• ANNIVERSARIO

Cento anni di Pci: dal sovietismo alla tirannia del moralismo

Il 21 gennaio 1921 sull'onda dell'entusiasmo per la rivoluzione bolscevica nasceva a Livorno il Partito comunista italiano, che per la storia del nostro paese ha avuto un effetto gigantesco e negativo, tuttora ben presente nella forma di un moralismo intollerante.

Palmiro Togliatti e Nilde Iotti

Cento anni fa, nel congresso di Livorno del Partito socialista italiano, si verificava la scissione che dava origine al Partito comunista d'Italia, poi Partito comunista italiano.
Se si guarda a questo avvenimento con un approccio superficialmente fondato su categorie politico-culturali oggi in voga, esso può apparire un evento alieno, accaduto su un pianeta lontano anni luce dai problemi attuali del nostro paese, dell'Occidente, del mondo globalizzato.
Quel clima infuocato, quell'entusiasmo per la rivoluzione bolscevica da poco vittoriosa in Russia, quelle contrapposizioni nella sinistra italiana tra riformisti (sempre più deboli) e rivoluzionari (sempre più estremisti) smaniosi di abbattere gli ordinamenti liberaldemocratici, ci sembrano appartenere ad un'epoca remota quasi incomprensibile.

Eppure, se ci si sforza di individuare i legami che sempre collegano il passato al presente, è facile rendersi conto di quanto l'impetuosa eruzione politica e ideologica del marxismo-leninismo russo abbia aperto un secolo fa nella cultura politica dell'Europa e di quello che allora ancora non chiamavamo Occidente una ferita oggi non ancora rimarginata che ciclicamente dà luogo ancora oggi a nuove infezioni; e come il suo riflesso italiano abbia esercitato un effetto gigantesco, non ancora smaltito, sulla nostra storia nazionale.

L'irrompere del comunismo sulla scena europea, con la sua energia distruttiva, alla fine della Grande Guerra scompaginava gli equilibri precari delle società industrializzate, che il conflitto mondiale aveva già eroso, e poneva a rischio le istituzioni liberaldemocratiche, che erano riuscite faticosamente ad assorbire nel secolo precedente la spinta dei conflitti di classe.
Nei contesti di maggiore instabilità e di minor radicamento di quelle istituzioni la minaccia sovversiva provocava per reazione il coagularsi di ideologie e movimenti politici collettivisti di segno opposto, ispirati a sentimenti nazionalistici e organicistici, la cui contrapposizione frontale con il bolscevismo portava la democrazia al collasso, e sfociava nell'instaurazione di una dittatura: come appunto nel caso dell'Italia, ma anche in quello di Portogallo, Spagna, vari paesi dell'Europa centro-orientale e soprattutto, naturalmente, Germania.
E, a partire dall'Unione Sovietica, imponeva nel mondo industrializzato un modello di modernità alternativo a tutta l'eredità dell'umanesimo europeo, fondato sull'irregimentazione assoluta della società in un progetto di rigenerazione attuato da una minoranza “illuminata” dotata di potere illimitato: un modello dal fascino sinistro e profondo, che ha insistito fin quasi alla fine del Novecento come un riflesso oscuro, e come riferimento di tutti i sensi di colpa, delle società liberaldemocratiche e di mercato.

Nel nostro paese poi, in particolare, lo smottamento sovversivo della cultura socialista ebbe ripercussioni profonde e di lungo periodo. Quello smottamento si connetteva alla transizione incompiuta dalla società agraria a quella industriale, e si caratterizzava come la catalizzazione di una secolare, sorda, violenta conflittualità sociale premoderna. Per tale motivo, esso incarnò a lungo un'aspirazione rabbiosa ma per molti versi inarticolata di plebi che erano rimaste a lungo prive di rappresentanza politica. E la trovarono, nel segno del modello bolscevico, in una classe dirigente partitica di estrazione fondamentalmente intellettuale, con poca dimestichezza con il mondo concreto del lavoro, e una visione “machiavelliana” del potere: espressa, al massimo livello, dal pensiero di Gramsci, e tradotta in prassi dallo spregiudicato realismo togliattiano.

La ferrea organizzazione gerarchica del partito e il collegamento organico con Mosca fecero sì che, durante la dittatura fascista, il Pci si configurasse ben presto come il polo di opposizione clandestina più capillare ed efficiente. E dopo la Seconda guerra mondiale il crollo del regime e la fascinazione della vincitrice neo-superpotenza staliniana presentarono la “macchina” comunista come credibile palingenesi e catarsi di settori importanti della società che aspiravano a cancellare la memoria della propria fedeltà quasi unanimistica a Mussolini e ritrovare la “verginità” politica perduta.

