cosa dell’arte, ossia la natura del contenuto di quest’ultima. In primis l’opera Confessionarium ripropone un’aporia tipica dell’arte odierna: l’incapacità espressiva. Facciamo un esempio di fantasia. L’artista Thomas Von Sthölten ha realizzato un’opera dal titolo Chiodo. Si tratta di un semplice chiodo infisso in una parete. Nella presentazione dell'opera possiamo leggere: «Chiodo vuole rappresentare la fissità dell’esistenza umana che mai muta e che, per tal motivo, rimane sola, isolata, irrelata, perché solo il dinamismo è vitale, solo il progresso e la mutazione portano ad una salvifica evoluzione. L’opera è altresì una denuncia del fissismo dogmatico che pervade i nostri tempi in cui sempre più si registrano posizioni ideologiche rigide, apodittiche, arroccate su sicurezze inscalfibili. Il chiodo delle discriminazioni, delle certezze granitiche delle dottrine religiose, delle verità urlate e muscolari è un chiodo conficcato nella coscienza collettiva che ci provoca dolore e disperazione». Domanda: un chiodo piantato in una parete è capace di trasmettere tutto ciò? No. Infatti la descrizione poteva esprimere concetti diametralmente opposti a quelli indicati e nessuno avrebbe obiettato nulla. Il confessionale in plastica trasparente della Framis richiama con forza il tema della trasparenza nella società? No. Tanto è vero che nessuno che ha visto questa installazione avrebbe mai indovinato le intenzioni dell’artista se non grazie alla spiegazione della stessa, che risulta essere più importante dell’opera medesima.

L’arte contemporanea spesso, ma non sempre, si caratterizza non per la sua cripticità, ma per la sua inadeguatezza ad essere strumento che veicola il pensiero dell’artista. Ed infatti occorrono manuali di spiegazioni per dire quello che invece dovrebbe dire l’opera stessa. Chiamasi concettualismo. Gli artisti oggi sono più pseudo-filosofi o pseudo-sociologi che artisti. Una volta accadeva l’opposto: il capolavoro era tale perché era talmente ricco di significati magistralmente espressi dall’opera medesima che la descrizione dello stesso ne sminuiva spesso la portata. L’opera eccedeva la capacità descrittiva. Contenuti così ineffabili che erano necessari, appunto, il pennello e lo scappello per comunicarli.

L’incapacità di comunicazione deriva almeno da due fattori: la mancanza di talento degli artisti e la mancanza di codici linguistici condivisi. In merito al primo aspetto la mancanza di talento significa mancanza di idee alte e/o mancanza di capacità tecniche atte ad esprimere queste idee, sempre che esistano. Ecco spiegato perché gli artisti o presunti tali si rifugino spesso in opere pornografiche o che insultano la religione o semplicemente scioccanti con il loro cattivo gusto o meramente provocatorie (pensiamo alla banana di Cattelan), opere in genere più inclini al vetrinismo che all’arte. In merito al secondo aspetto, i codici semantici non sono più condivisi dai fruitori perchè la grammatica dell'autore è personalissima, è una lingua esclusiva che non è quella del fruitore, non è universale – come è stata ad esempio l'arte classica – perchè non è naturale, non riesce a toccare le corde naturali del cuore umano. L’arte è una missiva scritta con un alfabeto sconosciuto.

Analizziamo ora il tema del contenuto che l’artista vorrebbe esprimere rifacendoci all’installazione della Framis. Innanzitutto l’opera ha come tema la confessione, non il confessionale. Non stiamo ammirando una riproposizione moderna della struttura di un confessionale, ma una riflessione artistica sul concetto di confessione. Da una parte questo concetto è messo in relazione con la trasparenza nella società. Si intuisce che l’intento dell’artista era quello di accostare la caratteristica della segretezza della confessione, intesa in senso negativo, con l’auspicata maggiore trasparenza dei rapporti sociali. Un gioco di contrasti ovviamente tutto racchiuso nella testa della signora Framis. Da qui l’idea di rendere trasparente, quindi buono, un luogo cattivo che è tale perchè deputato a conservare segreti ingiustamente inconfessabili alla gente, ma confessabili al sacerdote. Naturalmente non si capisce bene in che termini la società dovrebbe diventare più trasparente: rapporti personali più genuini? Meno privacy quando invece tutti la invocano? E poi, verrebbe da dire, questa società è in realtà così trasparente che sui social tutti esibiscono tutto, tanto che la società più che trasparente è nuda.

