Tecnologia, social, IA: il rischio che l’uomo diventi oggetto
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La Commissione teologica internazionale ha pubblicato una nota sull’antropologia cristiana in relazione allo sviluppo tecnologico. Il documento mette in guardia su transumanesimo e postumanesimo. E spiega come la tecnologia pervasiva influenzi negativamente l’identità.
Lo scorso 4 marzo la Commissione teologica internazionale ha pubblicato una lunghissima nota dal titolo Quo vadis, humanitas? Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano. Il tema oggetto di questa nota, articolato in 164 punti, è lo sviluppo umano in relazione allo sviluppo tecnologico. Moltissimi sono gli snodi concettuali esaminati dalla Commissione teologica, spesso però affrontati in modo verboso e altrettanto spesso non pertinenti al tema della nota. Ne isoliamo qui solo due, assai suggestivi.
Secondo questo documento due fenomeni filosofici, che hanno ricadute immediate in ambito tecnologico, sono particolarmente pericolosi per un sano sviluppo dell’umanità: il transumanesimo e il postumanesimo. «Il transumanesimo – leggiamo nella nota – è un movimento filosofico che opera con la convinzione che l’essere umano possa e debba impiegare le risorse della scienza e della tecnologia per superare i limiti fisici e biologici della condizione umana, […] plasmando così la propria evoluzione e massimizzando il proprio potenziale, fino a riprogettare l’essere umano per renderlo adatto a dirigersi oltre» (14). Il transumanesimo, in definitiva, vuole predicare un super uomo, un uomo così massimamente potenziato che diventerebbe altro da sé. Dunque un uomo che travalica – ed è mera distopia – la propria natura e quindi si snatura. Invece il post-umanesimo rende «del tutto fluido il confine tra l’umano e la macchina» (15), predicando l’assenza di una natura specifica per la persona umana: l’uomo sarebbe indeterminato e quindi potenzialmente si potrebbe fondere con gli altri enti in un tutto cosmico.
In entrambi i casi assistiamo al tentativo di snaturare l’uomo dal momento che si esprime un «giudizio negativo sulla condizione umana così come è, e in definitiva sulla sua identità. Ne deriva il sogno di reinventarla, un sogno motivato dall’insoddisfazione per ciò che in essa si dà così com’è» (57). Emerge quindi un tratto peculiare di ogni ideologia: il rifiuto del reale per inventare una nuova realtà. La tentazione è quindi di sostituirsi al Creatore per diventare creatori di sé. Le attuali potenzialità tecnologiche, percepite ormai come onnipotenti, rendono ancor più appetibili le mai morte velleità di autopoiesi dell’uomo.
In risposta a queste due tesi filosofiche si potrebbe rammentare che la persona deve perfezionarsi non perché la natura abbisogni di perfezionamento, essendo mancante di qualcosa, ma perché è ciò che chiede la natura. Questa funge da pietra di paragone per il proprio perfezionamento, ma anche da limite: l’uomo ontologicamente non potrà mai essere diverso da ciò che è, rectius: da chi è. Tale perfezionamento, spiega la nota, è possibile non solo facendo leva sulle potenzialità naturali, ma soprattutto a motivo della grazia divina: «La corretta accezione di questo “andare oltre” proprio dell’umano si ritrova nel “transumanar” espresso da Dante nel primo Canto del Paradiso, come in altre modalità dell’esperienza della “divinizzazione”, effetto dell’unione intima con Dio per grazia piuttosto che prodotto di tecniche umane più o meno elaborate. […] A questo livello del discorso si potrà misurare la profonda distanza che esiste tra il sogno di “diventare come dèi” (cf. Gen 3, 4) di certo transumanesimo o postumanesimo e il dono della “divinizzazione” intesa come partecipazione alla vita divina nell’umanità trasfigurata dei figli di Dio in Cristo» (24). È nella partecipazione all’essere di Dio – questo è ciò che è indicato nel termine non proprio corretto di “divinizzazione” usato dalla nota – che l’uomo si perfeziona, ossia diventa sempre più uomo, sempre più se stesso. Una partecipazione imperfetta qui sulla terra e perfetta in Paradiso: «noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3, 2). Nel trans- e post-umanesimo il conato di trascendenza viene frustrato sia perché l’uomo è ridotto solo alla sua dimensione fisica, sia perché si fonda unicamente su capacità umane, sia soprattutto perché la natura, metafisicamente intesa, è limite invalicabile. Di contro nel cristianesimo la volontà di trascendere, ossia non di superare la condizione naturale ma di superare la condizione di natura decaduta, è attuabile grazie alle potenze dell’anima e a motivo della grazia di Dio. Un moto di trascendenza così elevato, ben più elevato di quello immaginato dai transumanisti, che ci fa simili a Dio.