In quel contesto il ruolo decisivo  per la conquista di una posizione di assoluta centralità nel quadro politico italiano del dopoguerra fu giocato dalla combinazione tra la scelta di Togliatti di partecipare alla costruzione delle nuove istituzioni democratiche e la messa in pratica della dottrina gramsciana dell'egemonia culturale: il Pci fu così attore decisivo nella nascita della Costituzione repubblicana, la influenzò con una dose rilevante di proiezione collettivistica mescolata con il cattolicesimo sociale dossettiano, e costruì al contempo una rete formidabile di propaganda ideologica mascherata da cultura “alta” e arte, attraendo con le sirene della sua “catarsi” legioni di intellettuali in cerca di legittimazione.

Fu così che l'Italia repubblicana ebbe una classe di governo per lungo tempo egemonizzata dalla Democrazia cristiana (unica vera rivale dei comunisti in termini di diffusione capillare nella società) ma una cultura – politica e non solo – pesantemente influenzata dal comunismo nella versione italiana gramscian-togliattiana. Un comunismo molto particolare, dagli spigoli dottrinari smussati, innervato dall'eredità storicista, cultore dell'identità nazionale dal Rinascimento alle avanguardie novecentesche, potenziato dall'attenzione agli aspetti “nazional-popolari”. Un mix perfetto per piacere un po' a tutti, e per configurarsi come una sorta di “autobiografia della nazione” in senso positivo, speculare a quello che Gobetti aveva individuato nel fascismo.

La rapida decadenza del modello sovietico - sostituito dalle fascinazioni maoiste, dal terzomondismo, dai ribellismi giovanilistici post-sessantottini – avrebbe progressivamente incrinato questo equilibrio che consentiva al Pci di presentarsi come l'erede della migliore tradizione nazionale, piuttosto che come il pedissequo seguace di un'ideologia totalitaria quale era. Ma di esso avrebbe lasciato intatto un aspetto fondamentale: il moralismo, l'attitudine pedagogica, la presunzione di incarnare l'Italia “migliore”, più colta, più consapevole, più moderna, contro residui oscuri, familistici, gretti che andavano recuperati ad una visione di progresso innanzitutto da un punto di vista di “educazione” alla vita civile.

Tale atteggiamento divenne sempre più evidente man mano che l'ideologia collettivista svaniva. Enrico Berlinguer, in particolare, incarnò perfettamente la mutazione, nella continuità, del comunismo italiano dal baricentro socio-economico a quello etico, attraverso la proclamazione orgogliosa della sua “diversità” e la connotazione degli avversari, per converso, come moralmente impresentabili.
Attraverso quella mutazione la tradizione politica del comunismo italiano riuscì a sopravvivere al crollo del comunismo nel 1989 mimetizzandosi come una “cosa” dal fondamento culturale poco definito, ma dall'aspirazione a presentarsi quale forza di governo “nuova”, “pura” per la società post-guerra fredda.

Saltando a pié pari la lunga diatriba tra riformisti e massimalisti/rivoluzionari, i post-comunisti si ridefinirono come “democratici” genericamente di “sinistra”. E in questa veste ereditavano una parte importante nella dialettica politica del paese grazie alla “rivoluzione giudiziaria” di Mani Pulite – che, guarda caso, sembrava mettere in pratica proprio la loro pretesa di incarnare la virtù contro la presunta “disonestà” degli avversari – e ne adottavano, ed anzi formulavano, l'ideologia giustizialista e neo-giacobina, inclinando la democrazia liberale verso una continua tensione allo “svelamento” dei poteri "oscuri” e “impresentabili”, naturalmente sempre additati in base a un'egemonia culturale accuratamente da loro mantenuta e rinnovata.

Grazie allo stesso meccanismo, il post-comunismo italiano “democratico” si sarebbe configurato - per la sua duttilissima capacità di manipolazione retorica – come l'ambiente ideale per accogliere e far prosperare nel nostro paese il nuovo progressismo proveniente dal mondo anglosassone: il relativismo assolutista politically correct, fondato sul soggettivismo assoluto, sulla “dittatura delle minoranze”, sul dominio della “narrazione”.

L'eredità del gramscismo, decontestualizzata dalle sue radici filosofiche, si è rivelata decisiva per fare della dialettica politica e civile italiana, nel ventunesimo secolo, una tra le più conformiste, moraliste, intolleranti del mondo occidentale: un'intolleranza tanto ferrea, tanto delegittimante e criminalizzatrice verso il “nemico” volta a volta individuato dalla propaganda onnipervasiva (Craxi, Berlusconi, Salvini … ) quanto rivestita di una appiccicosa patina curiale, fintamente conciliatoria: il “buonismo”, incarnato al suo massimo livello dal “ma-anchismo” nazional-popolare di Walter Veltroni.