Un secondo contenuto che l’artista avrebbe voluto comunicare è la messa in discussione della sacralità del confessionale, in realtà della confessione. Si ritorna alla riflessione di prima: quando la creatività latita si ripiega sputando sulla religione cattolica (mai che si metta in discussione ad esempio la sacralità del pellegrinaggio alla Mecca). È solo un escamotage per fini pubblicitari, un trucchetto per attirare l’attenzione e per far parlare di sé. A tal proposito paradigmatica la scelta di piazzare un attore vestito da prete in questa scatola trasparente. È il solito e frusto tema della provocazione. Ma se l’arte avesse questo fine qualsiasi maniaco che andasse in giro nudo per la città sarebbe un artista.

Noi volutamente cadiamo nel trucchetto e facciamo il gioco dell’artista rispondendo alla provocazione: la confessione è un sacramento e dunque si deve rispettare la sua natura sacra. L’arte può trattare questo tema ma non snaturandolo. Di contro Confessionarium, in modo pretestuoso come abbiamo visto, critica la segretezza della confessione, indispensabile invece affinché il penitente possa vuotare il sacco completamente, certo che quello che dirà al confessore rimarrà tra lui, il sacerdote e Dio. Ma, come abbiamo già appuntato, alla Framis molto probabilmente non importa molto se la confessione sia segreta o pubblica. È solo un pretesto per partorire un’idea provocatrice.

Ultimo commento. Il fine proprio dell’arte è quello di comunicare il bello, non quello di diventare strumento politico o sociologico. Queste possono essere altre finalità, ma accessorie, aggiuntive, puri corollari di un’opera che prima di tutto deve essere estetica. E non patetica.



il caso

La banana di Cattelan non è arte, ma un business

La banana di Cattelan non è arte, è solo un prodotto che vale molto non per la qualità, ma a motivo dell’autore. Tutto questo ci dice che l’arte non ha nulla a che fare con questa banana, bensì c’entrano solo gli affari. L’arte è la comunicazione del bello ed invece quella banana è solo un prodotto di lusso.

Napoli

Il “Pulcinella” fallico, la volgarità spacciata per arte

14_10_2024 Francesco Mori

A firma di Gaetano Pesce, “Tu si’ na cosa grande”, presentata come un simbolico Pulcinella, appare come un pene in erezione. L’opera - che non pubblichiamo per scelta - è emblema di tanta arte “rivoluzionaria” contemporanea, povera di contenuti (ma costosissima), che sa far parlare di sé solo per la volgarità.

vilipendio

Amica Chips, uno spot sulla libertà di offendere i cattolici

Dileggiare l'Eucaristia per vendere patatine: una parodia della fede cattolica che mai riserverebbero ad altre religioni. Verso le quali prevalgono invece tolleranza... e vigliaccheria.

Da spazio sacro a contenitore

Nel nome dell'arte in chiesa entrano anche le mutande

Biancheria intima (di marmo) tra le navate di San Fantin a Venezia. Simbolo della spoliazione e dell'umiliazione dei prigionieri, spiegano i curatori. Ma davvero tutto è concesso in un luogo di culto?

Irrispettoso sarà lei

Arte "sacra" a Carpi: la provocazione conta più della Verità

La diocesi di Carpi difende a spada tratta le discusse opere di Saltini: né blasfeme né dissacranti, e chi lo dice è mosso da "pregiudizi irrispettosi". Ma i cattolici potranno almeno chiedere conto di come vengono raffigurati Cristo e la Madonna?

carpi

Una mostra blasfema nella chiesa del vescovo. E la chiamano arte

04_03_2024 Andrea Zambrano

Nella chiesa del museo diocesano di Carpi una mostra di un artista locale suscita reazioni indignate: blasfemi i quadri con Gesù, la Madonna e la Maddalena. La Bussola ha visto le opere, la guida ammette la provocazione. Ma c'è l'inganno dei curatori diocesani che spacciano per arte sacra dei sacrilegi. Il vescovo Castellucci dovrà risponderne.

AUSTRIA

Il cuore di maiale in chiesa, la blasfemia venduta per arte

20_03_2023 Luisella Scrosati

Monsignor Glettler, vescovo di Innsbruck, fa esporre sopra l’altare maggiore di una chiesa la gigantografia di un cuore di maiale, pare avvolta da un condom. E gli orrori, spacciati per arte, nella diocesi austriaca sono molti altri. Cresce il malcontento tra i fedeli. Eppure il vescovo resta impunito.