A vincere i Mondiali è un mondo libero che è stanco del woke
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Espulso dalla società, nel campo di calcio rientra il merito insieme al rispetto delle regole (del gioco), all'autorità (dell'arbitro) e persino all'appartenenza e all'amor patrio sia pure limitato alle squadre nazionali. La vittoria è andata alla Spagna ma anche a chi non ne può più del politicamente corretto che si affaccia appena fuori dagli spalti.
I Mondiali di calcio sono terminati. Ha vinto la Spagna, a detta di molti la migliore sul campo. Guardando le partite di questa edizione, con il maggior numero di squadre in campo da sempre, si poteva venir colti da una impressione positiva: vuoi vedere che il calcio è oggi uno di quei pochi “luoghi” pressoché immuni dal politicamente corretto? Non ci riferiamo ovviamente a tutto ciò che ruota intorno al calcio: lacci arcobaleno agli scarpini dei giocatori e fasce arcobaleno per i capitani in occasione dei Pride; sostituzione del termine “guardalinee” con “assistente arbitrale” per sottolinearne lo spirito collaborativo; divieto di blackface, ossia pitturarsi la faccia di nero per tifare giocatori di colore; patch sulle maniche come "No to Racism" e "Equal Game"; sanzioni per cori cosiddetti omofobi, etc.
Ci vogliamo invece riferire al gioco del calcio di per sé. In primis osserviamo che puoi giocare in Nazionale o in club di professionisti solo se sei bravo. Si guarda al merito. Pare una banalità dirlo, ma oggi le banalità spesso sono verità sequestrate dalla stupidità di massa. Vi ricordate la polemica di qualche anno fa contro il ministro Valditara sul merito scolastico? Si voleva assegnare lo stesso voto al capace e all’incapace per evitare discriminazioni. La scuola doveva essere di tutti e inclusiva. Provate a chiedere a Luis de la Fuente, allenatore delle Furie rosse, di far giocare anche gli scarponi e vedrete cosa vi risponde. Le retorica finisce esattamente dove inizia la realtà. Niente sconti quindi: giocano i migliori (almeno si spera) e agli altri non si concede un aiuto per arrivare al livello dei migliori. In molti atenei italiani, ad esempio, è obbligatorio assegnare più tempo nelle prove di calcolo ai discalculici. Ma chi ha difficoltà di calcolo – acquisita o innata – non è adatto a materie come la matematica. È come se Tizio che non sa nuotare voglia partecipare alle Olimpiadi di nuoto grazie a dei braccioli. In breve: il discalculico non dovrebbe nemmeno sostenere una prova di calcolo, non è quello il suo posto. Ecco, questi ossimori rimangono fuori dal rettangolo di gioco nel calcio. Ad esempio sarebbe delirante concedere alle squadre più deboli di avere un porta più piccola al fine di livellare le disparità di capacità con le squadre più forti.
Il merito cancella un altro falso problema: quello della rappresentanza delle minoranze. Moltissimi calciatori di colore erano presenti in questo Mondiale anche in squadre non africane perché si sono dimostrati più talentuosi di altri di etnia caucasica. Sarebbero impensabili, ad esempio, le quote rosa, ossia sarebbe impensabile una squadra mista. Il rustico buon senso dei tifosi di tutto il mondo fiuterebbe lontano un miglio l’odore di idiozia di una simile proposta e metterebbe a ferro e fuoco le città. Le minoranze possono vincere non perché, essendo tali, meritano un aiuto, ma perché a loro non è escluso vincere per merito. Il merito riguarda anche chi è “piccolo”. E infatti Capo Verde – 530mila abitanti e circa 700mila cittadini in giro per il mondo – è stata l’unica squadra del Mondiale che è riuscita a pareggiare con i Campioni del Mondo spagnoli. Tutti gli altri hanno perso.
