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ORTODOSSIA

Chiesa di guerra: l'uso di reliquie e icone nella Russia di Putin

Il Patriarcato di Mosca fa la sua parte, nelle elezioni e in guerra. Le icone e le reliquie dei santi ortodossi sono portate fin sul fronte ucraino, nonostante i rischi. Ma così la Chiesa si riduce a braccio spirituale del potere politico.

Libertà religiosa 26_09_2026
Mosca, ostensione delle reliquie di Dmitrij Donskoj (AP)

Le elezioni per il rinnovo della Duma si sono concluse con il prevedibile trionfo di Russia Unita, il partito di governo, che ha guadagnato 31 seggi rispetto alla precedente consultazione. Con 355 deputati su 550, Russia Unita non avrà alcun problema a far funzionare la Duma secondo quanto determinato da Vladimir Putin.

In concomitanza con le giornate di voto, il Patriarcato ha organizzato l’ostensione, nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, di alcune preziose reliquie come quelle di san Spiridione di Trimitonte con code stimate intorno alle sette ore. Il fenomeno del pellegrinaggio dei russi alle reliquie non è nuovo. Nell’estate del 2017 il tempo di attesa per visitare le reliquie di san Nicola fu di 14 ore, ma il record, sinora imbattuto, è quello per venerare la Cintura della Santa Madre di Dio, nel gelido novembre 2011, con attese che, in alcuni giorni, sono state anche di 26 ore. Tutto questo contrasta con la frequenza fisica dei russi alle divine liturgie, anche per Natale e Pasqua, dove i fedeli presenti non sono mai oltre il 3% della popolazione. 

Ma la venerazione esiste, nel popolo russo, da secoli e ha sempre avuto effetti notevoli sul morale, specie dei combattenti. In una delle sequenze più commoventi e grandiose di un capolavoro del cinema sovietico come “Guerra e Pace” di Sergej Bondarciuk, si può vedere l’icona della Vergine di Smolensk portata in processione davanti a soldati e contadini alla vigilia della grande battaglia di Borodino (7 settembre 1812).

Se a un occidentale moderno abbinare la Fede alla guerra può destare sconcerto, va ricordato che nel mondo ortodosso nulla è escluso dall’amore di Dio per l’uomo, in ogni suo aspetto e ambito. Nella splendida liturgia bizantina (comune alle chiese ortodosse come a quella greco-cattolica perché anteriore allo scisma del 1054) si prega, tra gli altri per “i viandanti, i malati e i sofferenti” per una “morte senza dolore e senza rimorso e una valida difesa davanti al tremendo tribunale di Cristo” e anche “per le autorità nostre e per tutto l’esercito” rafforzando l’invocazione con il segno di croce.

Questa tradizione, oggi, viene sfruttata a fini politici per rafforzare il consenso alle autorità, divulgando una lettura patriottica della Fede e utilizzando icone e reliquie senza alcuno scrupolo per la loro conservazione.

Una prova è la vicenda della famosa icona della Trinità di Andrej Rubljov che ha dovuto, paradossalmente, la propria salvezza all’essere stata trasferita nel museo Tretjakov durante il comunismo ateo e ivi custodita con ogni cura a partire dal 1929. Tre anni fa, in dispregio dei pareri di tutti gli specialisti, Putin e il patriarca Kirill decisero di riportare l’icona nel monastero di San Sergio di Radonez perché fosse nuovamente adibita al culto.

L’iniziativa non era, di per sé, errata perché l’icona non è propriamente un dipinto. Non si può venerare un quadro a soggetto religioso di Raffaello o di Leonardo mentre si può farlo con un’icona, in forza di quella “prospettiva rovesciata” che la rende, secondo la definizione di padre Pavel Florenskij «una finestra nella nostra realtà dalla quale si vedono gli altri mondi. È una breccia nell’esistenza terrena dalla quale irrompono le correnti dall’altro mondo, nutrendola e rinvigorendola». Se, tuttavia, il prezzo della devozione deve essere quello di distruggere un’opera così importante, il tutto dovrebbe essere riconsiderato. L’icona della Trinità è stata posta a Radonez in un ambiente molto più caldo e umido di quello del museo e la climatizzazione si è ripetutamente guastata. Oggi le condizioni del quadro risultano “critiche” come riporta il sito di opposizione Meduza. Secondo gli esperti “l’icona sta morendo“.  Il 14 settembre scorso il Ministero della cultura è intervenuto, e il dipinto è stato rimosso per salvarlo dalla distruzione.

