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La questione

Violenza minorile e immigrazione, il peso della cultura d'origine

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Negli ultimi quindici anni in Italia si è riscontrato un sensibile aumento della violenza minorile. Un detenuto su due negli Ipm è straniero. E tra gli stranieri che delinquono ci sono nazionalità più rappresentate di altre. Un elemento di spiegazione: la cultura d’origine.

Editoriali 14_07_2026
foto Lapresse

In Italia c’è la percezione di un’aumentata pericolosità sociale e, in genere, viene attribuita ai «giovani». È vero che i giovani, in Italia, sono diventati più violenti? E come mai? L'Italia storicamente mantiene uno dei tassi di criminalità minorile più bassi d'Europa; in genere, circa la metà dei valori europei (Ottavo Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile italiana, p. 4). Tuttavia, negli ultimi quindici anni si è riscontrato un sensibile aumento dei reati violenti. Tra il 2010 e il 2022 si rilevava un aumento del 15,34% delle segnalazioni di minori; in particolare, un incremento delle segnalazioni di minori per i reati caratterizzati da violenza come le lesioni dolose, la rissa e la rapina (Ministero dell’Interno, Criminalità minorile e gang giovanili, p. 64).

Le segnalazioni di minori denunciati e/o arrestati per violenza sessuale presentano un incremento del 6,59% tra il 2010 e il 2022; le segnalazioni di minori per omicidio volontario consumato registrano un decremento del 10% dal 2010 al 2022, mentre quelle per tentato omicidio aumentano del 32,31% (Ministero dell’Interno, Criminalità minorile in Italia 2010-2022, pp. 23-24). I dati del Ministero dell'Interno indicano un aumento delle segnalazioni per diversi reati violenti commessi da minori, pur in un contesto in cui l'Italia continua ad avere uno dei più bassi tassi di criminalità minorile d'Europa. Ma come mai? A cosa è dovuto questo aumento di violenza minorile, così atipico per il nostro Paese?

Un elemento importante emerge se si introduce una variabile generalmente ignorata dai media: la nazionalità dei minori che commettono reati. L’analisi dei dati statistici condotta in base alla nazionalità dei minori arrestati e/o denunciati mostra, nell’intervallo 2010-2022, un decremento del 16,13% delle segnalazioni di minori italiani, a fronte di un aumento del 75,12% di quelle concernenti i minori stranieri (ibidem, p. 9). Le segnalazioni di minori stranieri mostrano un andamento crescente per tutte le categorie di reato esaminate. In particolare, le segnalazioni per violazione della normativa sugli stupefacenti raddoppiano tra il 2010 e il 2022, con un incremento del 43,6% nel 2017 rispetto al 2016 e un aumento del 19,88% nel 2022 rispetto al 2021. Le segnalazioni per lesioni, percosse, minaccia e rissa, nel 2022 appaiono più che raddoppiate rispetto a quelle registrate nel 2010: tra il 2019 e il 2022 si registra un incremento del 75,05% (ibidem, p. 15).

Al 31 dicembre 2025, i minori e giovani adulti presenti negli Istituti penali per i minorenni (Ipm) italiani erano 572; di questi, 344 erano ragazzi di età compresa tra i 14 e i 17 anni. I ragazzi e le ragazze di origine straniera erano 242, il 49,9% (Ottavo Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile italiana, p. 7). Qualcuno potrebbe osservare: questo dato dimostra che i minori italiani e quelli stranieri delinquono nella stessa misura. Non è così. I minorenni stranieri residenti in Italia (0-17 anni) sono circa 1.044.000; il totale dei minorenni (0-17 anni) residenti in Italia è di circa 9,1 milioni. Questo significa che l’incidenza dei minori stranieri sul totale dei minori è di circa l’11,5%. Ne deriva che i minori stranieri rappresentano circa un minore su nove nella popolazione residente, ma circa un detenuto su due negli Istituti penali per i minorenni. Va detto che la presenza negli Ipm non coincide automaticamente con la propensione a delinquere, poiché risente anche delle diverse possibilità di accedere a misure alternative alla detenzione.

