Zaia e i Berlusconi spingono per un centrodestra "radicale"
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Enfasi sui "diritti civili" e allergia ai temi etici, da rinchiudere nel segreto della coscienza. Quello auspicato dall'ex governatore veneto e dai figli del Cavaliere più che un cambiamento è un appiattimento, non privo di conseguenze per il voto cattolico. I principi non negoziabili vanno difesi dal basso.
Secondo qualcuno la politica governa la cultura, ed ha ragione: anche la cultura ha bisogno di risorse e condizioni favorevoli e queste spesso vengono dalla politica. Qualcun altro sostiene il contrario: è la politica a dipendere dalla cultura, perché la politica agisce ma è la cultura a dirle come agire e soprattutto perché agire. I criteri, direttamente o indirettamente, vengono dalla cultura. Anche la politica dipende da un modo di pensare, da cui poi deriva un modo di agire.
In questo periodo si stanno manifestando nella politica italiana due processi di tipo culturale che vanno adeguatamente esaminati. Il primo riguarda la Lega. In questo partito Luca Zaia, potente ex presidente della Regione Veneto, ha reso noto un Manifesto per un “centrodestra vincente” e una “destra liberale” pubblicato su Il Foglio il 5 gennaio scorso (qui). In questo documento, e in tanti suoi interventi, si parla di autonomia regionale, burocrazia ridotta, valorizzazione del merito, centralità dell'impresa e sostegno alle famiglie, fisco equo. Oltre a ciò, si parla anche di diritti civili di avanguardia. La proposta è di una Lega più “radicale” e maggiormente incentrata sui diritti individuali, che Zaia considera “di civiltà”. Questa espressione era stata da lui adoperata per rispondere alle critiche rivoltegli ai tempi del dibattito nel gennaio 2024 in Consiglio regionale sull’apertura in Veneto al suicidio assistito da lui voluta (qui). In una lunga intervista su Vanity Fair pubblicata a giugno 2023, aveva celebrato i “diritti civili”, aveva sostenuto che aborto ed eutanasia sono temi trasversali alla destra e alla sinistra che vanno lasciati alla coscienza individuale. Con lui al governo regionale, il Veneto ha ampliato l’accesso alla fecondazione assistita alle donne cinquantenni e ha istituito a Padova il Centro di riferimento regionale per i disturbi sull’identità di genere. Nel suo libro I pessimisti non hanno fortuna (Marsilio) ha scritto che la politica deve garantire la libera scelta.
Nella recente tre giorni di Roccaraso (23-25 gennaio scorsi) è stato lanciato lo slogan “La Lega è una e indivisibile”, ma si sa che una parte della Lega condivide la nuova impostazione, mentre un’altra parte vi si oppone. In questo momento la prima sembra avere la meglio, e proprio Roccaraso lo ha dimostrato con l’assenza di Vannacci e la presenza di Francesca Pascale, a quanto si legge: “acclamata”. È piuttosto arduo capire cosa c’entri la Pascale con la storia della Lega.
Il secondo processo di slittamento liberal riguarda Forza Italia. Da tempo la famiglia Berlusconi insiste per una svolta liberal del partito ed è lecito sospettare che le richieste di un rinnovamento generazionale avanzate da Pier Silvio e da Marina Berlusconi siano finalizzate anche a questo scopo. Questo partito si è sempre dichiarato “liberale”, ha sempre aderito in Europa ad un’area popolare molto disponibile alle esigenze della cultura verde e del socialismo democratico e non ha mai fatto muro davanti a leggi eticamente discutibili. Anche in questo momento il segretario Tajani si rifugia nella libertà di coscienza che il partito concede ai propri parlamentari. Ma quella della libertà di coscienza personale in Parlamento è la linea politica più impolitica che esista. Tutti i grandi temi etici sul tappeto – e in febbraio ricomincerà la discussione sul suicidio assistito – sono chiaramente politici perché investono il bene della comunità e hanno ripercussioni evidenti su tutti i campi della vita sociale. Relegare questi temi nella prigione della coscienza privata significa abdicare ad un dovere politico fondamentale. Il partito deve pronunciarsi come partito, poi le coscienze personali faranno il loro lavoro.
Questi cambiamenti di quadro devono essere adeguatamente considerati dal voto cattolico, almeno da quello che non vuole confluire nel riformismo democratico. L’appetibilità dei partiti riguardo ai cattolici diminuisce ulteriormente. Del resto, bisogna riconoscere che Fratelli d’Italia poco o nulla fa per presentarsi come alternativo a questa nuova pressione della cultura liberale.
Questa situazione sempre più difficile per i cattolici spiega alcune iniziative in atto soprattutto nel Settentrione d’Italia. La linea che sta emergendo pur con fatica è di lavorare per una rete dal basso, fuori dai partiti e da legami diretti o indiretti con le istituzioni ecclesiastiche, garantendo la coerenza con i principi non negoziabili, l’identità cattolica, riferimenti chiari alla tradizionale Dottrina sociale della Chiesa, allo scopo di inserire nelle amministrazioni locali uomini nuovi che sappiano anticipare certe derive in corso del sistema culturale e politico liberal-radicale, non più contestandolo “dopo” le sue scelte politiche e quindi rincorrendolo, ma mettendolo in crisi “prima”. Un articolo pubblicato sul Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa propone un quadro d’insieme di questa prospettiva, alcune recenti novità alle elezioni regionali del Veneto ne hanno verificato la possibilità, diversi gruppi qua e là stanno prendendo coscienza.
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