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GIORNATA DELLA BUSSOLA

Antonia Arslan, la voce italiana della memoria armena

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Antonia Arslan, scrittrice italiana di padre armeno, è la voce degli armeni in Italia. È la voce della tragedia, il Grande Male (Metz Yeghern) patito da quell’antico popolo cristiano nell’Anatolia orientale. Un genocidio dimenticato che si sta ripetendo ancora. 

Cultura 07_09_2026
Antonia Arslan (ImagoEconomica)

Antonia Arslan, scrittrice italiana di padre armeno, già docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all'Università degli Studi di Padova, è la voce degli armeni in Italia. È la voce della tragedia, il Grande Male (Metz Yeghern) patito da quell’antico popolo cristiano nell’Anatolia orientale per mano dei Giovani Turchi. Ed è la voce che grida nel deserto, quando richiama la nostra attenzione sul rischio che si ripeta ancora, questa volta per mano del presidente islamista Recep Tayyip Erdogan. Autrice di saggi sulla letteratura italiana di Otto e Novecento, è diventata celebre a livello internazionale per il suo primo romanzo, La Masseria delle Allodole, un lucido ritratto del genocidio armeno del 1915. I successivi otto romanzi sono soprattutto memorie: sia memorie personali, riattivate da colori, oggetti, rumori, odori. Sia memorie storiche, del popolo armeno e della sua tragedia. La dimensione personale e quella storica sono saldamente intrecciate. E sono legate da un filo rosso di profonda fede cristiana che non spegne mai l’attesa e la speranza per il futuro.

La scrittrice sarà relatrice alla Giornata della Bussola, “Cristo è la nostra pace”. Perché la pace, in senso cristiano, non è semplicemente l’assenza di guerra, ma l’ordine, la giustizia. L’opposto della pace non è la guerra, ma è il disordine, il sovvertimento dell’ordine naturale stabilito da Dio. Nel romanzo sul genocidio armeno, La Masseria delle Allodole, Antonia Arslan rappresenta la tentazione del nichilismo. Il genocidio viene preceduto dalla visione di un nonno, in punto di morte: un “cielo vuoto, senza Dio”. La deportazione e lo sterminio degli armeni in Turchia, un milione e mezzo di uccisi in appena due anni, ci pone di fronte al mistero del male. Ci induce alla tentazione di credere che il cielo sia “vuoto”, che Dio sia indifferente.

La Arslan non cede mai a questa tentazione. La resistenza umana e la cooperazione spontanea delle donne deportate, la loro determinazione nel proteggere i bambini (il futuro), la ribellione anche delle popolazioni arabe che, in un moto di solidarietà genuina, aiutano i deportati, rappresentano le virtù che non muoiono. Ed è soprattutto la memoria che terrà accesa la fiammella della fede. La memoria non è scontata. La Turchia e, per opportunismo, anche tutti i loro alleati, tuttora nega l’esistenza del genocidio, oppure lo ha ridimensionato, diffondendo cifre e giustificazioni grottesche. Il Parlamento italiano ha riconosciuto il genocidio armeno solo nel 2019. Israele è l’ultimo Stato in ordine di tempo ad averlo fatto, quest’anno. La docente e scrittrice di Padova, prima con lo studio Hushèr. La memoria. Voci italiane di sopravvissuti armeni, poi con il romanzo La Masseria delle Allodole, ha contribuito a tener viva la memoria, anche nel nostro paese.

Ma il genocidio non è solo un fatto del passato, rischia di ripetersi e in parte si è ripetuto negli ultimi anni. “Antonia Arslan” era il nome di una scuola tecnica, messa in piedi da volontari locali e italiani, a Stepanakert, capitale del Nagorno Karabakh, la regione armena incastonata nel territorio dell’Azerbaigian, una nazione musulmana alleata della Turchia. Quella realtà non esiste letteralmente più: sconfitto militarmente nel 2020, assediato fino alla fame nel 2023, poi occupato interamente, il Nagorno Karabakh, Artsakh in armeno, è ora nelle mani dell’esercito e delle autorità dell’Azerbaigian. La popolazione armena, che vi ha sempre abitato, è dovuta fuggire in massa. Come sempre è avvenuto in passato, come dopo il genocidio armeno, le tracce della cultura, della storia e del cristianesimo armeni vengono cancellate. Come se quel popolo non fosse mai esistito.

Una lettura superficiale del conflitto in Nagorno Karabakh, iniziato addirittura prima della dissoluzione sovietica (nel 1988 i primi scontri) porterebbe a credere che solo dal 2023 sia arrivata la “pace”. La testimonianza, storica e attuale, di Antonia Arslan, ci invita a riflettere sulla natura di questa “pacificazione”. E tiene in vita la memoria di un popolo cristiano che, a lungo, si è voluto far sparire.