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DOPO L'INCENDIO

Tragedia di Crans Montana, quando la vita e la morte si toccano

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Una festa che in pochi minuti si tramuta in carneficina: la disgrazia elvetica ci ricorda che vita e morte sono a stretto contatto tra loro in ogni istante. Per questo il Vangelo ci invita ad essere pronti. E sulle responsabilità della tragedia: un mondo senza fede non ha cura dell'uomo e diventa meno sicuro.

Attualità 03_01_2026

Il format è ormai rodato, anche per la tragedia di Crans-Montana, per quel capodanno di fuoco che è costata la vita a 40 persone, ma il numero potrebbe aumentare nei prossimi giorni. Format rodato perché si inizia con la descrizione dell’incidente, per poi passare all’individuazione dei fattori che hanno concorso alla tragedia – un piano seminterrato privo di uscite di sicurezza, materiali non ignifughi, forse la carenza di un numero adeguato di estintori – e all’individuazione dei responsabili, chiudendo con lo slogan: «Certe cose non dovrebbero più accadere!».

Volendo fare un po’ il cristian contrario, verrebbe da chiedere: «Ma non è che certe cose accadono anche perché c’è meno fede in giro? Vuoi vedere che la fede è il sistema di sicurezza migliore se non per azzerare certi rischi, almeno per prevenirli al meglio?». Vogliamo dire che la carestia spirituale globale conduce in modo inevitabile a considerare l’uomo meno uomo, a deprezzarne la dignità, a non riconoscere più la sua intima preziosità. Chi non crede in Dio è meno propenso a credere nell’uomo.

In un mondo ricco di fede non solo non ci sarebbero norme legittimanti l’aborto e l’eutanasia, ma si avrebbe una cura estrema della persona in ogni minima piega dell’esistenza. E dunque non ci spingiamo a dire che simili tragedie non sarebbero mai avvenute in un mondo che ruota intorno alla Croce di Cristo, ma potremmo avanzare la sicura ipotesi che, in un simile mondo, il rischio del loro verificarsi scemerebbe di gran lunga. L’attenzione all’incolumità delle persone deriva o dovrebbe derivare dalla coscienza della loro intima preziosità, ma se estingui la fede estingui anche la consapevolezza che ogni persona è fatta ad immagine di Dio, causa ultima della sua dignità. Le uscite di sicurezza, gli estintori, i materiali ignifughi esprimono una cura per la persona e quindi richiamano il fondamento ultimo della sua dignità, della sua preziosità. Un mondo lontano da Dio è un mondo pericoloso per l’uomo.

Seconda riflessione sempre un po’ scomoda, sempre un po’ infeltrita al tatto della mente. Nella triste vicenda di Crans-Montana la vita e la morte si toccano. Nel primo termine includiamo la presenza nel locale di giovani e giovanissimi, la situazione festaiola e lo sguardo fiducioso al futuro, al nuovo anno. Nel secondo termine il cumulo di cadaveri e di feriti anche gravissimi. Vero è che nel primo termine la vita forse non brillava appieno: spesso questi divertimenti sono vuoti, coprono in modo cosmetico voragini di solitudini e di mancanza di senso. Gli eccessi sono spesso il calco del naufragio esistenziale, l’esagerazione è il negativo della miseria biografica, l’ipertrofia festaiola è il contraltare del minimalismo della mente e del cuore.

Ciò detto però è paradigmatico che una festa si sia tramutata in pochi minuti in una carneficina, che le risate si siano trasformate in pianti, che i canti siano diventati grida di terrore. La morte ci è accanto sempre e a volte, in modo inaspettato, ci sta davanti, prende il primo posto. Davvero è una livella, perché non guarda in faccia a nessuno, vecchi e giovani; è scortese perché entra in una festa non invitata; è inopportuna perché si fa viva – l’ossimoro è voluto – quando il divertimento è al suo culmine; è maleducata perché ha fatto fare brutta figura agli Svizzeri che nell’immaginario collettivo sono perfetti; è soprattutto volgare e crudele perché trasforma giovani corpi in salme carbonizzate.

Ma possiede anche delle virtù "sora nostra morte corporale". Ad esempio è "magistra vitae". È la pedagoga eccellente perché, pleonastico a dirsi, ci insegna il valore sublime della vita, per paradosso e tramite contrasto disvela la sua eccelsa, radiosa e densa sostanza. Il poeta Adam Zagajewski espresse tale concetto con questo verso perfetto: «La morte possiede un enorme senso della forma» (Nel cielo dell’America, in A. Zagajewski, Guarire dal silenzio, Mondadori, 2020, p. 213).

E così vita e morte, due termini antitetici, si sono toccate nelle loro estremità e nelle loro intimità. D’altronde dove finisce la vita inizia la morte. La disgrazia elvetica ci ricorda proprio questo: vita e morte sono a stretto contatto tra loro in ogni istante. Sotto la sottile lamina di ghiaccio della vita si agita sempre la morte e noi spesso ce ne scordiamo e volteggiamo felici e inconsapevoli sopra questa fragile pellicola.

Sì, ammettiamolo, la vita è una patologia congenita ad esito infausto. A volte ci accorgiamo che il ticchettio dell’esistenza si fa sempre più lento e più tenue, altre volte, come a Crans-Montana, il ticchettio si interrompe bruscamente. Parliamo allora di morte prematura. Ma la morte è prematura solo secondo statistica, non secondo Dio. Ce lo rammenta con il solito stile inelegante il Vangelo: Estote parati, «anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo» (Mt 24, 44).

Chi se lo poteva immaginare che quella festa si sarebbe trasformata in un rogo umano? E ancora, era circa l’una e mezza quando nel locale Le Constellation è scoppiato l’incendio: «Come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore» (1 Tess. 5, 2). Il Signore che come un ladro di notte ti ruba la vita. Non sono malevoli suggestioni o, peggio, correlazioni impietose, ma dati oggettivi, spietata realtà. Nessuno ci assicura che oggi non moriremo. Nessuno ci assicura che il primo giorno dell’anno nuovo non sarà il tuo ultimo giorno di vita e il primo giorno di una vita nuova. Ecco perché la Chiesa invita a pregare «Dalla morte improvvisa, liberaci, Signore».

Estote parati, perché anche la morte ama festeggiare l’ultimo dell’anno. E tutti gli altri giorni dell’anno.