Chat Control, uno strumento di sorveglianza mascherato di buone intenzioni
L'Unione Europea ha imposto in modo surrettizio il chat control, un metodo di controllo delle nostre conversazioni usato dalle piattaforme digitali. Buono il fine (combattere la pedofilia), pessimo il mezzo.
Mentre l’attenzione pubblica è distratta dalle vacanze estive e dai mondiali di calcio, a Strasburgo è passata quasi sotto silenzio una decisione destinata a cambiare la natura della privacy digitale in Europa. Con un artificio procedurale, il regime “Chat Control 1.0” – che consente alle piattaforme di scansionare i messaggi privati alla ricerca di materiale pedopornografico – è stato prorogato fino al 2028, nonostante una maggioranza di eurodeputati avesse votato contro. È il primo passo di un’infrastruttura di sorveglianza di massa sulle comunicazioni digitali private dei cittadini europei?
Probabilmente sì. Perché si tratta della versione 1.0, mentre sarebbe già pronta, anche se non è ancora approvata una versione 2.0, un programma che si installa direttamente sui nostri cellulari. E che può spiare letteralmente tutto quello che scriviamo, anche i messaggi criptati.
“Protect children, not predators”: così il presidente del Partito Popolare Europeo, Manfred Weber, alla vigilia del voto aveva riassunto su X la posta in gioco. Chi contesta la misura, secondo lo slogan, non vuole “proteggere i bambini” e li lascia in balìa dei “predatori”. Nessuno nega, ovviamente, l’urgenza di combattere la pedopornografia online, ma ciò va contemperato con la tutela del diritto alla privacy e con esigenze di proporzionalità. La preoccupazione è che una volta creato un apparato tecnico capace di scandagliare in massa messaggi e allegati, il confine tra lotta al crimine e sorveglianza strutturale dei cittadini diventi estremamente sottile. La vera questione, per il cittadino europeo, non è quindi se “difendere i minori”, ma quali strumenti stiamo accettando e con quali controlli democratici di tutela.
