Tutti i pericoli della Corredenzione che vede solo Staglianò
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Il presidente della Pontificia Academia Theologica torna a mettere in guardia dal chiamare Maria Corredentrice, sulla base di rischi inesistenti e dei soliti argomenti. Una posizione in linea con la Mater populi fidelis che azzera quanto finora insegnato dalla Chiesa, Vaticano II incluso.
- Dossier: Maria è Corredentrice
Abbiamo sinceramente pensato che mons. Antonio Staglianò, inviando alla Redazione de La Bussola Quotidiana la propria replica ad un mio precedente articolo, intendesse intavolare un reale confronto sulla Nota dottrinale Mater populi fidelis e sul tema in questione legato al titolo mariano di Corredentrice ed alla verità teologica che esso sottende.
Dobbiamo invece constatare che le cose non stanno così, dal momento che il Presidente della Pontificia Academia Theologica, in un recente articolo pubblicato dal quotidiano Avvenire, si posiziona sui soliti luoghi comuni circa presunti pericoli nel chiamare Maria “Corredentrice”, senza scomodarsi di prendere in seria considerazione le numerose argomentazioni teologiche e pastorali in favore non solo della appropriatezza di questo titolo, ma anche e soprattutto della dottrina della partecipazione di Maria alla redenzione, sia oggettiva che soggettiva.
Spiace constatare che mons. Staglianò ricorra di fatto allo stesso metodo della Nota dottrinale: ignorare i solidi e fondati argomenti a favore della corredenzione, presenti anche nel Magistero ordinario, e inondare il testo con le solite inconsistenti difficoltà, spacciando poi questa consapevole scelta minimalista come una posizione prudenziale. L’articolo purtroppo manifesta anche la volontà di evitare il confronto con coloro che, se fossero stati consultati, avrebbero portato la Nota vaticana a conclusioni diverse: non è un mistero che i grandi assenti nella stesura e nella presentazione del documento siano proprio i mariologi, alcuni dei quali hanno al contrario espresso posizioni di riserva e di critica (vedi qui e qui). Queste analogie relative al modus operandi degli estensori di Mater populi fidelis e di mons. Staglianò fanno sorgere il sospetto che dietro la Nota del Dicastero per la Dottrina della Fede possa esserci proprio la mano dello stesso Staglianò, l’unico che praticamente continua a difenderla a spada tratta, nonostante le evidenze contrarie che mostrano la triste realtà di un documento disonesto nel metodo, mediocre nel contenuto e raffazzonato nella forma.
«Il rischio insito nel titolo di “Corredentrice”», spiega mons. Staglianò, «è quello di delineare, anche solo implicitamente, un percorso di salvezza parallelo a quello rivelato da Cristo. In questa prospettiva, l’opera di Gesù, che ha svelato il volto del Padre misericordioso, verrebbe tacitamente considerata come non pienamente sufficiente, o come avente a che fare con una giustizia divina che, da sola, limita la portata della misericordia. Ecco allora che l’intercessione di Maria, trasformata in “Corredentrice”, rischierebbe di essere vista come un accesso a una misericordia più grande e più accessibile, quasi alternativa a quella di un Dio la cui giustizia ne condizionerebbe l’amore».
Che il rischio paventato di contrapposizione tra la misericordia di Maria e la giustizia di Cristo – rischio per altro che potrebbe riguardare una porzione decisamente esigua e marginale dei fedeli cattolici e che certamente non costituisce uno dei problemi principali del nostro tempo – sia legato al titolo di Corredentrice è una fantasia di mons. Staglianò. Se il problema sussiste, esso si palesa ovunque si constati una devozione distorta alla Madonna in generale, e non alla Corredentrice in specifico. Quali dati fornisce il Presidente della Pontificia Accademia di Teologia per supportare la sua affermazione? Nessuno. Ricorrere a Maria Santissima per evitare il presunto volto severo di Cristo può verificarsi anche nei confronti della devozione alla Madonna di Pompei, all’Ausiliatrice, all’Immacolata e persino alla Madre di Dio. Cosa dovrebbe fare allora la Santa Sede? Pubblicare una Nota in cui si proibisce di ricorrere alla Madonna?
