Benedetto XVI e il primato della fede sulla ragione
È opinione diffusa che Ratzinger abbia celebrato la complementarità circolare tra fede e ragione. In realtà diversi suoi insegnamenti alludono al primato della prima sulla seconda. Vediamone qualcuno.
Il rapporto tra la fede e la ragione è molto importante per la Dottrina sociale della Chiesa. Come si sa, Benedetto XVI ha dato su questo tema dei grandi insegnamenti. È opinione diffusa che egli abbia celebrato la complementarità tra l’una e l’altra, escludendo la supremazia di una sull’altra. Ragione e fede devono aiutarsi a vicenda in modo da evitare da un lato il razionalismo (assolutizzazione della ragione) e dall’altro il fideismo (assolutizzazione della fede). Questi due -ismi provocano sempre conseguenze deleterie.
Siamo però veramente sicuri che egli si sia fermato alla complementarità circolare? Ci sono dei motivi per ritenere invece che egli non abbia escluso – anzi! – la priorità della fede sulla ragione?
Nel famoso discorso del 2006 all’Università di Ratisbona egli ha tra l’altro detto: «Le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura». Qui viene affermato che la fede, in quanto fede, esprime delle esigenze razionali, essendo ragionevole in se stessa e in quanto tale interpella e provoca la ragione, ponendole delle condizioni di ragionevolezza. La fede contiene direttamente i criteri per la razionalità della fede e indirettamente anche quelli della razionalità della ragione. Ciò non accade, viceversa, per la ragione, che non contiene in sé i criteri per la fede ma solo i suoi “preamboli”.
Nel discorso del 2011 al Parlamento federale tedesco, Benedetto aveva parlato del fondamento del potere politico, sostenendo che il cristianesimo lo ha sempre visto nel diritto naturale e non nella fede nella Rivelazione. Dal che deriva che la ragione naturale non dipende dalla fede, e la fede quindi non ha un primato su di essa. Poi però parla del giovane re Salomone che, all’inizio del suo regno, chiese a Dio: «Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al suo popolo e sappia distinguere il bene dal male». Perché Salomone non si ferma alla propria coscienza e al diritto naturale, ma chiede a Dio il dono della saggezza? Ciò significa che la fede ha un primato sulle altre due dimensioni, anche se non ne nega la legittima autonomia.
Nel discorso al Parlamento del Regno Unito del 2010, egli condusse il ragionamento fino a indicare che le decisioni politiche trovano la loro legittimazione non nel voto della maggioranza ma nella legge morale. Poi, però, non si fermava qui, e parlava di Tommaso Moro, proclamato patrono dei politici da Giovanni Paolo II. Se la morale politica fosse sufficiente, perché avremmo bisogno dei santi? Ciò non significa che i politici devono essere santi, ma che la ragione politica ha bisogno di essere purificata e corretta da qualcosa che sta sopra di essa.
Ci fermiamo qui, ma gli insegnamenti di Benedetto XVI che alludono ad un primato della fede sulla ragione sono anche molti altri e invitano a riconsiderare l’interpretazione della sola complementarità.
Stefano Fontana

