Caso Bastoni e gesti antisportivi, l'antidoto è culturale
Ascolta la versione audio dell'articolo
Le roventi polemiche seguite all'episodio che ha condizionato Inter-Juventus di sabato, mettono in evidenza la necessità sì di correggere il regolamento per scoraggiare le simulazioni, ma soprattutto che i dirigenti educhino alla lealtà e all'onestà.
«Increscioso episodio. Va condannato da tutti noi: società, giocatori, tifosi. Il contrario dei valori dello sport»: si presenta alle telecamere con queste parole, immediatamente dopo il fischio finale della partita, il presidente dell’Inter. Si riferisce al petardo che ha stordito il portiere della Cremonese Audero, lanciato dagli spalti da un supporter nerazzurro. Opportuno intervento di un uomo navigato nel calcio, quale è Marotta, cosciente sì delle possibili sanzioni sportive ed economiche che possa comportare lo sciagurato gesto di un proprio tifoso, ma anche del valore positivo e riparativo di una comunicazione tempestiva in questi frangenti.
Tredici giorni dopo quel microfono resta invece disertato e silente alla fine di Inter-Juve, partita decisa da un gesto antisportivo di un suo giocatore, Bastoni, la cui simulazione di un fallo inesistente inganna l’arbitro e porta all’espulsione del rivale Kalulu, accolta in campo con giubilo dal difensore interista che aveva espressamente chiesto all’arbitro di estrarre il cartellino.
Il presidente interista interviene solo quaranta ore dopo l’episodio, intercettato ai margini di una assemblea di Lega, esclusivamente per rintuzzare il clamore mediatico esploso attorno a quell’episodio e per difendere il proprio giocatore, limitandosi a definire ‘piaga endemica’ del calcio la simulazione. Al contrario di due settimane prima, il sito ufficiale del club neppure riporta le sue dichiarazioni.
Quale riflesso condizionato è scattato nella mente di una persona professionalmente abile e umanamente sensata come Marotta per reagire in modi così diversi a due episodi accomunati dal disprezzo dei “valori dello sport”? Lo stesso riflesso che purtroppo scatta sempre in questi casi in chi governa questo mondo o ne fa parte: indignazione se si è danneggiati, derubricazione a ‘comportamenti fisiologici’ se si è favoriti. Proviamo a immaginare che impatto – anche mediatico - avrebbe avuto su questa situazione se Marotta si fosse presentato al fischio finale di Inter-Juve dichiarando «Un nostro giocatore si è reso protagonista di un gesto antisportivo. Verrà multato dalla società», magari obbligando contestualmente il giocatore a presentarsi ai microfoni e a chiedere scusa per il suo gesto tre volte antisportivo.
Avrebbe disinnescato e spiazzato ogni polemica strumentale collocando la vicenda nel suo alveo naturale, quello etico, rispetto al quale schierarsi come club prima ancora di tutte le pur necessarie valutazioni di correzione al regolamento per evitare il proliferare di queste situazioni, purtroppo reiterate ogni settimana.
E il valore strategico della comunicazione positiva vale anche per chi è stato danneggiato. Che senso ha – nel caso della Juve – invocare la professionalizzazione degli arbitri dopo un episodio simile? O presentarsi nel tunnel di bordo campo ad insultare l’arbitro (vittima di questa situazione e di un regolamento che escludendo il VAR non lo aiuta in caso di errore) come ha fatto l’amministratore delegato della Juve Comolli, che per di più – alla faccia delle esigenze della comunicazione – dopo quasi nove mesi che è in Italia si presenta ancora alle conferenze stampa e alle interviste parlando in inglese?
Si estenda il campo di azione della prova televisiva per punire i simulatori e per scagionare le vittime. Il povero Kalulu si è beccato ingiustamente due cartellini gialli, ma nessuno lo ha potuto salvare dalla ulteriore beffa di una squalifica. A quanto pare, se non altro, dalla prossima stagione finalmente il VAR potrà dire la sua anche nel caso di espulsione indiretta. Era ora!
Si è invocata anche l’esclusione temporanea dalla nazionale per uno come Bastoni, che ha l’aggravante di rappresentare il nostro Paese, vestendo la maglia azzurra. Anche qui: fossimo stati alla vigilia di un’amichevole, sicuramente la Federazione si sarebbe fatta bella agli occhi della pubblica opinione facendo questo passo. Ma siccome la prossima partita sarà decisiva per qualificarci ai Mondiali, il presidente Gravina non si sogna neanche lontanamente di privare il c.t. Gattuso di una pedina fondamentale per la sua squadra.
Anche perché, diciamocelo, capo delegazione e direttore sportivo della nostra Nazionale è uno (Buffon) che candidamente quattordici anni fa commentò così il gol non convalidato del rossonero Muntari in Milan-Juve, con lui tra i pali: «Se mi fossi accorto che la palla aveva varcato la linea di porta, di certo non lo avrei detto all’arbitro!». Speriamo nel frattempo abbia cambiato idea.
Ecco, oltre ai rimedi tecnici da approntare per scoraggiare le simulazioni e i gesti antisportivi, va ricordato che il miglior antidoto è sempre quello culturale: educare alla lealtà e alla onestà fa parte della missione sportiva. Comincino a ricordarselo quelli che governano lo sport, a tutti i livelli!
Bartali, lo sport come scuola spirituale
Il 5 maggio di vent’anni fa moriva uno dei più grandi ciclisti di sempre, Gino Bartali. Terziario carmelitano, era un fervente cattolico. La sua figura ricorda che il ciclismo, come altri sport, è una metafora della nostra battaglia spirituale. Che può aiutare la crescita della persona, come spiegava Benedetto XVI.