La validità dell’argomento “del rischio” di mons. Staglianò richiederebbe poi di essere provata dalla possibilità di generalizzare il criterio che egli utilizza; si dovrebbe poter verificare che, anche in altre situazioni ove vi sia la presenza di un eventuale rischio di incomprensione, si sia optato per bloccare lo sviluppo teologico e un’eventuale definizione dogmatica. Ma se così fosse, dovremmo cancellare dalla Chiesa praticamente tutti i dogmi. L’affermazione di tre Persone divine non corre forse il rischio di minare la verità dell’esistenza dell’unico Dio? Non è forse quello che, ancora oggi, ci rimproverano Ebrei e Musulmani? L’affermazione che il Papa è capo della Chiesa non mette forse a rischio la verità che lo è Cristo? E non è quello che ci rimproverano gli Ortodossi? La dichiarazione dogmatica dell’Immacolata non corre forse il rischio di pensare che Maria non abbia avuto bisogno della salvezza di Cristo? Non è forse l’obiezione che continuano a muoverci i Protestanti? Dal momento che l’applicazione del criterio di mons. Staglianò condurrebbe semplicemente all’azzeramento della dottrina cattolica, tale criterio non può essere considerato valido.
Quanto «al percorso di salvezza parallelo», facciamo notare che né il titolo né la dottrina sottostante favoriscono questo rischio: il titolo, in virtù del prefisso “co-”, esclude esplicitamente l’idea di un parallelismo, precisamente per il fatto che Maria ci ha redenti con Cristo, unico Redentore, e non indipendentemente da Lui; l’idea di una co-redenzione evoca costitutivamente una cooperazione con qualcuno, non un’attività parallela e indipendente. L’accusa la si potrebbe semmai rivolgere al titolo di “Redentrice”, che pure è stato utilizzato nella storia della Chiesa, senza che venissero sollevati problemi pretestuosi. La dottrina, poi, è fin troppo chiara nel sottolineare che ciò che Maria è lo riceve dal suo Figlio e lo esercita in unione e in subordinazione a Lui.
Mons. Staglianò incappa in un altro errore pretestuoso e grossolano: «Presentare Maria come “Corredentrice” implica, anche solo semanticamente, che l’opera di Cristo sia in qualche modo incompleta o necessiti di un complemento umano. Si insinua così l’idea di una seconda fonte di redenzione, che affianca e in qualche modo “integra” la prima, minando l’unicità dell’evento salvifico». Seguendo questo principio, dovremmo censurare nientemeno che San Paolo, il quale non si fa troppi problemi nel manifestare la propria intima gioia nella sofferenza, perché può così completare nella sua carne «quello che manca ai patimenti di Cristo» (Col 1, 24).
Si potrebbe chiudere qui la questione, ma c’è dell’altro. La singolare partecipazione di Maria alla redenzione non è mai stata intesa come un complemento umano ad un’opera umano-divina incompleta, ma, al contrario, come la sovrabbondanza dell’opera di Cristo, che ha reso capace la Vergine di partecipare in modo attivo e immediato alla sua opera. La corredenzione di Maria si rivela, al contrario di come scrive Staglianò, come la più sublime esaltazione della potenza di Cristo Signore e dell’eccedenza della sua opera, del subisso della sua misericordia nel voler associare a Sé, per puro amore, una Madre immacolata nell’opera della redenzione, rendendola capace di meritare, insieme con Lui, la nostra salvezza. La corredenzione non insinua alcuna “integrazione”, ma una cooperazione suscitata e sostenuta dallo stesso Cristo.
Alla fine del suo articolo, si comprende come la posizione di Staglianò, anche in questo identica a quella espressa dalla Nota dottrinale, non sia affatto motivata dai possibili rischi di una comprensione distorta della corredenzione di Maria, ma nasca da una riduttiva e insufficiente considerazione di Maria Santissima, intesa solo nella sua dimensione di «perfetta discepola che ci indica l’unico Redentore», «icona luminosa della creatura che, piena di grazia, si fida totalmente dell’unico Dio-Amore». Ma questa impostazione, diciamolo apertamente, fa precipitare l’insegnamento della Chiesa su Maria nell’angusto orizzonte protestante, azzerando quanto il Magistero, soprattutto nel Novecento, Lumen Gentium inclusa, ha insegnato circa la sua persona e la sua singolare, attiva e immediata partecipazione all’opera della redenzione.
Di positivo, in ogni intervento di mons. Staglianò, c’è la conferma sempre più evidente di quanto poco spessore teologico si rilevi nelle ragioni di chi si oppone alla corredenzione.
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