• RETROSCENA

Con Futuro e Libertà Fini è già al bivio

La clamorosa divisione tra i finiani nasconde due scelte strategiche molto diverse se non inconciliabili. Ed è subito crisi d'identità.

gianfranco fini
La politica, in questi giorni turbolenti della vita della Repubblica, non è determinata soltanto dal caso Ruby e dal rinvio a giudizio con rito immediato del premier Berlusconi. Proprio in queste ore, infatti, si sta svolgendo una partita importante all’interno del nuovo partito politico, Futuro e libertà, fondato dal presidente della Camera Gianfranco Fini con una pattuglia di fuoriusciti dal Pdl.

Lo scorso fine settimana si è tenuto a Milano il congresso fondativo, ma non tutto è filato liscio.
I giornali e le Tv hanno dato infatti molto spazio al dibattito interno in corso nel gruppo finiano, dopo che il leader aveva designato Italo Bocchino quale vicepresidente del partito, di fatto mortificando la componente più moderata, rappresentata da Adolfo Urso e Pasquale Viespoli.

La dialettica tra falchi e colombe è destinata a non esaurirsi in fretta, anche perché, al contrario di ciò che si potrebbe pensare a prima vista, non si tratta – o non si tratta soltanto – di una questione di poltrone e di visibilità (elementi che interessano e sono sempre interessati molto alla politica di ieri e di oggi).

Il motivo del contendere, è, infatti, un po’ più profondo. Non è un caso, infatti, se durante il congresso fondativo non si sono fatti discorsi chiari e inequivocabili sulle possibili future alleanze elettorali. Fini, insieme a Casini e Rutelli, aveva lavorato per la costituzione del famoso terzo polo centrista, che però non sembra destinato ad avere grandi prospettive, e che in ogni caso vedrebbe inevitabilmente protagonista un centrista vero, per vocazione e per storia politica, come il leader Udc.

Qual è dunque il vero motivo del contendere? I cosiddetti falchi, rappresentati da Bocchino e da Granata, ritengono necessario, anzi imprescindibile togliere di mezzo Berlusconi e per far questo sono disposti a un’alleanza anche con il Pd, per dar vita a una sorta di «comitato di liberazione nazionale», per poi potersi nuovamente dividere e confrontare con diversi progetti e programmi di governo.

Le cosiddette colombe, come Urso e Viespoli, ritengono irrinunciabile la collocazione elettorale del Fli nel centrodestra e dunque non vogliono aderire in alcun modo al «comitato di liberazione nazionale», pur ritenendo ormai al capolinea l’esperienza berlusconiana.

Fini si trova dunque a dover mediare tra queste due anime del partito. Quella che fa capo al gruppo di giovani pensatori di Farefuturo, i quali ritengono caduti tutti i vecchi muri di separazione ideologici e sono disposti ad alleanze più ampie e strasversali. E quella che invece considera non negoziabile l’ancoraggio nel centrodestra. Il presidente della Camera ha giocato il tutto per tutto in questa nuova impresa, venendo meno anche all’imparzialità che dovrebbe essere caratteristica della terza carica dello Stato: ha creduto di poter far cadere il governo lo scorso dicembre, ma non c’è riuscito. Ora ha fondato un nuovo partito che però nasce già con una crisi d’identità.

Dona Ora