• FRANCIA

Stephanie e le altre vittime. Il jihad contro la polizia

Due pugnalate dritte alla gola, al solito grido di “Allah Akbar”. È stata uccisa così Stéphanie M., poliziotta non ancora 50enne, da un tunisino, forse di trentasei anni, radicalizzatosi dopo la decapitazione di Samuel Paty. E' l'ultimo episodio di una lunga serie di attacchi di islamici radicali francesi contro la polizia, un jihad contro lo Stato.

Rambouillet, posto di blocco dopo l'attentato

Due pugnalate dritte alla gola, al solito grido di “Allah Akbar”. È stata uccisa così Stéphanie M., poliziotta non ancora 50enne, da un tunisino, forse di trentasei anni, radicalizzatosi dopo la decapitazione di Samuel Paty. 

Sono le 14 e 30 di venerdì 23 aprile. L’ufficiale di polizia sta rientrando in commissariato, è finita la pausa pranzo. Ha ancora la mano sulla porta quando Jamel G. in nome di Allah la sgozza. Un poliziotto lo ucciderà sul colpo, ma per Stéphanie non c’è speranza: lascia un marito e due figli adolescenti. Ancora un agente di polizia, ancora gli Yvelines. Questa volta siamo nella ricca Rambouillet. Non siamo in una no go zone, nessun territorio “della riconquista”. Ma in una tranquilla e benestante cittadina, sede di una castello del XIV Secolo, residenza ufficiale del Presidente della Repubblica insieme all’Eliseo. Intervistati da Le Figaro, i residenti sono sconvolti. Un uomo di 86 anni dice che tutto ciò gli ricorda la guerra d’Algeria. Marito e moglie vivono a Rambouillet da 40 anni, “purtroppo da 10 anni la popolazione della città è cambiata”.

Nei pressi del commissariato, adesso, regna un silenzio tombale. Intanto non possiamo sapere se il terrorista islamico avesse calcolato la dimensione doppiamente simbolica del suo gesto: perché non c’è solo l’omicidio di una donna dello Stato, ma siamo al cospetto di un colpo al cuore dell’Europa medievale e cristiana. Si può oltremodo immaginare cosa sarebbe potuto accadere se l'uomo fosse riuscito a entrare nella stazione di polizia. 

Jamel G., secondo i documenti d'identità trovati su di lui, era originario della regione di Sousse, nella Tunisia orientale. Arrivato in Francia nel 2009 come clandestino, dopo dieci anni aveva potuto beneficiare di un permesso di soggiorno eccezionale perché lavorava come autista e a dicembre ne aveva ricevuto un altro che sarebbe scaduto a dicembre 2021. Le prime indagini hanno rivelato non solo che stava tenendo d’occhio la vittima da un po’, ma che il tunisino per anni aveva pubblicato sui social solo post di denuncia dell’islamofobia. Ad aprile 2020 era passato alle preghiere islamiche e ai versetti coranici. Ad ottobre, dopo pochi giorni dal professore decapitato, si era unito alla campagna, “Rispetta Maometto, profeta di Dio”. 

Sconosciuto alla Pnat, la procura nazionale antiterrorismo francese, il suo profilo è la sintesi di quanto denuncia il famoso arabista e politolo francese, Kepel: siamo alla quarta fase del jihadismo. Dopo l’Afghanistan, il modus operandi del jihad leninista dell’11 settembre e l’Isis, secondo Kepel, siamo all’inizio di una nuova fase. Forse la più promettente. Il primo teatro già attrezzato è la Francia. Qui, infatti, gli islamisti imprenditori del terrorismo tra centri culturali, moschee, carceri e social, formano la platea di radicalizzati. Forniscono le linee guida per individuare i “nemici di Allah”. Spesso li designano direttamente. Tanto poi sanno di avere una platea di già islamizzati in Europa pronti ad uccidere. Senza essere parte di un’operazione piramidale o reticolare. 

