Cina, Russia e India non trovano la quadra. Sono tradizioni troppo diverse
La Shanghai Cooperation Organization, che si è riunita all'inizio del mese, cerca di trovare il suo ruolo di antagonista dell'Occidente, in un mondo multipolare. Ma le tradizioni di Cina, Russia e India sono troppo diverse fra loro. E i loro interessi non si incontrano nel lungo periodo.
Dal 31 agosto al 1° settembre la città di Biškek, capitale della repubblica centroasiatica del Kirghizistan, è stata protagonista di un evento storico. La sala congressi Yrys Ordo, parte del monumentale complesso in stile neoclassico inaugurato il 24 agosto dal presidente Sadyr Japarov, ha ospitato i capi di Stato dei dieci Paesi membri della Shanghai Cooperation Organisation (SCO).
Alcune tra le più grandi economie del mondo come la Cina, l’India e la Russia si sono ritrovate per la quinta volta in questa repubblica caratterizzata in gran parte dai rilievi montuosi e dai paesaggi incontaminati. Particolarmente emblematico è apparso il motto scelto per l’occasione: «Insieme per una pace, uno sviluppo e una prosperità sostenibili». Valori fondanti di «pezzi» di mondo che fanno dell’alternativa all’Occidente la loro ragion d’essere, senza però avere un’idea comune di pace, sviluppo e prosperità.
Dal punto di vista russo, questi valori si traducono operativamente in tre direttrici fondamentali, che prevedono: l’annessione dei territori ucraini attualmente occupati, il mantenimento dell’influenza nella regione centroasiatica e in Oriente (in quest’ottica si inserisce la visita ufficiale del presidente Putin alle isole Curili il 13 agosto, un territorio conteso con il Giappone da oltre sessant’anni), la diversificazione dei flussi energetici e il consolidamento dell’alleanza con la Cina (attraverso la costruzione del secondo gasdotto tra i due Paesi, ribattezzato Power of Baikal).
Da parte sua la Cina, per bocca del presidente Xi Jinping, ha lodato il forum come momento d’incontro e di libera discussione tra Stati che credono in un ordine mondiale multipolare, considerato un «trend» irreversibile. La strategia cinese mira a ottenere un consolidamento dei rapporti con gli Stati centroasiatici (la Belt and Road Initiative inaugurata nel 2013 resta ad oggi il più imponente piano infrastrutturale cinese dell’ultimo decennio); una progressiva riappacificazione dei rapporti con Nuova Delhi, impegnata con Pechino in una contesa territoriale che dura dal 1962; una riaffermazione del proprio ruolo di potenza mediatrice e di argine economico e militare agli Stati Uniti.
Una «linea di faglia», quest’ultima, che stride con gli interessi e la postura dell’India. Probabilmente l’aspetto che ha sorpreso di più durante il vertice di Biškek sono state proprio le parole del primo ministro indiano. Parlando del conflitto russo-ucraino alla presenza di Putin, Modi ha affermato che «bisogna passare dalla guerra senza fine alla fine della guerra, alla fine delle ostilità». Fine delle ostilità che nella tradizione politica indiana, così come in quella cinese, raramente si tramuta in atti di forza, in minacce ritorsive, scommettendo piuttosto sulla forza del dialogo e sulla persuasione commerciale.
Si spiegano così le apparenti «contraddizioni» dell’India, che ha sempre continuato ad acquistare petrolio russo nonostante l’embargo occidentale e che ha un importante disavanzo commerciale con Pechino nonostante le fibrillazioni sul confine; ma che, al contempo, resta un solido interlocutore degli Stati Uniti e una pedina fondamentale dell’Occidente nell’Indo-pacifico (ricordiamo che Nuova Delhi è membro del Quadrilateral Security Dialogue, QSD).
Quando si assiste a uno scenario così complesso, a tratti caotico, è difficile non scorgere in filigrana la natura degli «interessi» in gioco, ossia le «idee» di ciascun attore internazionale. Sono queste, più che «rigidi nessi di causa» o «necessità di natura materiale», a determinare la costruzione o la rottura delle relazioni internazionali, come ha ben messo in evidenza il politologo statunitense Alexander Wendt (Teoria sociale della politica internazionale, 2007).
Il punto debole di forum come l’Organizzazione per la cooperazione di Shangai resta proprio l’eterogeneità di tradizioni, idee e prassi politiche dei membri che ne fanno parte. Accomunati dall’intento di costruire un ordine internazionale multipolare e dalla solidarietà verso le nazioni in contrasto con le potenze occidentali, gli Stati membri non hanno mai mostrato la forza né la volontà di schierarsi compattamente a sostegno dei propri alleati più esposti, limitandosi per lo più alle consuete dichiarazioni di facciata.
Ecco allora che l’immagine finale che emerge dal venticinquesimo incontro del Gruppo di Shanghai si tinge di colori sfumati, con la Federazione Russa in bilico tra ostentazione di forza e necessità di diversificare energie e attrarre investimenti; possibilmente trovando alternative alla Cina, che però non sembrano esservi al momento. Elemento di cui Pechino è consapevole e che gli restituisce un primato geopolitico e una posizione di forza nei confronti di Mosca da non sottovalutare. Così come non sono da sottovalutare, tra strette di mano e scambi di sorrisi, le parole di Modi nei confronti della guerra russo-ucraina.
Probabilmente il primo ministro indiano si è sentito in dovere di pronunciare parole ferme e stentoree alla presenza del presidente Putin anche in virtù del fatto che da agosto la Russia ha iniziato a importare carburante dall’India. Gli attacchi ucraini dei mesi scorsi alle infrastrutture petrolifere russe hanno infatti provocato carenze di carburante in tutto il Paese, costringendo Mosca a rivolgersi a Nuova Delhi, visto anche gli effetti scaturiti dal blocco dello stretto di Hormuz.
Ciò che è sicuro è che le situazioni di conflitto aperte su più fronti non facilitano la comprensione dei contesti, rendendo difficile l’elaborazione di strategie che favoriscano prospettive di dialogo e la risoluzione delle controversie attualmente in corso.