L’utilizzo del sacro a fini politici e militari data ormai da diversi anni, almeno dal 2023 quando una copia dell’icona del Cristo Acheropita (“non dipinta da mano d’uomo”) venne portata in prima linea. 

La stessa sorte è toccata anche alle reliquie dei santi come accaduto ad alcuni resti di Santa Matrona di Mosca, contenuti in un reliquiario che andò distrutto in un bombardamento ucraino nel corso del 2025. Il Ministero della Difesa russo ha ordinato di portare in prima linea anche alcune reliquie del principe Aleksandr Nevskij, canonizzato dalla chiesa ortodossa fin dal XVI Secolo e glorificato dall’omonimo film di Sergej Eisenstein in epoca staliniana. L’obbiettivo era quello di risollevare il morale dei soldati con un servizio religioso pianificato per superare la penuria di carburante nel Donbass e in tutta la Russia. Durante il tragitto il camion che trasportava il reliquiario è stato colpito e distrutto da diversi droni con la morte di tre militari.

Nemmeno questo esito infausto ha fermato il governo russo che, in questi giorni, ha proceduto all’esumazione dei resti del granduca di Mosca Dimitrj Donskoj. A parte l’aura miracolistica che ha caratterizzato l’operazione, la tomba del principe era conosciuta da molto tempo, ma nessuno aveva proceduto all’esumazione. Anche il granduca Dimitrj è considerato un padre della Russia in quanto vittorioso contro i tatari nella battaglia di Kulikovo dell’8 settembre 1380. Da quell’episodio ha origine la narrazione ufficiale per cui i russi si sono ribellati al giogo tataro e hanno liberato la Russia dallo straniero.

In realtà le cose sono andate in modo diverso. Nel 1240 i mongoli rasero al suolo Kyiv, di gran lunga la città più importante mentre Novgorod e, più tardi Mosca, divennero vassalli dei mongoli ed esattori delle tasse che questi imponevano agli altri russi: a dirla breve, collaborazionisti dell’occupante. La battaglia di Kulikovo fu la ribellione di un vassallo (Dimitrij) al proprio signore per una lite sull’assegnazione della città di Vladimir. Come acutamente nota lo storico Mark Galeotti, l’obbiettivo di Dimitrij «non era quello di liberare la Russia ma, piuttosto quella di sfruttare la debolezza di Mamai (il khan tataro) per affermare la crescita di Mosca, usarla per consolidare il suo controllo sulla Rus’ e, in un colpo solo, cessare di essere una dinastia di collaborazionisti nel diventare padre della patria».

La battaglia fu effettivamente molto sanguinosa e fu una grande vittoria, ma tutt’altro che definitiva tanto che la dominazione tatara cessò solo nel 1480. Inoltre, nonostante la canonizzazione del 1988, Dimitrij fu in pessimi rapporti sia col clero che coi principati vicini a Mosca che da lui vennero aggrediti e devastati.

Ciò non vale a demitizzare l’evento. Gli studenti universitari e delle scuole regionali vengono portati a Kulikovo per gareggiare in giochi che prevedono il tiro al bersaglio col fucile, l’uso di metal detector, corse a ostacoli, marce di 10 km e quiz sulla storia russa, diventando un test per i “futuri difensori della Madrepatria”.

La sorte delle reliquie finora inviate al fronte non ha distolto Putin dal celebrare il ritrovamento dei resti e di inviare la mano destra di Dimitrj in guerra, complice il Patriarcato che ha diffuso questa nota: «Il santo comandante sta andando dove il destino della madrepatria si decide oggi, così che possa invisibilmente prendere il suo posto in battaglia assieme ai suoi difensori».

In un teatro di guerra dove i droni, dell’una e dell’altra parte, devastano le linee di comunicazioni avversarie il destino della mano di Dimitrj appare ormai segnato, ma non è questo il punto più grave e importante. Se il patriarca Kirill è il “chierichetto di Putin” (cit. papa Francesco) lo spettacolo dei pastori protestanti che benedicono Trump è altrettanto imbarazzante: e fa considerare come papa Leone XIV sia l’esito di una battaglia bimillenaria della Chiesa cattolica per salvaguardare la propria indipendenza dai potenti di questo mondo.