La decapitazione di Samuel Paty è stato l’ultimo caso emblematico, ma la quarta fase dell’islamizzazione di Francia è iniziata con l’affaire Mikaël Harpon. Il sordomuto indiano, convertito all’islamismo, informatico presso la Prefettura di Polizia, ma al servizio dei “radicalizzati”. Quando il 3 ottobre 2019 massacra i suoi colleghi con un coltellaccio, non è parte di un'operazione di una sigla terroristica. Colpisce lo Stato perché crede in Allah e Maometto il suo profeta gli ha indicato il modus operandi. Ma l’uccisione in quel caso e come venerdì pomeriggio, non è stata chiesta direttamente da qualcuno. L’ideologia islamica colpisce la polizia perché è il simbolo per antonomasia di quel che avversano. Sono uomini di uno Stato di cui non riconoscono legittimità: l’unico ordinamento ammesso è quello della Shari’a. Ed anche in Francia, la polizia è l'incarnazione di uno Stato empio e miscredente, nemico dell’islam. 

Prima di Stéphanie tra gli ufficiali uccisi dal terrorismo islamico c’erano stati Ahmed Merabet, dodicesima vittima dei fratelli Kouachi, il 7 gennaio 2015, e la guardia del corpo del fumettista Charb, Clarissa Jean-Philippe, caduta sotto i proiettili di Amedy Coulibaly. La giovane coppia di poliziotti, Jean-Baptiste Salvaing e Jessica Schneider, massacrati da un islamico a coltellate il 13 giugno 2016 a Magnanville a casa davanti al figlio di 3 anni. Il 18 marzo 2017 Ziyed Ben Belgacem sparò agli agenti di polizia durante un controllo. Nell’aprile 2017 sugli Champs Élysées, Cheurfi, armato di fucile d’assalto sparò al poliziotto Jugelé. A Notre Dame Farid Ikken si avventò su tre poliziotti con un martello gridando, “questo è per la Siria”. Era l’estate del 2017, ma già a marzo 2018 Radouane Lakdim, autore di uno degli attentati più sanguinosi degli ultimi anni, prese ostaggi in un supermercato in cambio del rilascio del terrorista Salah, il poliziotto Arnaud Beltrame offrirà la sua vita. Il 3 ottobre 2019 l’attentato al Santa Sanctorum della prefettura di Parigi. Ad aprile 2020 Youssef T. con una BMW nera si lancia contro tre agenti di polizia e li ferisce gravemente. Nell’auto trovarono la lettera di fedeltà ad un gruppo terroristico che nasce dalle forze di Al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM) nel Sahel. 

Ma questa volta non basterà rispondere con angoscia e rabbia. Siamo ancora negli Yvelines, dove al di là del terrorismo, la situazione è da guerra civile con le gang di immigrati islamici che attaccano la polizia.  Alla fine della settimana, il sindacato di polizia SGP Police 78 Unit ha ricordato che, dal 14 al 21 aprile 2021, sono stati registrati 48 episodi di violenza urbana in dodici comuni diversi, di cui 34 attentati alla polizia con fuochi d'artificio o proiettili.

Non è un caso neanche che l’attentato sia avvenuto in pieno Ramadan. Per la polizia e la gendarmeria è il mese di tutti i pericoli. A metà marzo il ministro dell'Interno, Gérald Darmanin, aveva chiesto un'attenzione speciale dal tramonto, quando il digiuno si interrompe. Evidentemente i calcoli erano sbagliati. Il mese sacro dell’islam è il momento privilegiato per gli attentati. Secondo Le Figaro durante il 2020 ci sono stati 383 attentati in 17 Paesi, solo durante il Ramadan. Gli altri undici mesi dell'anno ne hanno contati 180 complessivamente in tutto il mondo. Perché nella logica di al-Qaeda o Daesh, il jihad bellico è un obbligo individuale, che fa parte della virtù di un buon musulmano. Il valore si moltiplica se un attentato è nel mese sacro.

“Non rinunciamo a nulla”, ha esclamato ieri Macron. Sì, ma il verme è nel frutto da anni. Una campagna non sarà sufficiente per sradicarlo. In Francia c’è una guerra civile con tanto di sgozzamenti per strada, ma nessuno vuole ammetterlo. In prima pagina su Le Figaro, nel pomeriggio di sabato, c'era già la denuncia che l'attentatore era depresso e uno psichiatra lo teneva in cura. Non ci si stupisce neanche più. Basta pensare che all’indomani di un attentato gravissimo, la stampa italiana parlava d’altro. Lo Stato di Francia sfidato e ferito non crea più orrore. È la schizofrenia occidentale. 

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