Possiamo analizzare i dati più in profondità, ad esempio distinguendo per nazionalità. Secondo il prospetto ufficiale del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità con il dettaglio per nazionalità, sappiamo che, al 30 giugno 2025, su 262 detenuti stranieri negli Ipm, i tunisini erano il 31%, gli egiziani il 24% e i marocchini il 19,1%; ossia il 74,1% dei detenuti stranieri. Se invece si considera il raggruppamento geografico, i ragazzi provenienti dal Nord Africa (Tunisia, Egitto, Marocco, Algeria) sono 202 su 262, cioè circa il 77% del totale degli stranieri detenuti (Ministero della Giustizia, Flussi di utenza degli Istituti penali per i minorenni, p. 2). Vale la pena confrontare questi dati con quelli di altre nazionalità. Tra la popolazione minorile straniera, i gruppi più numerosi in Italia sono rumeni, albanesi, cinesi e filippini; nella stessa tabella vediamo che, negli Ipm, ci sono 15 rumeni, 5 albanesi, nessun cinese o filippino. In altri termini: vi sono alcune nazionalità fortemente sovra-rappresentate e altre fortemente sotto-rappresentate. Tra le prime, in maniera netta, ci sono le popolazioni nordafricane.

Se il problema fosse semplicemente l'essere stranieri, dovremmo trovare una distribuzione di detenuti negli Ipm proporzionale alla presenza delle principali comunità immigrate presenti in Italia. Non è così. Alcune comunità sono praticamente assenti negli Ipm; altre, come quella rumena o albanese, sono molto meno rappresentate del loro peso demografico. Al contrario, la grande maggioranza dei detenuti stranieri proviene da poche nazionalità nordafricane. Quali caratteristiche distinguono quei gruppi dagli altri? Potremmo considerare il tipo di percorso migratorio, le condizioni socioeconomiche, ma anche la presenza di genitori o parenti, la struttura familiare. Sappiamo bene quanto sia importante il controllo sociale. Ma ci dev’essere dell’altro. Se la variabile decisiva fosse il colore della pelle, dovremmo trovare tassi analoghi tra tutti i gruppi africani; ma non è ciò che mostrano i dati. Se fosse semplicemente la povertà, dovremmo osservare gli stessi livelli anche in altre comunità economicamente svantaggiate. I dati, invece, indicano una forte concentrazione in alcune specifiche nazionalità. Questo non prova quale sia la causa, ma mostra che una spiegazione convincente deve rendere conto di questa distribuzione molto selettiva.

Fra i fattori che possono spiegare differenze così marcate, uno dei meno discussi è il patrimonio culturale delle comunità di origine. Per cultura non si intendono la cucina, la musica o il folclore, ma si intende quell'insieme di norme implicite che insegnano fin dall'infanzia come si risolvono i conflitti, quale ruolo abbia l'autorità, quale valore abbiano la forza, l'onore, il rispetto delle regole, il rapporto fra uomini e donne. La cultura costituisce una fondamentale variabile esplicativa del comportamento umano. Ed è curioso che questo venga accettato quando si parla di rendimento scolastico, fiducia nelle istituzioni, natalità, risparmio, partecipazione civica o corruzione; ma diventi improvvisamente un tabù quando si parla di criminalità.

La cultura, naturalmente, non è l'unico elemento, ma è difficile sostenere che sia irrilevante. Essa non determina meccanicamente le azioni delle persone, ma influenza profondamente ciò che viene percepito come lecito o illecito, onorevole o vergognoso, accettabile o inaccettabile. Per questo non è irragionevole domandarsi se culture diverse producano, almeno statisticamente, differenti modelli di comportamento. La stessa distribuzione dei dati suggerisce che questa domanda non possa essere liquidata come un pregiudizio.

È dunque giusto parlare indiscriminatamente di immigrazione, nel bene e nel male, mettendo nello stesso calderone cinesi, filippini e nordafricani? O vale forse la pena di chiedersi se ci sono modelli culturali più o meno compatibili con il nostro (ammesso che ne abbiamo ancora uno)? Non è forse superficiale vedere l’immigrazione, generalmente intesa, come soluzione ai nostri problemi demografici e occupazionali? Oppure, dietro a questa voglia di immigrazione, purché sia, c’è dell’altro?