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IRAN

Stallo nel Golfo, Trump vanta successi mai conseguiti

Trump lancia l'operazione per sbloccare lo stretto di Hormuz, poi deve interromperla per la resistenza opposta dai paesi arabi alleati. L'Iran non accetta accordi perché ha subito meno perdite di quanto abbiano dichiarato gli Usa.

Esteri 09_05_2026
Golfo Persico, petroliere ferme allo stretto di Hormuz (AP)

Solo dubbi e nessuna certezza circa l’accordo che dovrebbe porre fine al conflitto tra l’asse Usa -Israele e l’Iran e risolvere la crisi energetica generata dal blocco dello Stretto di Hormuz.

Inutile attribuire credibilità alle contraddittorie dichiarazioni di Donald Trump, forse interessato ad alimentare incertezza che mettono in difficoltà l’economia mondiale ma stanno gonfiando Wall Street e l’export energetico statunitense, così come i negoziati guidati dal Pakistan non sembrano in grado di mettere d’accordo Washington e Teheran tra bozze esaminate e poi respinte dalle parti in causa. Gli Stati Uniti sembrano cercare una vittoria diplomatica dopo l’insuccesso militare (o la mancata vittoria) registrato in 40 giorni di guerra, ma continuano ad adottare una politica autoreferenziale senza tenere conto degli alleati.

Gli europei non intendono inviare le loro navi nel Golfo in assenza di una pace stabile e le riserve espresse dalle monarchie sunnite hanno fatto tramontare in 48 ore l’Operazione Project Freedom con cui, secondo l’annuncio di Trump, la Marina americana avrebbe dovuto scortare le navi di paesi neutrali bloccate all’interno del Golfo attraverso Hormuz a partire dal 4 maggio.  

Arsenio Dominquez, segretario generale dell'Organizzazione marittima internazionale (Imo) delle Nazioni Unite, ha affermato che sono circa 1.500 le navi con 20mila membri degli equipaggi sono bloccate nel Golfo a causa delle interruzioni del traffico nello Stretto di Hormuz. In realtà, secondo il Comando Centrale statunitense (Centcom), l’Operazione Project Freedom avrebbe dovuto fornire scorte ma soprattutto supporto informativo ai mercantili per oltrepassare lo Stretto fornendo indicazioni circa le rotte da seguite, a conferma dei rischi che avrebbero corso le navi statunitensi nell’effettuare un’operazione prolungata di questo tipo così vicino alle coste iraniane.

Infatti, come ha rivelato il 4 maggio il Wall Street Journal, alcuni armatori hanno già dichiarato che riprenderanno le normali operazioni solo dopo aver avuto garanzie chiare da parte dell’Iran che non attaccherà navi civili. Nonostante i presupposti così poco convincenti Project Freedom è stata sospesa il 6 maggio «sulla base della richiesta del Pakistan e di altri Paesi, dell'enorme successo militare che abbiamo conseguito durante la campagna contro l'Iran e, inoltre, del fatto che sono stati compiuti grandi progressi verso un accordo completo e definitivo con i rappresentanti iraniani» ha scritto Trump sul social Truth.

La realtà appare però un po’ diversa. L'Arabia saudita e il Kuwait hanno informato gli Stati Uniti che non avrebbero permesso alle forze americane di utilizzare le loro basi o di sorvolare il loro spazio aereo a sostegno dell'operazione. Nbc News del resto ha reso noto che Riad, come gli altri paesi del Golfo, non erano stati consultati né informati prima del varo di Project Freedom. Un’ennesima mancanza di riguardo nei confronti degli alleati arabi che hanno già pagato un prezzo elevato per l’alleanza con gli Usa con i duri attacchi iraniani durante il periodo bellico che hanno colpito diverse infrastrutture anche energetiche oltre alle basi statunitensi.

Una telefonata di Trump al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman avrebbe permesso di ottenere il via libera saudita all’utilizzo delle basi aeree, ma in cambio dell’annullamento dell’Operazione Project Freedom che avrebbe evidentemente scatenato ulteriori combattimenti aerei e navali nel Golfo Persico, considerato che solo un massiccio impiego di forze aeree americane avrebbe permesso di proteggere le navi.

