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ISLAM

Sottomissione in Francia: l'islamizzazione di Creil e Rouen

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Creil elegge un sindaco musulmano e nella società l'islamizzazione è già ad uno stadio molto avanzato. E anche a Rouen, la città del martirio di Giovanna d’Arco e di Jacques Hamel, un macabro magnete turistico suona come una sfida jihadista.

Libertà religiosa 14_05_2026
Francia, donne musulmane al voto (AP)

L’architettura sociale della Francia contemporanea non sta semplicemente mutando, è nel pieno di una riprogrammazione. Da Creil a Rouen, le cronache recenti non sono più episodici “incidenti di percorso”, bensì i capitoli di un’opera poderosa che narra la frammentazione identitaria di una nazione.

Creil, con i suoi 37mila abitanti e un mosaico di 107 nazionalità, rappresenta il paradosso del progresso francese. Un tempo roccaforte inespugnabile del socialismo industriale per oltre un secolo, oggi la terza città dell’Oise — segnata da un tasso di disoccupazione al 25% e da una densità di alloggi popolari superiore al 50% — è diventata l’epicentro del successo tattico di La France Insoumise (LFI). Qui, a marzo, il movimento di Jean-Luc Mélenchon ha saputo saldare le istanze della sinistra con il sentimento religioso islamico, creando un blocco elettorale monolitico con l’ascesa del nuovo sindaco pachistano, Omar Yaqoob.

Yaqoob ha celebrato la vittoria con parole che risuonano come una sfida: «Abbiamo vinto, non io, ma tutti i pakistani». La sua adesione a LFI nel 2023, motivata dalla “coerenza internazionale” del partito e dal sostegno alla causa palestinese, segna il punto di arrivo di decenni di politiche socialiste che, nel tentativo di gestire la diversità, hanno finito per coltivare la segregazione di fatto. Il modello della mixité, lungi dal favorire l’assimilazione, ha ceduto il passo a un comunitarismo islamico difensivo, dove l’appartenenza al gruppo prevale sulla cittadinanza francese.

Nelle attività commerciali di Creil la religione si insinua tra gli scaffali con rassegnazione. In alcuni negozi di abbigliamento, accanto alla cassa, non si trovano promozioni ma pile di libri sull’etica musulmana e la fede, distribuiti regolarmente dalle associazioni locali. «È meglio dimostrare di essere una brava musulmana», sussurra una responsabile, descrivendo un sistema di controllo sociale che inizia fin dalle scuole medie.

Le ragazze devono sottostare a un rigido codice di «modestia» non scritto: abiti larghi, divieto di frequentare compagnie maschili e obbligo del velo. Siamo sempre a Creil, la cittadina francese che nel 1989 portò per la prima volta il caso del velo islamico nelle scuole al centro del dibattito nazionale. Fu allora che alcune associazioni islamiche mandarono le figlie a scuola con il capo coperto, trasformando un episodio locale in una questione di rilevanza nazionale. La vicenda ebbe un’eco così forte che, quindici anni dopo, nel 2004, la Francia approvò la legge che vieta l’uso di simboli religiosi ostentati all’interno delle scuole pubbliche.

È una forma di autocensura alimentata dal contesto di piccolo centro e dove ogni deroga viene segnalata: «Tua figlia è stata vista in gonna corta»; «Tuo figlio non frequenta la moschea». Chi non si adegua viene categorizzato, disprezzato e, nel peggiore dei casi, esposto alla violenza. Una negoziante turca descrive episodi di aperta coercizione: donne velate che rimproverano clienti cristiane, sembrano spesso dettate dalla necessità di mimetizzarsi per non sentirsi oppresse o diventare “prede”.

L’elezione di Yaqoob è stata vissuta da una parte della città come un assedio. Sophie Dhoury-Lehner, la candidata socialista che doveva raccogliere l’eredità dell'ex sindaco Jean-Claude Villemain, ha concluso la campagna elettorale protetta dalle forze dell'ordine. Definita “infedele” e bersagliata da minacce di morte, direttamente al commissariato.

Anche il tessuto economico si sta adattando a questa nuova realtà, o scompare. Jérôme, ex panettiere della stazione di Creil, racconta un calvario durato anni: nonostante offrisse prodotti halal, veniva continuamente perseguitato perché vendeva anche birra e prosciutto. «Un cliente mi disse che il mio pollo non era puro perché acquistato con i proventi del maiale», racconta. Di fronte a questo fanatismo ideologico, le botteghe storiche chiudono una dopo l’altra, sostituite da kebabberie e barbieri.

La realtà di Creil, dove, oltretutto, la nuova amministrazione del sindaco pachistano ha promesso di disarmare la polizia municipale e smantellare la videosorveglianza proprio mentre l’insicurezza aumenta, è lo specchio di una Francia che ha rinunciato all’integrazione in nome di un multiculturalismo che si è trasformato in separazione.

Ma il processo di islamizzazione simbolica valica le banlieue per colpire persino le città simbolo della storia francese. A Rouen, la città del martirio di Giovanna d’Arco, la scoperta di souvenir manomessi ha riportato l’attenzione sull’infiltrazione ideologica islamista nella regione. Siamo nella stessa città, Rouen, dove nel luglio del 2016 padre Jacques Hamel, un sacerdote di 85 anni, venne barbaramente sgozzato da due jihadisti islamisti legati all’Isis mentre celebrava la Messa. Un omicidio efferato, compiuto davanti a pochi fedeli, che scosse la Francia intera e divenne uno dei simboli più drammatici della violenza jihadista contro i cristiani europei.

Oggi, proprio nel centro storico di questa città, una tabaccheria vendeva calamite turistiche in cui l’emblema di Rouen era stato deliberatamente vandalizzato: il giglio della monarchia sostituito dalla mezzaluna islamica, l’Agnello Pasquale decapitato – un macabro richiamo alle esecuzioni jihadiste – e la croce spezzata. Di fronte alla segnalazione del sindacato studentesco UNI, la reazione della negoziante è stata emblematica: «Se vuole, chiami la polizia». Nonostante le successive scuse della tipografia, che ha parlato di «errore di uno stagista», resta l’immagine inquietante di un vero e proprio “trofeo di odio” destinato a rovesciare l’iconografia cristiana e nazionale della città.

Dal velo imposto nelle scuole di Creil nel 1989, all’assassinio di padre Hamel nel 2016, fino alle profanazioni simboliche e alla sottomissione economica di oggi, emerge un quadro chiaro: quello di una progressiva islamizzazione della società francese, che avanza non solo con la violenza, ma attraverso il controllo del quotidiano, dei simboli, dell’economia e dello spazio pubblico. La Francia ha ormai oltrepassato la fase della “sfida”. Le società parallele non sono più un’ipotesi o un pericolo incombente: sono una realtà già consolidata in ampie porzioni del territorio nazionale. Dove la sottomissione, l’intimidazione e la progressiva cancellazione della cultura e dell’identità francese sono la nuova normalità.