Suicidio, il Ddl dell’Emilia è un modo per fare pressioni
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Presentato in Emilia Romagna un disegno di legge sul suicidio assistito. Ma perché questa mossa se la Corte costituzionale ha già cassato la sostanza della legge regionale toscana? Lo scopo è fare pressing politico-psicologico sulla Consulta e dunque sul Parlamento.
Non c’è due senza tre. Dopo la Toscana e la Sardegna anche l’Emilia Romagna intende dotarsi di una legge sul suicidio assistito. Il disegno di legge emiliano ha raccolto il parere favorevole della Commissione Sanità dell'Assemblea legislativa regionale ed è ora pronto per approdare in aula per il voto finale che probabilmente avverrà tra il 19 e il 26 luglio. L’impianto della legge è il solito, ossia la norma si articola nel rispetto dei criteri indicati dalla Corte costituzionale nel 2019 per accedere al suicidio assistito: la decisione di morire deve essere compiuta liberamente e consapevolmente, la patologia deve avere carattere irreversibile, il paziente deve essere sottoposto a trattamenti salvavita e affetto da sofferenze intollerabili. Un paio di emendamenti del centrodestra sono stati accolti dalla maggioranza, ma la legge, ovviamente, rimane iniqua.
Ricordiamo che la legge regionale della Toscana del 14 marzo 2025, n. 16, è stata già impugnata dal Governo davanti alla Consulta perché non può essere demandata ad una Regione la disciplina normativa del suicidio assistito, dato che è materia di competenza del Parlamento. In quell’occasione la Corte aveva cassato la sostanza della legge – addirittura aveva dichiarato illegittimo il richiamo ai criteri per accedere al suicidio assistito indicati dalla Corte stessa perché non spetta alla Regione richiamarli, ma al Parlamento – e aveva salvato solo le procedure meramente organizzative perché di spettanza della Regione: quali sono gli organi che devono verificare la sussistenza dei criteri, la disciplina del Comitato etico, eccetera. Anche la legge regionale della Sardegna del 18 settembre 2025, n. 26, è stata impugnata dal Governo per gli stessi motivi, ma siamo in attesa della pronuncia della Consulta.
Ora, nonostante la bocciatura subita dalla Regione Toscana per mano della Consulta, l’Emilia Romagna prova a dotarsi di una legge simile. Non solo, ma bisogna aggiungere che una legge, sia regionale che statale, è inutile perché, come ha ricordato la stessa Corte quando si è pronunciata sulla legge toscana, applicando la sentenza della Consulta del 2019 e la legge sul consenso informato 219/2017, ogni Regione già oggi, senza bisogno di nessuna legge aggiuntiva, può aiutare i suoi cittadini a suicidarsi legalmente. Insomma, queste leggi regionali sono superflue a detta della Consulta stessa. Ma allora perché continuare a varare queste leggi inutili e che hanno già ricevuto la censura della Corte costituzionale? Il motivo è semplice: occorre fare pressing politico-psicologico sulla Consulta e dunque sul Parlamento.
Il disegno di legge che è al vaglio di quest’ultimo, per fortuna, è silente (clicca qui e qui), ma anche nel caso si ridestasse non piacerebbe all’area culturale levantina, progressista e liberale, che ne vorrebbe un’altra ben più radicale. E dunque Toscana, Sardegna ed Emilia Romagna stanno volutamente creando casi giuridici da portare all’attenzione della Consulta. Ma questo è solo un obiettivo intermedio. Il traguardo è quello di condizionare i lavori parlamentari. Questa strategia si articola in due modalità. La prima: la Consulta, investita da plurimi casi tra loro analoghi, dovrà per forza di cose, come in realtà ha già fatto più volte, sollecitare il Parlamento ad intervenire nella materia. Seconda modalità ancor più rilevante: si spera che la Consulta, come spesso capita, inserisca nella sua sentenza qualche principio ancor più liberale in tema di suicidio assistito ed eutanasia, principio che, pur nell’indipendenza del Parlamento, quest’ultimo non potrebbe ignorare e che dovrebbe quindi inserire nella sua legge.