Funzionari sauditi hanno dichiarato al Wall Street Journal che l'Arabia Saudita e il Kuwait avevano deciso di impedire alle forze statunitensi di utilizzare le loro basi e i loro spazi aerei dopo che alti funzionari americani avevano minimizzato gli attacchi iraniani nel Golfo in risposta all'operazione statunitense. Attacchi che invece sono stati devastanti secondo molte fonti. Cnn ha riferito che la maggior parte delle basi militari statunitensi (16 in otto paesi arabi) nella regione mediorientale è stata danneggiata dalle armi dell’Iran. «Questo rappresenta la maggior parte delle postazioni militari statunitensi nella regione. Alcune di esse sono ora praticamente inutilizzabili», hanno riportato le fonti dell’emittente televisiva.

Nbc News ha denunciato che il governo non è stato del tutto trasparente in proposito affermando to che numerose piste di atterraggio, sistemi radar avanzati, aerei, magazzini, quartier generali, hangar e infrastrutture di comunicazione sono stati danneggiati in Giordania, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita con «danni che ammontano a circa 5 miliardi di dollari».

Secondo un’analisi di immagini satellitari condotta dal Washington Post, dall’inizio della guerra gli attacchi aerei iraniani hanno danneggiato o distrutto almeno 228 strutture o attrezzature presso siti militari statunitensi in tutto il Medio Oriente, colpendo hangar, caserme, depositi di carburante, aerei e importanti apparecchiature radar, di comunicazione e di difesa aerea.

Gli esperti hanno affermato di non credere che gli attacchi abbiano limitato in modo significativo la capacità statunitense di condurre la sua campagna di bombardamenti in Iran. Infine, durante i 40 giorni di guerra sono stati effettuati oltre 600 attacchi di rappresaglia contro strutture americane in Iraq, come ha dichiarato un alto funzionario del Dipartimento di Stato citato dalla Cnn. Comprensibile quindi che le monarchie sunnite del Golfo non intendano correre altri rischi.

In Italia il report quotidiano stilato dagli analisti di OHIMAG sottolineano che «le monarchie arabe non scelgono l'Iran contro gli Usa, ma tutelano la propria stabilità economica. Si tratta di un multipolarismo regionale concreto, in cui sicurezza americana, investimenti cinesi, petrolio russo e canali diplomatici con Teheran coesistono in un pragmatismo strategico che riduce il controllo di Washington»Una valutazione che sembra trovare conferma negli scontri di relativa intensità sviluppatisi nelle acque del Golfo tra statunitensi e iraniani con scambi di attacchi che hanno coinvolto anche un paio di petroliere con entrambi i contendenti impegnati a rivendicare successi navali.

La Marina statunitense avrebbe neutralizzato due navi iraniane che tentavano di violare il blocco navale e altre ormeggiate in due porti iraniani, Teheran sostiene di aver colpito tre navi militari e due americane ma si sono udite esplosioni anche a Teheran mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno reso noto di aver contrastato droni e missili iraniani diretti contro il loro territorio. Ieri a Teheran una fonte militare ha reso noto «gli scontri tra le forze iraniane e statunitensi si sono per ora interrotti, ma potrebbero riprendere se le forze Usa dovessero rientrare nel Golfo Persico o interferire con le navi iraniane».

Un rapporto che la Cia ha consegnato in settimana all'amministrazione Trump ma citato al Washington Post da quattro fonti anonime diverse, riferisce che l'Iran può sopravvivere al blocco navale imposto dagli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz per almeno tre o quattro mesi prima di subire conseguenze economiche severe. Un resoconto che contrasta con quanto sostenuto pubblicamente dalla Casa Bianca che era stata già smentita circa la distruzione di oltre l’80% degli arsenali missilistici di Teheran. Report d’intelligence citati dal Washington Post e in precedenza da altri media statunitensi sostengono invece che l'Iran dispone ancora del 75% delle scorte pre-guerra dei lanciatori mobili e il 70% delle scorte di missili.

Dati che spiegano in modo esaustivo perché l’Iran non sia disposto a negoziare accordi al ribasso e contrari ai propri interessi nazionali ma soprattutto evidenziano come siano più gli Stati Uniti ad avere bisogno di un accordo che permetta a Trump di salvare la faccia a sei mesi dalle elezioni di mid-term e con i consensi in caduta libera rilevati da tutti i sondaggi.