• IL DIBATTITO

Via libera agli Ogm e alle biotecnologie

E possibile che l’agricoltura tradizionale, quella che fa uso della chimica, possa trovare un terreno di incontro con quella cosiddetta “biologica”? Dopo l’articolo di Robi Ronza, risponde oggi Luigi Mariani. La pace è possibile, ma ad alcune condizioni, come valorizzare le biotecnologie in agricoltura, ogm inclusi.

Agricoltura tradizionale o biologica? La pace è possibile

Gentile dottor Ronza,

ho letto con interesse la cortese lettera riportante le Sue riflessioni a margine del mio intervento apparso su NBQ il primo maggio 2015. Mi preme anzitutto dirle che a mio avviso non è mai «di retroguardia» discutere dei fondamenti scientifici di tecnologie che pure siano risultate vincenti sul piano del marketing e pertanto cercherò qui di seguito di dare risposta alle Sue principali obiezioni rispetto al mio recente intervento su NBQ.

Libertà di produrre e di consumare cibi di buona qualità: concordo anzitutto con Lei sul fatto che l’imprenditore agricolo sia libero di produrre quel che vuole e come vuole, compatibilmente con le normative vigenti e relative alle tossine da funghi e batteri, ai residui di agro farmaci, al contenuto in nitrati, ecc. In un tale contesto la sicurezza del consumatore dipende dall’efficacia del sistema dei controlli come dovrebbe averci insegnato la parabola, terribile e troppo spesso sottaciuta, del ceppo O104 di Esclerichia coli che in Germania nel 2011 contaminò germogli di fieno greco prodotti da un’azienda biologica, provando 54 decessi e 10.000 ricoveri ospedalieri (Frank et al., 2011. Epidemic Profile of Shiga-Toxin–Producing Escherichia coli O104:H4 Outbreak in Germany, The New England Journal of Medicine, 365, nov. 10, 1771-1780). Da questo punto di vista trovo necessario che il consumatore sia correttamente informato circa pregi e difetti dell’agricoltura convenzionale e di quella biologica, e ciò al di fuori di ogni preconcetto retorico sul naturale, il genuino, l’incontaminato, gli antichi saperi, il chilometro 0, la prossimità e quant’altro.

Il lato magico dell’agricoltura biologica è costituito da un nucleo di pregiudizi non supportati da alcun approccio scientifico. Cosa c’è infatti di scientifico nel considerare l’urea (CO(NH2)2) prodotta dagli organismi animali come “migliore” rispetto a quella prodotta per sintesi industriale dall’azoto atmosferico, con un benefico processo di sintesi messo a punto dal grande chimico tedesco Fritz Haber (premio Nobel del 1918) e che oggi garantisce il soddisfacimento di oltre il 50% del fabbisogno proteico dell’umanità? Come mai continua a circolare la fola secondo cui i terreni concimati con urea o altri concimi di sintesi divengono sterili? Nel caso dei concimi di sintesi il rifiuto pregiudiziale si traduce nel fatto che, ove non si disponga di concimi organici o non si sia per ragioni agronomiche in grado di distribuirli, il biologico affama i vegetali. E se non si nutrono i vegetali come si può pensare di nutrire il mondo?

E, per inciso, l’ansia dei “biologici” di rimettere in coltura varietà antiche, piene di difetti sul piano agronomico, si spiega con il fatto che trattasi di varietà che, essendo assai poco produttive, si “accontentano” del poco nutrimento che viene loro fornito. Il risultato ultimo della “base magica” è che se i canoni del biologico venissero imposti per legge a livello mondiale (come da più parti viene chiesto in nome di una pretesa superiorità etica di tale tecnologia di produzione) il mondo vivrebbe una catastrofe alimentare senza precedenti (poco cibo e a prezzi esorbitanti), inverando così le teorie dei neo Malthusiani alla Petrini.

L’agricoltura e la sfida dell’intensificazione: Il biologico costa di più perché produce di meno e quanto meno produca lo si può dedurre dai prezzi (grossomodo costa il doppio perché produce la metà). E qui debbo dire che l’agricoltura di oggi, come ben dice l’amico professor Giuseppe Bertoni nella sua assai interessante intervista a NBQ del 6 maggio 2015, non può in alcun caso rifuggire alla sfida delle alte produzioni a prezzi accessibili e ciò in particolare nei Paesi in via di sviluppo, ove le rese sono bassissime proprio perché non si adottano varietà moderne, si fa bassissimo uso di concimi di sintesi e non si utilizzano gli agro farmaci, che difendono le colture da malerbe, parassiti e patogeni, come ben sa chi pur facendo biologico non può che usare solfato di rame come fungicida, non certo innocuo per gli ecosistemi.

Da ultimo mi pare essenziale porre la seguente questione: è possibile oggi un dialogo fra biologico e agricoltura convenzionale? A mio avviso il biologico si fa oggi carico delle aspirazioni a un minor impatto sull'ambiente dell’agricoltura, diffuse soprattutto nei contesti urbani più ricchi, mentre l’agricoltura convenzionale si fa carico della necessità di produrre beni in quantità massiccia per soddisfare i bisogni primari dell'umanità. Entrambe le tecnologie sono riferite all’agricoltura che è l’attività biologica per eccellenza perché si fonda sulla fotosintesi e sulla chiusura dei cicli della materia che hanno luogo nel terreno. E qui trovo che una sintesi proficua potrebbe basarsi su tre strategie: 1. far piazza pulita da ogni aspetto che non regge sul piano scientifico (in altri termini si lasci la magia ai biodinamici); 2. valorizzare le tecniche di produzione più rispettose del’ambente (difesa integrata, agricoltura conservativa, agricoltura di precisione); 3. valorizzare le biotecnologie in agricoltura (OGM inclusi).

Circa il punto tre, riallacciandomi alla succitata riflessione del professor Bertoni, ritengo utile evidenziare che le biotecnologie potrebbero paradossalmente costituire un ideale punto d’incontro fra biologico e convenzionale. Ciò in quanto grazie alle tecniche di ingegneria genetica, che in Italia sono oggi ottusamente proibite per legge, sarebbe possibile pensare di transitare a sistemi con meno chimica. Si pensi ad esempio a piante che producono in ambienti estremi, a piante che si autoproteggono dai parassiti e si pensi pure a cereali che sintetizzano azoto grazie alla simbiosi con i batteri radicicoli, simbiosi che oggi è appannaggio delle sole leguminose. Ovviamente una prospettiva di questo genere richiederebbe un pragmatismo anche in termini di investimenti in ricerca che oggi è del tutto ignoto in Europa.

 

 

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