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Cattolici senza Chiesa, quanti equivoci sul “caso San Pio X”

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C'è chi fa leva sul disastro ecclesiale per dare a Econe il “marchio di cattolicità” e negarlo a Roma. Slogan diffusi dentro e fuori dal web da chi tifa per la Fraternità dimenticando la dottrina tradizionale (e preconciliare!) sui tre vincoli che ci legano alla Chiesa.

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Ecclesia 27_05_2026
Foto tratta da: https://fsspx.news/

C’è un atteggiamento piuttosto preoccupante che serpeggia nel web (e fuori dal web) circa la valutazione della posizione della Fraternità Sacerdotale San Pio X e, in particolare, delle consacrazioni episcopali del prossimo 1° luglio. La legittimazione della FSSPX verrebbe dal disastro ecclesiale: gli incontri di Assisi, la dichiarazione di Abu-Dhabi, le benedizione alle coppie omo, la persecuzione al rito romano antico, la Pachamama, gli abusi liturgici. Tutto fa brodo. E sembra che ad ogni castroneria pronunciata da un vescovo, ad ogni nuova trovata della creatività liturgica, ad ogni frutto avariato del falso ecumenismo diventi sempre più evidente che Lefebvre aveva ragione e che la scelta della Fraternità sia l’unica realisticamente percorribile per conservare la fede.

A questa lettura della situazione se ne accompagna sistematicamente un’altra, che riguarda il “marchio di cattolicità”. La FSSPX, si dice, è cattolica perché ha la vera fede e chi ha la vera fede non può essere scismatico. Non pochi arrivano anche ad affermare che ad essere non cattolica sia “Roma”.
È piuttosto triste e preoccupante constatare come sia andata completamente perduta l’idea squisitamente cattolica di cosa significhi appartenere alla Chiesa e di come ci si distacchi da essa. Si nota ovunque una sovraenfatizzazione, per non dire un’assolutizzazione, del vincolo della “vera fede”, che di fatto ha finito per riassorbire gli altri due. E così i “tradizionalisti” di vecchia e nuova data non riconoscono più l’insegnamento tradizionale (e preconciliare!) sulla Chiesa.

Prendiamo il Catechismo Maggiore di San Pio X, come punto di partenza accettato anche dalla controparte. Al n. 151, il Catechismo illustra gli elementi necessari per appartenere alla Chiesa cattolica: «Per esser membro della Chiesa è necessario esser battezzato, credere e professare la dottrina di Gesù Cristo, partecipare ai medesimi sacramenti, riconoscere il Papa e gli altri legittimi Pastori della Chiesa». Si possono riconoscere, oltre al battesimo, i tre vincoli essenziali che ci legano alla Chiesa e ci fanno entrare nella sua unità e che corrispondono – teniamo bene a mente – ai tre poteri dei pastori della Chiesa, i vescovi: insegnare, santificare, governare. Si è membri della Chiesa perché si corrisponde a questa triplice potestà che Cristo continua ad esercitare nella Chiesa mediante i legittimi pastori. L’unità della Chiesa si fonda pertanto su tre vincoli, non solo sul primo. L’affermazione di don Pagliarani, nella recente Dichiarazione dottrinale, secondo cui l’unità della Chiesa «deriva essenzialmente dall’adesione di tutti i suoi membri all’unica vera fede», conferma questo errore e dimostra l’assolutizzazione della professione della retta dottrina, che finisce per assorbire gli altri due vincoli.
Poco oltre, il Catechismo ricorda che, ad essere fuori dall’unità della Chiesa sono «gli infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati». In particolare, al n. 230, definisce gli scismatici come quei «cristiani che, non negando esplicitamente alcun domma, si separano volontariamente dalla Chiesa di Gesù Cristo, ossia dai legittimi pastori» (corsivo nostro).

Due considerazioni, intimamente legate tra loro. La prima: è piuttosto evidente che la professione della vera fede non è sufficiente per essere membri della Chiesa; la seconda: lo scisma – che è uno dei delitti canonici che separa dall’unità della Chiesa – non richiede necessariamente la negazione di alcun dogma, ma riguarda la volontà di separarsi «dai legittimi pastori». A scanso di equivoci, ricordiamo che lo stesso Catechismo spiega chi siano questi legittimi pastori, ossia «il Romano Pontefice, cioè il Papa, che è il Pastore universale, ed i Vescovi» (n. 152), ovviamente quelli in comunione con lui, perché nella storia sono esistiti molti vescovi ordinati validamente, ma scismatici.

