Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Sant’Agostino di Canterbury a cura di Ermes Dovico
NUOVO SCANDALO

Calcioscommesse e ludopatia: la fiera dell'ipocrisia

Ascolta la versione audio dell'articolo

La lobby del betting è sempre più influente nel mondo del calcio tanto che gli aggiornamenti sulle quote-scommesse ormai sono derubricate a news. Per questo fa sorridere la reazione dei media allo “scandalo” dei calciatori scommettitori. 

Sport 17_10_2023

Tutte le volte che la cronaca ripropone qualche scandalo del calcio nostrano relazionato alle scommesse sportive, mi viene in mente un episodio emblematico a cui ho assistito personalmente nel lontano 2006 allo stadio di Montecarlo.

Quella sera di fine agosto era in programma la Supercoppa europea tra il Barcellona delle meraviglie (Ronaldinho, Messi, Eto’o, Xavi, Iniesta, Puyol) e il Siviglia, un club che non aveva mai vinto nulla a livello internazionale fino a tre mesi prima. Il giocatore più carismatico degli andalusi, Frederic Kanouté, doppio passaporto francese e maliano, era anche il più amato dalla tifoseria perchè con sei reti in undici gare aveva portato la sua squadra a vincere la Coppa UEFA e a potersi giocare qui - contro i fenomeni catalani - la Supercoppa.

Fu sorprendente vederlo uscire dagli spogliatoi conciato in quel modo. Il Siviglia infatti sulla maglia esibiva in bella evidenza il nome del nuovo sponsor, ma Kanouté si era fatto dare dal massaggiatore un nastro adesivo di carta e aveva coperto quella scritta. Lui solo. Perché? Semplice: il nuovo sponsor era una agenzia di gioco d’azzardo in procinto di allargare il business alle scommesse sportive on line.

Kanoutè – figlio di una professoressa di filosofia e musulmano praticante - in osservanza del Corano e della Sunnah, che considera peccato e atto diabolico il gioco d’azzardo e la scommessa, con quell’atto di ribellione si rifiutava di pubblicizzare lo sponsor del Siviglia. Quando – a partita iniziata - i dirigenti dell’UEFA se ne accorgono danno immediatamente ordine alla regia televisiva dell’evento di non indugiare mai su una inquadratura stretta del giocatore per evitare che il pubblico veda lo “scempio”. Chi caccia la grana deve essere tutelato! Siccome però il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, succede che mentre sta scadendo il primo tempo capiti proprio sulla testa di Kanoutè la palla del gol del Siviglia e diventi impossibile non inquadrare chi ha segnato e così il pubblico televisivo scopre quel cerottone galeotto e la curiosità farà il resto…

Per la cronaca a sorpresa il Siviglia batterà 3-0 il Barça e – sempre per la cronaca – quando a fine partita sarà il turno di Kanouté di ritirare la medaglia, la carrellata di primi piani sarà bruscamente interrotta dalla regia televisiva a vantaggio di una innocua e rassicurante inquadratura da lontano del palco di premiazione.

Non è affatto esagerato dire che quel gesto di Kanoutè in quegli anni sia stato pressoché l’unico “dibattito” culturale in Europa attorno alla opportunità o meno di rendere lo sport veicolo pubblicitario del gioco d’azzardo e delle scommesse legali, per di più in un mondo dove un dibattitto non lo si nega a nessuno. Un decennio dopo, quel dibattito (non dal punto di vista antropologio/etico, che è tabù ed è stato abolito nelle discussioni) lo si è dovuto per forza aprire sul fronte politico visti i disastri sociali della ludopatia amplificati da quel matrimonio.  

Così, in ordine sparso, i vari governi europei hanno cominciato a vietare la pubblicità non solo sulle maglie da gioco ma ovunque, come era successo per le sigarette. In Italia la lobby del betting sta premendo sul governo perché ci ripensi e già ora il divieto fa acqua da tutte le parti visto che prima e durante le partite in Tv si fanno aggiornamenti sulle quote-scommesse derubricandole a news.

Tutto questo per dire che fa molto sorridere la reazione dei media allo “scandalo” dei calciatori (alcuni del giro della Nazionale) colti a scommettere sulle partite. Ognuno scaglia la propria indignazione sul segmento più a buon mercato e così nel mirino – a secondo dei casi – finiscono i calciatori straricchi e viziati, i club, i regolamenti, la Giustizia sportiva o i siti illegali, reiterando la solita fiera dell’ipocrisia che evita con giri di parole il cuore del problema, pertinente a tutti e non solo a chi corre negli stadi.

Gioco d’azzardo e scommesse valgono in Italia quanto il fatturato della spesa farmaceutica e fanno entrare nelle casse dello Stato la metà di una manovra finanziaria annuale. Pazienza se la loro legalizzazione sia diventato il canale privilegiato di riciclaggio dei proventi della criminalità organizzata e pazienza se il costo sociale dei disastri che produce sono a carico  della collettività. Basterebbe quantificare queste due voci per accorgersi che si mangiano gli introiti dello Stato sull’industria dell’azzardo, ma meglio illudersi che, maledetti e subito, quei soldi salvino i conti delle manovre finanziarie dei vari governi.

In quanto poi ai fragili e ai giovani: “Se ne occupi la Caritas”! Come dire “fatevi pure del male, l’importante è che lo facciate legalmente e non in nero”. Che poi i siti illegali proliferino dalle costole dei siti legali è un dettaglio trascurabile. Amen!