Caso Ranucci, ne va della credibilità del giornalismo
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Un giornalista può frequentare chi vuole. Basta che la frequentazione di una fonte non ne condizioni l'opera e non ne mini l'indipendenza. Questo è il criterio che andrebbe applicato quando si giudica la frequentazione di Lavitola da parte di Ranucci.
Il caso Ranucci-Lavitola è diventato un giallo nel giallo. Valter Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell'attentato del 16 ottobre 2025 contro la casa del conduttore di Report, ma sostiene di averlo fatto “per il suo bene”: voleva, secondo la sua versione, provocare un rafforzamento della scorta di Ranucci. Una spiegazione che il gip ha giudicato inverosimile e priva di riscontri. Resta dunque aperta la domanda fondamentale: perché Lavitola ordinò davvero quell'attacco?
La Procura continua a considerare anche l'ipotesi che l'attentato fosse collegato al progetto politico coltivato da Lavitola per Ranucci, che avrebbe voluto spingere verso una candidatura e persino verso Palazzo Chigi. Le conversazioni agli atti mostrano infatti che l'ex editore e imprenditore immaginava per il giornalista un futuro politico. Gli investigatori, però, non sostengono che Ranucci fosse a conoscenza del piano: allo stato delle informazioni disponibili, resterebbe la vittima dell'attentato.
Ma proprio qui comincia la questione più interessante per il giornalismo. Perché Ranucci e Lavitola non erano semplicemente un giornalista e una fonte. Erano amici. Ranucci ha raccontato di averlo frequentato assiduamente, anche a casa, e ha sempre sostenuto di non aver mai nascosto il rapporto e che nessuna inchiesta di Report sia stata condizionata da Lavitola.
È una spiegazione legittima, ma non esaurisce il problema. Un giornalista deve poter frequentare le proprie fonti, anche quando sono persone controverse o compromesse. Anzi, spesso è proprio necessario. Ma una cosa è incontrare una fonte per ottenere informazioni, un'altra è costruire con quella fonte un rapporto di amicizia e frequentazione abituale. La libertà di frequentare chiunque non elimina il dovere di preservare la propria indipendenza, né quello di apparire indipendenti agli occhi del pubblico.
È il punto che emerge anche dalle frequentazioni di altri giornalisti con Lavitola. Paolo Mieli, per esempio, ha raccontato con una certa ironia di essere andato al suo ristorante, il Cefalù, soprattutto perché lì si mangiavano bene le vongole e gliele facevano trovare già sgusciate. Ha anche raccontato di avere conosciuto e frequentato Lavitola, descritto come un formidabile cantastorie.
Naturalmente andare a cena da Lavitola non significa essere suoi complici. Sarebbe una conclusione grottesca. Ma proprio la leggerezza con cui queste frequentazioni vengono raccontate dovrebbe indurre a riflettere. Il problema non è la liceità dell'incontro: è la distanza professionale. Un giornalista può parlare con un ministro, un imprenditore indagato, un pregiudicato o un faccendiere. Può persino diventare suo amico. Ma più stretto diventa il rapporto, maggiore deve essere la prudenza nel garantire che quella vicinanza non condizioni il lavoro.
È qui che il ragionamento sviluppato dal professor Roberto Zaccaria merita di essere discusso. L'ex presidente Rai e docente universitario di diritto dell'informazione sostiene, in sostanza, che il giornalista sia libero di frequentare chi vuole per ottenere notizie, mentre il magistrato deve mantenere una maggiore distanza da persone che potrebbe trovarsi a giudicare. La distinzione tra i due ruoli è evidente: il magistrato deve garantire la propria terzietà; il giornalista non esercita una funzione giudiziaria. Ma da ciò non discende che per il giornalista le frequentazioni siano irrilevanti.
Il giornalista risponde infatti a un'altra esigenza: quella dell'indipendenza. La sua credibilità è il capitale professionale fondamentale. Se frequenta assiduamente persone compromesse, corrotte o disoneste, non diventa automaticamente compromesso, corrotto o disonesto. Ma rischia di apparirlo, e questo non è un dettaglio. La fiducia del pubblico si perde anche quando non esiste una prova di condizionamento, ma viene meno la percezione della necessaria distanza.
La stessa regola dovrebbe valere per tutti, senza distinzioni politiche. Ed è qui che si inserisce un'altra polemica: quella sui compensi dei giornalisti di Report. Il quotidiano Il Tempo ha pubblicato dati tratti da un documento riservato, presentandoli come compensi dei collaboratori. I giornalisti di Report hanno contestato quelle cifre e annunciato querele, sostenendo che non rappresenterebbero i loro stipendi netti, ma costi complessivi delle produzioni. Se è così, il problema non è marginale: un costo di produzione non può essere automaticamente trasformato nello stipendio percepito da una persona. Il presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti, Carlo Bartoli, ha criticato la pubblicazione di informazioni riservate e l'ironia sui presunti “lauti compensi” dei giornalisti di Report. È un richiamo importante: la libertà di stampa non coincide con la libertà di pubblicare qualsiasi documento senza verificarne natura, significato e attendibilità.
Ma anche qui il principio deve essere applicato senza doppi standard. Se è giusto pretendere rigore dal quotidiano Il Tempo, è altrettanto giusto pretendere rigore da Report. Se un giornalista denuncia l'opacità del potere, deve accettare che anche il suo lavoro venga sottoposto a controllo. Se pretende dagli altri trasparenza, deve essere disposto a offrire trasparenza.
Gran parte della sinistra continua intanto a difendere Ranucci, denunciando il rischio di un attacco politico al giornalismo d'inchiesta. E una difesa della libertà di stampa è certamente doverosa: un attentato contro un giornalista non può diventare un pretesto per intimidire o censurare il suo lavoro. Ma difendere Report non significa considerarlo immune dalle domande. La Rai stessa ha avviato verifiche interne sulla vicenda e sulla condotta professionale del conduttore.
Il programma, peraltro, resta previsto nella prossima stagione. La questione non è dunque se Ranucci debba essere messo a tacere. È se debba essere considerato, come ogni altro giornalista, responsabile delle proprie scelte professionali. Il punto centrale, alla fine, non è stabilire se fosse lecito mangiare le vongole nel ristorante di Lavitola. Certo che lo era. E non è neppure dimostrare che l'amicizia tra Ranucci e Lavitola abbia condizionato Report: allo stato non c'è questa prova.
Il punto è un altro: quanto può avvicinarsi un giornalista alle proprie fonti prima che la vicinanza diventi un problema di credibilità? La risposta non può essere “quanto vuole”. Il giornalista è libero di frequentare chiunque, ma la libertà di frequentare non lo esonera dal dovere di indipendenza. Non basta non essere condizionati: bisogna anche evitare, quando possibile, situazioni che rendano plausibile il sospetto di esserlo.
Il giallo giudiziario su Lavitola resta aperto: bisognerà capire il vero movente, il ruolo degli altri protagonisti e soprattutto se emergeranno nuovi elementi dal materiale sequestrato e dagli interrogatori. Ma, parallelamente, resta aperta una questione che riguarda l'intera professione giornalistica. Perché il rischio più grande non è che un giornalista conosca un faccendiere. È che, frequentandolo troppo, finisca per considerarlo una persona normale. E che il pubblico, osservando quella vicinanza, finisca per non credere più che chi racconta il potere sia davvero abbastanza lontano da poterlo giudicare.