Ora, la rete sembra piena di persone che ritengono, a torto, che uno scismatico debba essere anche eretico, e magari debba avere dei comportamenti moralmente riprovevoli. Insomma, lo scismatico dev’essere per forza brutto e cattivo. Ma non è affatto così. Uno scismatico può essere perfettamente ortodosso, zelante, celebrare meravigliosamente nel rito romano antico eppure essere fuori dalla Chiesa, per la semplice ragione che rifiuta di essere unito ai legittimi pastori. Di fronte a quest’ultima affermazione, c’è una certa quota di persone assolutamente rispettabili, che subito si stracciano le vesti, pensando che questa unione significhi l’approvazione di qualunque cosa questi pastori facciano e dicano. Ma di questo non c’è traccia nell’insegnamento della Chiesa, che non parla affatto di una condivisione di sentimenti, di idee o di intenti. Si tratta, invece, più concretamente, dell’inserimento nella struttura giuridica della Chiesa – elemento imprescindibile della visibilità della Chiesa –, per cui un cattolico non è un apolide, ma appartiene a una diocesi eretta dal Sommo Pontefice (o dal Patriarca), ed un vescovo appartiene al collegio episcopale, cum Petro et sub Petro.

Ecco, la Fraternità rompe la sua comunione con la Chiesa proprio su questo punto così importante: essa rifiuta di essere inserita nella struttura visibile e gerarchica della Chiesa ed è, per questa ragione, scismatica; non esiste un episcopato cattolico al di fuori della comunione gerarchica, anche se i vescovi in questione fossero perfettamente ortodossi nella dottrina. Ed è questo che si continua a non capire.

Quei pochi simpatizzanti della FSSPX che pure ricordano i tre vincoli, finiscono poi per riformularli pro domo loro, stravolgendone il significato. La rivisitazione suona più o meno così: la FSSPX professa la fede cattolica, utilizza dei libri liturgici legittimi, riconosce il papa. Dunque, è cattolica. Si tratta però di un travisamento del senso dei tre vincoli che, come abbiamo ricordato sopra, sono la risposta alle tre potestà che Cristo esercita nella Chiesa, mediante i successori degli Apostoli. Non basta riconoscere il papa e il suo primato in linea di principio, o nominarlo nel Canone (anche i vetero-cattolici, che sono scismatici, lo fanno), ma occorre riconoscere di fatto la gerarchia della Chiesa, sottomettendosi al suo potere di giurisdizione. Sottrarsi abitualmente a questo potere per dar vita ad una realtà del tutto autonoma significa rompere questo vincolo e porsi al di fuori della Chiesa.

Nemmeno è sufficiente utilizzare dei libri liturgici legittimi: i sacramenti ed il santo sacrificio della Messa sono sempre ordinati alla glorificazione di Dio, all’edificazione della Chiesa e alla santificazione delle anime. Questo significa che essi richiedono l’unità cattolica e pertanto la sottomissione al vescovo e/o al papa. Impugnare un Messale contro questa unità è quanto di più contraddittorio possa esistere. Nella Chiesa antica, lo scisma era espresso segnatamente dall’erigere altare contra altare, ossia celebrare e amministrare i sacramenti al di fuori della comunione con il vescovo.

Anche sul primo aspetto, la professione della fede, c’è qualcosa di importante da dire. Perché la fede si esprime non semplicemente nell’adesione a delle dottrine, ma, come dice l’Atto di fede, nel credere «tutto quello che tu [Dio] hai rivelato e la santa Chiesa ci propone a credere». L’atto di fede si porta su quanto la Chiesa ci chiede di credere, chiaramente non in modo indistinto, ma conformemente ai tre gradi con cui il Magistero si esprime (rinviamo al Primo Piano del numero di marzo 2025 de La Bussola mensile). Ora, la FSSPX si ostina a rifiutare la Professio Fidei del 1989, dimostrando così di non credere ciò che la Chiesa propone a credere. Non si tratta di avere delle riserve su alcuni punti dell’insegnamento del Magistero, quando esso non propone insegnamenti definitivi; rifiutando la Professio Fidei la Fraternità respinge quanto la Chiesa chiede a tutti i fedeli di accogliere.

Chi prende la strada della FSSPX spinto dallo sdegno per quanto dobbiamo purtroppo vedere o sentire all’interno della Chiesa dovrebbe ricordare che fuori della Chiesa non c’è salvezza. E la Chiesa è lì dove c’è Pietro e i vescovi ricevuti nella comunione cattolica. La FSSPX non è nella comunione della Chiesa, perché rifiuta la sottomissione ai legittimi pastori, come insegnava proprio San Pio X. Anche se ritiene di avere la dottrina e la Messe “di sempre”.


Il 26 maggio la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha reso noti i nomi dei quattro sacerdoti che il 1° luglio riceveranno la consacrazione episcopale senza mandato pontificio: don Pascal Schreiber, svizzero; don Michael Goldade, statunitense; don Michel Poinsinet de Sivry e don Marc Hanappier, entrambi francesi.
 



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