Un secondo tema suggestivo affrontato dalla nota è quello del rapporto tra tecnologia e identità. A tal proposito la Commissione scrive che dal momento che «tecnologia digitale, social media, intelligenza artificiale [sono] strumenti più connessi alla nostra autocomprensione, che vengono utilizzati per esprimere sé stessi nelle varie forme della comunicazione sociale, per plasmare le identità personali o collettive, per coltivare le relazioni con altri, ne deriva una più intima trasformazione. La tecnologia digitale non è più solo uno strumento, ma costituisce un vero e proprio ambiente di vita, con un suo modo di strutturare le attività umane e le relazioni» (33). L’intuizione è rilevante: la tecnologia digitale non è più solo mezzo, ma ambiente, struttura tecnologica che è già sociale perché ci viviamo dentro, ne siamo immersi e per osmosi ne assimiliamo i contenuti. È condizione esistenziale. Questo ambiente tecno-sociale, essendo così pervasivo, duttile, personalizzabile, comprensivo di quasi tutte le nostre attività e, in riferimento all’IA, imitativo dell’intelligenza umana, sta trasformando le nostre identità. Il rischio è che l’uomo da soggetto diventi oggetto e lo strumento da oggetto diventi soggetto; che l’uomo da agente diventi agito e lo strumento da agito diventi agente. In buona sostanza il pericolo sta nel fatto che la nostra identità sia plasmata dai social, dall’IA, dagli innumerevoli dispositivi che usiamo. L’uomo diventa così un cyborg e la macchina un umanoide. Una migrazione incrociata di identità dove il reale si virtualizza e il virtuale si realizza.
Poi la nota centra il focus su una particolare modalità di costruzione dell’identità tramite la tecnologia digitale: «In tanti ambienti dell’infosfera si percepisce un’insistenza per farsi riconoscere, condividendo permanentemente pensieri ed emozioni in rete, che devono essere “riconosciuti da altri”. Pur nella giusta esigenza umana di riconoscimento, questo fenomeno eccessivo è un sintomo di incertezza dell’identità. Proprio perché questa si deve “inventare” senza istanze oggettive esteriori (natura, valori culturali, ruoli sociali, costume condiviso), l’identità è più debole: invoca il riconoscimento ma lo deve contrattare, attirare, conquistare, anche gridando oppure falsando la realtà. L’io oggi si dibatte nella speranza di essere riconosciuto da qualcuno» (43). L’Io si costruisce con migliaia, milioni di like e follower, ossia tramite l’apprezzamento, la considerazione, il consenso. Tu esisti se esisti per gli altri, al di là di parametri oggettivi come natura, valori culturali, ruoli sociali, costume condiviso. L’Io allora è disincarnato dalla natura, dalla propria storia, dalle relazioni sociali fisiche, dalla propria famiglia, dai propri talenti. L’identità nasce e muore nel virtuale. Tu sei l’immagine che gli altri hanno di te. Narciso è solo l’immagine che vede riflessa nello specchio d’acqua. E questo specchio d’acqua oggi si chiama social.

