Chi sono gli Houthi, gli sciiti che bloccano le nostre rotte
Guerriglieri sciiti dello Yemen, alleati di ferro dell'Iran, gli Houthi si sono forgiati in 22 anni di guerre civili e ora controllano le rotte del Mar Rosso, proprio mentre l'Iran blocca il Golfo.
Se si osserva il mappamondo, si fa fatica a scorgere lo stretto di Bab el-Mandeb. Se però si aiuta l’ignaro osservatore dicendogli che esso si trova nel punto d’intersezione tra il Mar Rosso e il golfo di Aden, ecco allora che luogo, dimensioni e importanza iniziano a prendere una certa consistenza. E non può dunque lasciare indifferenti la notizia che il movimento degli Houthi il 12 settembre abbia occupato l’isola di Perim, ovvero un lembo di terra che presidia lo stretto di Bab el-Mandeb.
Per comprendere l’importanza di questo stretto, basti pensare che pur essendo largo appena 16 km, costituisce il passaggio obbligato per ogni nave che attraversa il canale di Suez. I collegamenti tra Europa e Asia sono possibili grazie a questa «porta delle lacrime» (così recita il nome dello Stretto tradotto dall’arabo), che simbolicamente testimonia la dolorosa separazione che segnò in origine il destino dei due continenti. Il 12% dei commerci mondiali passa da questa striscia d’acqua stretta tra Gibuti, Eritrea e Yemen, che mette in comunicazione il canale di Suez con l’Oceano indiano.
Dopo il blocco dello stretto di Hormuz, attuato dalla Repubblica Islamica dell’Iran come atto ritorsivo nei confronti di Stati Uniti e Israele, il Mar Rosso ha assunto ancor più centralità per l’esportazione del petrolio saudita. L’oro nero di Riad ha infatti ripreso a scorrere massicciamente da est verso ovest, in direzione di Yanbu — sulle coste del Mar Rosso — attraverso l’oleodotto Petroline. Ma all’inizio del mese gli attacchi sferrati dagli Houthi, e la recente presa di possesso dello stretto di Bab el-Mandeb, hanno portato il più importante Paese del Golfo a chiudere l’oleodotto e a sospendere le esportazioni.
Osservando lo sviluppo degli eventi è difficile constatare una riuscita, almeno per il momento, della strategia di Washington e Tel Aviv. Come osservavamo tempo fa sulla Nuova Bussola, il primo insegnamento da trarre dal conflitto mediorientale è che «chi controlla le rotte strategiche ha già vinto una guerra a metà, anche nell’era dei droni e dei sistemi d’arma autonomi e, soprattutto, anche se si ha di fronte la più grande potenza globale».
Quest’ultimo aspetto non è da sottovalutare, eppure è proprio ciò su cui si è arenata l’amministrazione statunitense. Difficile ammetterlo, soprattutto se si dà un’occhiata a questi uomini dalla furia cieca, che sfrecciano su pick-up malmessi, con mimetiche raffazzonate, armati con fucili e pistole appartenenti a depositi invecchiati da decenni, ma perennemente in funzione. Gli Houthi però sono profondamente diversi da quello che erano i talebani, anche se l’occhio occidentale a fatica riesce a scorgere delle differenze.
Il gruppo armato yemenita non è semplicemente derubricabile sotto il titolo da giornale: «longa manus di Teheran». Certamente ha rapporti, e anche stretti con la Repubblica islamica, per via del comune credo sciita; ma, oltre ad appartenere ad una corrente teologica specifica (zaydismo), ha dimostrato nel corso del suo recente passato di essere dotato di un pragmatismo non comune, e di sapersi adattare alle situazioni concrete in modo vincente. Nel 2011, ad esempio, gli Houthi seppero cavalcare le proteste antigovernative generate dal movimento delle Primavere arabe, costringendo il presidente Ali Abdullah Saleh, al potere dal 1978, a dimettersi. Saleh, legato a doppio filo con l’Arabia Saudita, rappresentava per gli Houthi un nemico mortale. Tra il 2004 e il 2010 egli promosse ben sei campagne militari per eradicare il gruppo armato dalla provincia settentrionale di Sa’da, luogo d’origine di Hussein Badreddin al-Houthi, fondatore del movimento, ucciso nel 2004 dalle forze armate yemenite. Estromesso dalla presidenza, perse il sostegno di Riad, che appoggiò nel 2012 l’ascesa al potere del suo vice Abd Rabbo Mansur Hadi.
È a questo punto che accade qualcosa di inaspettato. Saleh e gli Houthi decidono infatti di fare fronte comune contro Hadi. Grazie agli arsenali messi a disposizione dall’ex presidente e al controllo del territorio da parte degli Houthi, quest’ultimi nel settembre 2014 entrano nella capitale yemenita, Sana’a, e ne prendono il controllo. Da allora, il Paese è entrato in una spirale di violenza da cui non ne è più uscito. Il conflitto tra Israele e Hamas scoppiato nell’ottobre 2023 ha radicalizzato lo scontro yemenita ed esteso la logica del conflitto su un terreno ancor più intriso di religione e ideologia, allargandone lo spettro a tutta la regione.
Da questo punto di vista, la guerra tra Iran e Stati Uniti-Israele sembra aver galvanizzato il movimento Houthi, convincendolo della necessità di estendere l’offensiva verso le zone costiere del Paese, sulla scorta di quanto fatto da Teheran con il blocco dello stretto di Hormuz. La presa di possesso di punti chiave del Mar Rosso da parte degli Houthi segna uno sviluppo qualitativo nel confronto-scontro con l’Occidente; tanto più perché proviene da un gruppo armato e non da uno Stato, senza dimenticare che sebbene eserciti il controllo di buona parte del territorio yemenita non può essere considerato «immediatamente» come proxy di Teheran, ma sicuramente come un suo alleato strategico.
Il movimento Houthi, come ricordato in precedenza, aderisce allo sciismo zaydita e non a quello duodecimano (come quello iraniano); ancorato a una visione politica di natura rigidamente familiare/tribale, presenta caratteristiche per molti versi simili all’universo sunnita, sia a livello giurisprudenziale che teologico; dello sciismo iraniano adotta invece l’impostazione nazionalista e anti-imperialista.
Visti gli attuali scenari, è realistico che missioni come Aspides — promossa dall’Unione Europea nel febbraio 2024 come «scudo» in difesa delle navi mercantili europee che transitano attraverso il Mar Rosso — vengano rafforzate, in attesa che si giunga a una soluzione negoziale tra Stati Uniti, Houthi e Iran che ad oggi appare ancora lontana, ma tanto più necessaria. Il doppio collo di bottiglia che tiene legati i destini di Hormuz a quelli del Mar Rosso non può infatti durare a lungo. Il rischio di generare una crisi sistemica dei flussi petroliferi e un blocco degli approvvigionamenti energetici globali è altissimo, come altissima è la responsabilità per gli Stati Uniti di gestire al meglio una situazione divenuta drammaticamente insostenibile.