Continuiamo a cercare indizi utili per affermare che il calcio è pressoché immune dal virus woke. Il gioco del calcio, come tutti gli sport, è praticabile perché ci sono delle regole da rispettare. Oggi tutti sono allergici alle norme, alle regole perché limiterebbero la libertà personale, tarperebbero le ali della propria identità, costringerebbe in una gabbia formale ciò che chiede invece di dispiegarsi senza confini. Pensate anche in casa cattolica alla guerra ancora in corso contro i dogmi. Il calcio è pieno di dogmi: vietato per i giocatori di movimento passarsi la palla con le mani, vietato falciare l’avversario, vietato ricevere il pallone in fuori gioco e via dicendo. Non ci sono “se” e “ma”, eccezioni, casi particolari, casi di coscienza, discernimenti da operare in certi frangenti, etc. Queste regole sono assolute: valgono sempre e per chiunque. Non vuoi giocare con queste regole? Non entrare in campo. Non solo, ma questo approccio tetragono al gioco del calcio viene accentuato se pensiamo che, quando un giocatore viola una norma in modo grave, viene scomunicato, ossia esce dal campo. Tra l’altro le regole sono rispettate da tutti – e questo non pregiudica alcune marginali modifiche delle stesse nel tempo – e non c’è nessun malato di originalità che, ad esempio, organizza manifestazioni in piazza per l’abrogazione del calcio di rigore, retaggio di una mentalità da Santa Inquisizione. Infine le regole sono funzionali al gioco stesso: senza regole, ossia senza comandi, divieti e facoltà, non esisterebbe proprio il calcio. L’essenza di ogni gioco è data dalle sue regole. Le regole sono l’identità del gioco. Ed il bello è che queste regole sono appassionanti. Solo i vincoli, dettati dalla ragione, ti permettono di esprimerti, di essere veramente libero, anche quando giochi.
Dici regola e di conserva non puoi che dire giudice. Se c’è una norma, ci deve essere anche una figura che giudica se è stata violata una norma e, in caso positivo, commina la relativa sanzione. Nel calcio questo giudice si chiama arbitro e assicura la giustizia in campo. La tecnologia – leggi VAR – ha giustamente aiutato a svolgere al meglio questo compito, ma ciò che ci preme qui mettere in evidenza è il seguente aspetto: la figura dell’arbitro in campo non è messa in discussione. Semmai si mettono in discussione – e quasi sempre – le sue decisioni, ma il ruolo no. Eppure oggi c’è il linciaggio ad ogni forma di autorità: dai genitori, passando agli insegnanti e alle forze dell’ordine, ai sacerdoti su su fino a Dio. Ci fermiamo un momento sul tema dell’autorità dell’arbitro. Il politicamente corretto, per questi Mondiali, ha preteso la presenza sul campo di gioco di due arbitri donne e di quattro colleghe fuori dal campo. Non stiamo a sindacare sulla bravura di queste donne, ma è certo che c’era un dato di fatto che si doveva tenere in considerazione: queste due donne avrebbero fatto più fatica ad imporsi ai 22 maschietti in campo rispetto ai loro colleghi maschi, così come puntualmente è avvenuto. Lo ripetiamo: è stato un dato di fatto che si sarebbe dovuto tenere in considerazione su cui sbatte il muso dell’egualitarista intransigente. Invece il tema “Il calcio è uno sport essenzialmente maschile” ce lo teniamo caldo per un’altra volta.
Proseguiamo. I Mondiali sono sempre stati una manifestazione potente dell’amor patrio, seppur declinato nella sua forma minimale dell’amor di squadra. Anche in questo caso la mentalità corrente corre, per l’appunto, in altra direzione bollando come nazionalismo pernicioso e pericoloso qualsiasi manifestazione di attaccamento alla bandiera, come populismo qualsiasi difesa della cultura patria, come atteggiamento non inclusivo qualsiasi protezione dei valori nazionali. Nei Mondiali invece questo giudizio non ha mai avuto diritto di cittadinanza ed è sempre valsa, anzi, la regola opposta: guai a tifare per una nazione diversa dalla propria. Saresti un traditore. Il Ct vincente diventa così più importante del Presidente dello Stato, i giocatori sono i salvatori della patria e tutta la narrazione delle vittorie e delle sconfitte assurge a prosa epica che cristallizza virtù e vizi di un intero popolo. La retorica di un mondo senza nazioni, senza confini, senza muri, di un unico popolo affratellato dall’amore universale può ritagliarsi uno spazio solo negli spot televisivi pre e post partita e nelle cerimonie di aperture e chiusura dei Mondiali, ma evapora all’istante appena si fischia il calcio d’inizio. In quel momento i tuoi fratelli sono solo quelli che indossano tutti la tua stessa casacca e tutti gli altri sono avversari da vincere, da sconfiggere. Appena la partita inizia, poi, si può finalmente usare senza timori un arsenale lessicale d’impronta militare: attacco, difesa, assedio alla porta, vittoria, sconfitta, capitano, etc.
E allora forse il calcio, come del resto tutti gli altri sport, piace anche perché inconsapevolmente rimanda a questo mondo sano, fatto di regole, di autorità, di meriti, di appartenenze. Un mondo al naturale.
