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Sudafrica: l'Anc deve trattare col "partito dei bianchi"

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L'esito delle urne sudafricane segna la fine della supremazia del partito fondato da Nelson Mandela. Si profila un governo di unità nazionale con Democratic Alliance, finora all'opposizione ma premiato dal voto.

Esteri 17_06_2024
AP Photo/Nardus Engelbrecht

Le elezioni del 29 maggio in Sudafrica sono state un evento storico. Hanno segnato la fine di un’epoca, quella della supremazia assoluta dell’Anc (African National Congress). Per 30 anni, dalla fine del regime di apartheid nel 1994, il partito di Nelson Mandela aveva sempre vinto le elezioni politiche, superando ampiamente il 50% dei voti e aggiudicandosi così una netta maggioranza nell’Assemblea Nazionale, la camera bassa del parlamento sudafricano composta da 400 seggi, incaricata di eleggere il capo dello Stato oltre che di legiferare. Questo gli ha sempre garantito la facoltà di affidare ai propri leader la massima carica dello Stato.

Come il partito temeva e i sondaggi indicavano, quest’anno invece l’Anc ha ottenuto meno del 50% dei voti e, anzi, mentre le stime più pessimiste della vigilia ponevano il partito al 45%, ha raggiunto a mala pena il 40%. Per l’esattezza è stato scelto soltanto dal 40,18% dei votanti. Non si è però trattato, come molti osservatori hanno subito commentato, di una consistente perdita di consenso, di un voto di protesta per le aspettative deluse, per le promesse tradite dalla leadership nera nella quale si erano riposte tutte le speranze di sviluppo e giustizia sociale e che nei 30 anni trascorsi si è dimostrata incapace, irresponsabile, priva di scrupoli oltre ogni limite.

Di ragioni per togliere fiducia all’Anc ce ne sarebbero state. Il Sudafrica ha uno dei tassi di disoccupazione più alti del mondo, quasi metà dei giovani non hanno una occupazione regolare e il 60% vivono sotto la soglia di povertà. Nel Paese ogni venti minuti una persona muore assassinata, un primato mondiale. La corruzione contamina ogni ambito pubblico e privato, impunita, incontrastata, persino ostentata come uno status symbol, una dimostrazione di forza e potere.

Eppure il contributo maggiore al crollo dell’Anc è arrivato proprio dal suo leader peggiore, Jacob Zuma, che è stato presidente della repubblica dal 2009 al 2018, anno in cui il partito lo ha costretto a lasciare la carica: a causa della situazione economica sempre più critica e dell’intollerabile entità degli scandali legati alla corruzione in cui era coinvolto. Nonostante una condanna a 15 mesi di carcere per non essere comparso davanti ai giudici per rispondere dei reati di corruzione commessi e l’interdizione a candidarsi, Zuma ha sfidato ugualmente l’Anc ponendosi alla guida di un nuovo partito, fondato nel dicembre del 2023: l’uMkhonto we Sizwe, la “Lancia della Nazione” in lingua Zulu, noto con la sigla MK, che il 29 maggio ha ottenuto il 15% dei voti, molti dei quali provenienti dal Kwa Zulu, la provincia di origine di Zuma. Con questo risultato l’MK si è assicurato 58 seggi all’Assemblea Nazionale.

L’Anc alle ultime elezioni, nel 2019, aveva ottenuto il 57,50% dei voti e una solida maggioranza, 230 seggi, mentre adesso gliene rimangono soltanto 159 e ha dovuto per la prima volta proporre una alleanza per cercare di creare una coalizione di governo. Escludendo un improponibile accordo con l’MK di Zuma, i partiti a cui rivolgersi erano sostanzialmente quattro. La AD (Democratic Alliance) con il 21, 81% dei voti e 87 seggi si è confermato il secondo partito. È il “partito dei bianchi” anche se ne fanno parte e lo votano molti neri. Il suo leader, John Steenhuisen, è il capo dell’opposizione. L’EFF (Economic Freedom Fighters) guidata da Julius Malema, ex leader dell’ala giovanile dell’ANC, ha ottenuto il 9,52% dei voti e 39 seggi. Finora era sempre stato il secondo partito all’opposizione. Adesso è terzo, scavalcato dall’MK. L’IFP (Inkatha Freedom Party), conservatore, grazie al 3,85% dei voti, disporrà di 17 seggi. Il PA (Patriotic Alliance), di estrema destra, ha ottenuto 2,06% dei voti e ne avrà nove.

Dopo due settimane di incontri e trattative il 14 giugno Anc e DA hanno annunciato di aver accettato di formare un governo di unità nazionale al quale sono stati inoltre chiamati l’IFP e il PA, per un totale di 272 seggi all’Assemblea Nazionale. È stato escluso, oltre all’MK, l’EFF. Entrambi questi partiti hanno tra i punti di forza del loro programma politico l’esproprio e la nazionalizzazione delle terre agricole. L’EFF, di impostazione marxista, vuole togliere le terre ai bianchi per darle ai neri e nazionalizzare anche le miniere e le banche.

L’AD per contro sostiene il libero mercato e ha un programma di privatizzazioni. Promette buon governo e lotta alla corruzione. Investitori e mercati hanno reagito positivamente al suo ingresso nella coalizione di governo. Gli occhi di tutto il mondo adesso sono puntati sul nuovo Sudafrica emerso dal voto. Il Paese, che  fa parte del Brics, il gruppo dei cinque stati emergenti (oltre al Sudafrica, Brasile, Russia, India e Cina) al quale si potrebbero aggiungere presto altri sei paesi, è capofila dei 16 stati membri della SADC (Comunità di Sviluppo dell’Africa Meridionale). La sua stabilità è necessaria nel contesto regionale. Lo è anche in quello internazionale dove inoltre sarà interessante vedere se il governo di unità nazionale, che continuerà a essere presieduto dal capo di stato e leader Anc, Cyril Ramaphosa, confermerà oppure modificherà le posizioni assunte di recente: dichiaratamente dalla parte della Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina, e contro Israele, che ha denunciato alla Corte internazionale di giustizia con l’accusa di genocidio.



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