Caso Crosetto, da incidente diplomatico a detonatore politico
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Nel pieno della crisi mediorientale in Italia esplodono le critiche delle opposizioni sul ministro della Difesa rimasto bloccato a Dubai. Una vicenda che chiama in causa il ruolo internazionale dell'Italia, alleato fedelissimo degli Usa ma privo di informazioni privilegiate e colto di sorpresa dagli eventi.
Il caso Crosetto esplode nel pieno di una crisi internazionale che intreccia il conflitto mediorientale con gli equilibri già fragili della guerra russo-ucraina e si trasforma rapidamente da incidente diplomatico a detonatore politico interno. Il rientro in Italia del ministro della Difesa Guido Crosetto, rimasto bloccato a Dubai insieme a centinaia di connazionali dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la successiva reazione che ha coinvolto anche gli Emirati Arabi Uniti, non placa ma anzi alimenta le polemiche delle opposizioni, che vedono nella vicenda il simbolo di un’Italia marginale, poco informata e trattata come alleato di seconda fascia da Washington.
Crosetto, rientrato con un volo militare dall’Oman dopo aver percorso via terra circa 500 chilometri fino a Mascate, ha spiegato di aver potuto anticipare il ritorno ma di aver scelto di farlo solo successivamente perché la sua famiglia, rimasta a Dubai, era terrorizzata, e ha ribadito che «nessuno era stato avvisato, non solo noi», sostenendo che le informazioni disponibili non lasciavano presagire un attacco di quella portata e che la Difesa italiana non si è certo fermata per la sua temporanea assenza fisica dall’ufficio.
Eppure proprio questa linea difensiva diventa benzina sul fuoco di chi, dalle file del Movimento 5 Stelle, annuncia un’interrogazione parlamentare e arriva a invocarne le dimissioni, con il vicepresidente Stefano Patuanelli che parla di questione non personale ma istituzionale, sollevando dubbi sul livello di informazione preventiva del governo, sul coordinamento con gli alleati e sulla piena operatività della catena di comando in una fase tanto critica come questa. Invece il leader Giuseppe Conte ironizza sull’immagine di un ministro «isolato a Dubai come un turista qualsiasi», trasformando l’episodio in una metafora di un Paese colto di sorpresa dagli eventi.
La polemica si allarga quando esponenti pentastellati come Riccardo Ricciardi e Francesco Silvestri evocano un’Italia «profondamente umiliata», non avvisata dell’imminente attacco e dunque incapace di pesare davvero nei tavoli che contano, mentre il segretario di Più Europa Riccardo Magi parla di un ponte atlantico trasformato in zattera alla deriva, accusando l’esecutivo di essersi autoisolato in Europa per inseguire un rapporto privilegiato con il presidente americano Donald Trump salvo poi essere scaricato proprio nel momento decisivo.
Sullo sfondo il ragionamento politico si fa più ampio e investe la postura internazionale dell’Italia negli ultimi anni, con l’opposizione che sostiene come nella guerra tra Russia e Ucraina Roma sia stata tra gli alleati più fedeli degli Stati Uniti, accettando costi economici e politici elevati, dall’invio di armi all’allineamento sulle sanzioni, fino alla scelta di diversificare le forniture energetiche importando gas americano a prezzi ben più alti rispetto al passato, e che ora, di fronte a un’escalation improvvisa in Medio Oriente, si ritroverebbe senza informazioni privilegiate e senza un reale potere di influenza.
In questa chiave la permanenza forzata di Crosetto a Dubai, con la successiva “operazione speciale” per riportarlo a casa a bordo di un Gulfstream dell’Aeronautica, diventa per i critici la prova plastica di una subalternità strategica, tanto che perfino l’eurodeputato Roberto Vannacci affida ai social un commento sarcastico parlando di “Salvate il soldato Crosetto”, mentre il ministro, quasi in una excusatio non petita, precisa di aver bonificato al 31esimo stormo un importo triplo rispetto alla tariffa prevista pur di evitare accuse di aver usato gratuitamente un volo di Stato.
Ma anche questo gesto, pensato per disinnescare le critiche, viene letto da alcuni come il segno di una difficoltà politica più profonda, perché la questione che le opposizioni sollevano non riguarda il costo del biglietto bensì il peso dell’Italia nello scacchiere internazionale e la credibilità di un governo che, a loro dire, avrebbe adottato un atteggiamento troppo accondiscendente verso Washington e Tel Aviv senza ottenere in cambio un reale coinvolgimento nelle decisioni strategiche.
Il Partito Democratico sceglie toni più cauti e non affonda il colpo sulla richiesta di dimissioni di Crosetto, ma il clima resta incandescente e la vicenda personale del ministro si intreccia con interrogativi più vasti sul rapporto tra alleanze, sovranità e interesse nazionale, in un momento in cui ogni crisi regionale rischia di trasformarsi in un test sulla solidità delle relazioni transatlantiche. Crosetto, dal canto suo, rivendica di aver seguito ogni sviluppo in tempo reale e di essere stato utile nella gestione dei rapporti con gli Emirati anche durante le ore più concitate, assicurando di lavorare per trovare una soluzione rapida e sicura per gli italiani ancora bloccati nel Golfo, familiari compresi.
Tuttavia la tempesta politica non si placa perché, al di là dei dettagli logistici, ciò che brucia è l’immagine di un Paese che scopre gli attacchi dai notiziari e che, pur avendo fatto il “lavoro sporco” in altri teatri come quello russo-ucraino, non viene considerato un interlocutore imprescindibile quando si decide di colpire. Un’immagine che l’opposizione cavalca per mettere in discussione l’intera linea di politica estera del governo e che rischia di lasciare strascichi ben oltre il rientro del ministro Crosetto a Roma.

