• IL NEGOZIATO CON PECHINO

"Allargare la gabbia". La via francescana al caos cinese

Affaire China. Il punto di vista dei pochi missionari francescani si pone in posizione di equidistanza tra le parti. Intervista al vescovo ausiliare di Hong Kong: "Paure fondate ma se non corriamo il rischio, non vedo come la Chiesa in Cina possa progredire. Stiamo cercando di rendere la gabbia più larga”.

Come sappiamo, i primi sforzi missionari di segno cattolico in Cina furono compiuti non dai gesuiti, come molti potrebbero pensare, ma dai francescani, segnatamente da quel Giovanni da Montecorvino che per primo portò la parola del Vangelo dopo i tentativi in secoli precedenti dei nestoriani, ancora attivi al tempo di Giovanni, nel XIV secolo. Altre congregazioni seguiranno e per alcuni versi assumeranno un ruolo più centrale per l’evangelizzazione, come i gesuiti, i salesiani, i padri del PIME, le canossiane e via dicendo. 

Ma c’è anche da ricordare che il primo sacerdote cattolico risiedente in Hong Kong a metà del XIX secolo fu ancora un francescano spagnolo, il padre Michele Navarro, assistente del padre svizzero Teodoro Joset che sarà il fondatore della chiesa in Hong Kong come entità indipendente dalla diocesi di Macao e quindi dal padroado portoghese. 

Ecco perché è importante sottolineare il ruolo di Mons. Joseph Ha Chi-shing, vescovo ausiliare dal 2014, francescano, con studi approfonditi nel campo della spiritualità e della teologia. Il vescovo Ha fu ordinato al tempo in cui il Cardinale Tong, ora a riposo, era vescovo titolare di Hong Kong. Insieme a lui furono ordinati Mons. Michael Yeung (che ora ha preso il posto del Card. Tong come vescovo titolare) e Mons. Stephen Lee (che nel 2016 fu nominato vescovo di Macao dopo la rinuncia del vescovo precedente, Mons. José Lai).

Ho conosciuto Mons. Ha al tempo del mio lavoro in Macao, quando ancora era un semplice frate. Ne ricordo l’incoraggiamento che offriva per il lavoro che andavo facendo nel campo della musica sacra e anche la personale umiltà, tutta francescana. Per questo è importante raccogliere la sua testimonianza sull'affaire China.

Eccellenza, il primo missionario francescano in Cina è stato un francescano, Giovanni da Montecorvino, il primo prete residente in Hong Kong nel XIX secolo è stato un francescano, lo spagnolo Michele Navarro; ora lei è il primo francescano ordinato vescovo in Hong Kong. Ma quando la gente pensa alle congregazioni religiose in Hong Kong, pensano alle canossiane, ai gesuiti, ai salesiani o ai padri del PIME, ma non pensano ai francescani. Perchè? 
“Forse perché siamo molto umili...In effetti sempre più gente sa della nostra presenza in Hong Kong perché sempre più gente vuole studiare la Bibbia. Quando si avvicinano allo studio della Bibbia si domandano: chi l’ha tradotta in cinese? Fu tradotta da un francescano, padre Allegra, oggi beato, che completò la traduzione nel 1968. Quindi sempre più gente è consapevole della nostra presenza”.

Quanti siete?
“Non molti, circa 12 o 13”.

E invece nella Cina continentale, quanti sono i francescani nella Chiesa sotterranea?
“Forse sui 40, 50”.

Com’è la loro situazione?
“La Cina è enorme, quindi la situazione varia da luogo a luogo e dipende dalle autorità locali, più che dal governo centrale, che certo ha le sue leggi. Ma in realtà, se non c’è pressione dall’alto, molto è affidato ai rapporti con le autorità locali. In alcune diocesi sono più liberi, possono vivere insieme, avere la loro casa, andare fuori a svolgere il proprio ministero. Ma in altri posti per fare questo devono essere conosciuti come preti diocesani, cioè essere parte della chiesa patriottica”.

In questi giorni ci sono molte notizie sui negoziati fra Cina e Vaticano. Anche qui in Hong Kong si percepiscono forti contrasti, opinioni differenti. Lei è in una posizione peculiare; qual è la sua posizione su questo caos?
“Mi sento rattristato. Non sarebbe necessario essere così caotici, andare agli estremi. Prima di tutto bisognerebbe ascoltare di più le varie opinioni fra di noi. La realtà è più complicata di quello che si capisce dai titoli dei giornali o nei blog”.

Molte persone hanno timore che un probabile accordo in queste condizioni non sarebbe vantaggioso per la Chiesa in Cina. Lei pensa che questa paura abbia fondamento?
“Io penso che ci sia fondamento. Ma dall’altro lato, se non corriamo il rischio non vedo come la Chiesa in Cina possa progredire. Usando le parole di un officiale del Vaticano, stiamo cercando di rendere la gabbia più larga. Stiamo sempre in una gabbia, ma proviamo a renderla più larga”.

Ma usando il suo esempio, non pensa che nella gabbia più larga, con questa situazione, chi sarebbe più comodo sarebbe il governo cinese con i suoi interessi, piuttosto che gli interessi della Chiesa cinese?
“Io non penso che la Santa Sede farebbe qualcosa per sacrificare gli interessi della Chiesa in Cina e per compiacere il governo. In ogni negoziato, sicuramente, ci sono guadagni e perdite fra le parti coinvolte. Non penso che la Santa Sede rischierà di perdere tutto. Se questo fosse stato il caso, non ci sarebbe voluto così tanto tempo per questi negoziati”.

Ma pensa che chi oppone questo ha il diritto di manifestare la propria insoddisfazione e dissenso?
“Seguendo la loro coscienza, hanno certamente il diritto”.

Qual è il ruolo di Hong Kong in questa lunga transizione?
“Noi siamo come un ponte fra la Chiesa universale e quella in Cina. Molti cattolici qui dovrebbero conoscere meglio la Chiesa sotterranea e quella patriottica. Nel caos presente, molti dicono molte cose dal loro punto di vista. Dovremmo forse ascoltare di più il punto di vista delle due fazioni. Noi abbiamo certamente un ruolo indiretto, in quanto la realtà politica è quella che noi abbiamo un principio di convivenza con la Cina continentale chiamato “un paese, due sistemi”, quindi non possiamo intervenire direttamente”.

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