Dietro queste leggi regionali c’è poi la regia dei Radicali. Infatti, tali leggi nascono dall’impulso instancabile dell’Associazione Luca Coscioni, la quale sta portando avanti la campagna Liberi Subito volta ad avere in tutte le regioni italiane una legge sul suicidio assistito. La tecnica adottata dalle Regioni è quella adottata da Marco Cappato, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni, che, autodenunciandosi innumerevoli volte per il reato di aiuto al suicidio, ha innescato, altrettante volte, ricorsi alla Consulta affinché questa potesse allargare ancora di più le maglie del suicidio medicalmente assistito.
Regioni e Cappato poi vanno per la loro strada anche se, nel primo caso, la Consulta ha fatto capire che non spetta alle Regioni legiferare sulla materia del “suicidio assistito”, e anche se, nel secondo caso, sempre la Consulta ha stabilito che i criteri da lei indicati per accedere al suicidio assistito non verranno cambiati. Questa insistenza è motivata dal fatto che è notorio che i giudici della Corte costituzionale possono cambiare idea e anche in fretta.
Quindi la strategia radicale è duplice. Da una parte l’assedio continuo e asfissiante all’avamposto fortificato della Consulta e su altro fronte l’uso della morsa a tenaglia: l’avamposto è attaccato su due fronti, dalle Regioni e da Cappato. La Consulta ha già fatto entrare il nemico legittimando il suicidio assistito, ma il nemico vuole espugnarla in toto. Quando la Consulta sarà completamente in mano al nemico, allora sarà più facile conquistare anche il Parlamento. Se poi salirà al governo la sinistra, sarà un gioco da ragazzi avere addirittura l’eutanasia per iniezione letale.
Suicidio, la Consulta mutila la legge toscana e fa un assist al Parlamento
La Corte Costituzionale non annulla integralmente la legge regionale della Toscana sul suicidio assistito, ma ne boccia diverse parti salvando solo quelle «a carattere meramente organizzativo e procedurale». Il piano inclinato resta, ma dalla sentenza emergono due conferme: non occorre una norma procedurale statale e il Parlamento può modificare i principi stabiliti dalla Consulta stessa.
Aiuto al suicidio, riecco i cattolici che votano leggi ingiuste
Già approvato alla Camera, il 14 luglio sarà discusso al Senato un disegno di legge che richiama, con qualche miglioramento, i criteri indicati dalla Consulta per l’accesso al suicidio assistito e sembra poter raccogliere il voto del centrodestra. Ma il male, anche se “minore”, non può essere approvato.
Suicidio assistito, il Ddl della destra rimane contro la vita
Approdato alle competenti commissioni del Senato il Ddl Zanettin-Zullo che richiama i criteri di accesso al suicidio assistito indicati dalla Corte costituzionale, pur con delle differenze, dalle cure palliative all’assenza di spese per il Servizio Sanitario Nazionale. Ma al netto dei paletti il testo favorisce la deriva eutanasica.
- «Le cure palliative non riguardano solo i malati terminali», di Fabio Piemonte
Il triste primato della Toscana: il suicidio assistito è legge
Con l’approvazione da parte del Consiglio regionale, la Toscana diventa la prima regione con una legge sul suicidio assistito. Possibile un conflitto davanti alla Corte costituzionale, se lo Stato farà valere le proprie competenze. Ma intanto c’è un grave vulnus per i fragili, avallato dai cattolici del Pd nonostante il richiamo dei vescovi.
La Consulta fa il legislatore: così sarà eutanasia per tutti
La Corte costituzionale ha detto “Sì” all’aiuto al suicidio, ma "solo" nel rispetto di alcune condizioni: paziente consapevole, sottoposto a trattamenti salvavita e in presenza di patologie irreversibili che causano sofferenze fisiche e psicologiche: quello che dovrebbe essere un freno, in realtà è un allargamento all'infinito del bacino di utenti che potrebbero chiedere l’eutanasia da oggi. L'ultima beffa: la Corte motiva il provvedimento per evitare abusi nelle persone vulnerabili. In realtà accadrà tutto l’opposto: ora che aiutare a togliersi la vita non è più reato, la persona particolarmente vulnerabile sarà assai più tentata di percorrere la via facile dell’eutanasia.

