• IL PAPA E IL DOCUMENTARIO

Unioni civili e adozioni, se il Vaticano non smentisce...

Il documentario di Evgeny Afineevsky ha fatto il giro del mondo per le dichiarazioni contrarie al Magistero della Chiesa espresse da Francesco: anche se la frase sulle "convivenze civili" fosse stata estrapolata dal contesto resterebbe grave, per non parlare di quanto raccontato sul papa da due omosessuali con bambini a carico. La mancata smentita della Santa Sede sarebbe un macigno.

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Il documentario del regista Evgeny Afineevsky, presentato mercoledì scorso al Festa del Cinema di Roma, ha fatto il giro del mondo per le dichiarazioni contrarie al Magistero della Chiesa espresse da Francesco. Come abbiamo spiegato l’intervista è stata montata ad arte, ma è impossibile scampare dalla frase riferita alle persone con attrazioni omosessuali conviventi (è assurdo affermare che il papa si riferisse ad una legge, giuridicamente insensata, che obblighi ad una convivenza dei genitori con i loro figli): “Quel che si deve fare è una legge sulla convivenza civile: hanno diritto ad una copertura legale. Io ho difeso questo”.

Il papa ne aveva già parlato nel volume “Politica e società” del 2017 in cui sosteneva che, siccome non si possono chiamare queste unioni “matrimonio”, “chiamiamole allora unioni civili”. Quindi Francesco avrebbe confermato la sua opinione contraria alla dottrina della fede (vedi, ad esempio, il documento firmato da Ratzinger “Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali”): “In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali... è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all'applicazione di leggi così gravemente ingiuste... Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo (unioni civili o matrimonio, ndr) così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale”.

Ma c’è un altro passaggio del documentario che aggrava la situazione ed è quello in cui Francesco viene ripreso mentre farebbe una telefonata ad Andrea Rubera e Dario De Gregorio (attivisti gay e sedicenti cattolici) che gli avevano scritto una lettera in merito al timore di portare in parrocchia i loro figli. Nel documentario si vede Rubera che incontra Bergoglio (nella foto a sinistra). Rubera poi spiega così: «Gli ho detto: "Santo Padre, voglio sapere se è una cosa buona per loro (i bambini, ndr) e che non sia un trauma, un male per loro". Tre giorni dopo ho ricevuto una chiamata da un numero anonimo. C’era qualcuno che diceva: “Signor Rubera?”. “Sì, sono io”. “Sono papa Francesco, ti ho chiamato due volte ma non rispondevi. Ho letto la tua lettera, è bella e ho compreso il tuo punto di vista”. E poi mi ha detto: “Per favore, porta i tuoi figli in parrocchia, sii trasparente con la parrocchia riguardo alla tua famiglia. Certamente non tutti condivideranno la tua scelta di avere una famiglia così, ma io penso che tu debba andare (in parrocchia, ndr) perché è un bene per i tuoi figli”. Il suo messaggio - continua Rubera - e il suo consiglio sono stati davvero utili... non ha detto quale fosse la sua opinione sulla mia famiglia. Probabilmente segue la dottrina su questo punto, ma l’atteggiamento verso le persone è completamente cambiato».

Rubera non spiega il contenuto della sua lettera, non si sa quindi se abbia detto a Francesco come questi piccoli sono stati fabbricati (attraverso la fecondazione assistita e tramite l’utero in affitto). In ogni caso, il pontefice sa che a crescerli sono due uomini. Perciò se davvero, come sostiene Rubera, il papa non ha giudicato la situazione, spingendoli ad andare in parrocchia per salvare il salvabile, sarebbe preoccupante. Non dire a due uomini che lo hanno interpellato, e che pretendono di fare i padri degli stessi bambini, che il bene di quegli innocenti, prima ancora che andare in parrocchia, è crescere con una mamma e un papà è una omissione pesante. Non si può infatti sostenere che sia una scelta relativa, da alcuni condivisibile e da altri meno. Soprattutto non ci si può commuovere per i poveri conviventi, parlare dei diritti delle persone omosessuali (per altro non esiste per nessuno il “diritto alla famiglia”) e dimenticare quello degli indifesi senza voce, vittime dell'attuale catastrofe culturale-normativa.

Infatti, Rubera e il suo compagno hanno deciso di mettere il loro desiderio deviato davanti al bene di tre piccoli, commettendo un atto che la Chiesa, nel documento sopra citato, condanna così: “Come dimostra l'esperienza, l'assenza della bipolarità sessuale crea ostacoli allo sviluppo normale dei bambini... Inserire dei bambini nelle unioni omosessuali per mezzo dell'adozione significa di fatto fare violenza a questi bambini nel senso che ci si approfitta del loro stato di debolezza... Certamente una tale pratica sarebbe gravemente immorale e si porrebbe in aperta contraddizione con il principio, riconosciuto anche dalla Convenzione internazionale dell'ONU sui diritti dei bambini, secondo il quale l'interesse superiore da tutelare in ogni caso è quello del bambino, la parte più debole e indifesa”.

La dottrina quindi parla non solo di immoralità dell’utero in affitto (qui si vìola anche la madre) ma delle adozioni da parte di persone dello stesso sesso. E aggiunge che, per il bene di tutti, occorre dire la verità a chi vive in queste situazioni (che non possono compiere la natura umana bisognosa di alterità): “Laddove lo Stato assuma una politica di tolleranza di fatto, non implicante l'esistenza di una legge che esplicitamente concede un riconoscimento legale a tali forme di vita... La coscienza morale esige di essere, in ogni occasione, testimoni della verità morale integrale, alla quale si oppongono sia l'approvazione delle relazioni omosessuali sia l'ingiusta discriminazione nei confronti delle persone omosessuali”.

Ergo, se tutto il documentario è il frutto di una montatura non completamente visionata dai protagonisti, occorre una smentita ufficiale da parte del Vaticano. Perché il fatto che si affermi persino che il papa ha spinto i due uomini in parrocchia, senza difendere i tre bambini a loro carico e il loro bisogno profondo di maternità, aggraverebbe ulteriormente la situazione ponendo un macigno (di dolore e di smarrimento) sulle spalle dei fedeli. Per non parlare delle conseguenze sui più piccoli.

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