• IMMIGRAZIONE

Serve una Operazione Alba per la Libia

Se l'Operazione Mare nostrum non funziona, come affrontare l'immigrazione? Non ci resta che l'opzione della missione umanitaria in Libia. Come si fece con l'Albania, con successo, nel 1997. Solo l'Italia può prendere ancora l'iniziativa.

Arresto di presunti scafisti

Tragedia immigrazione: è arrivata ieri, al porto di Pozzallo, trainata da un’unità della Guardia Costiera, la barca della morte. Almeno trenta gli emigranti soffocati nella piccola stiva, a causa di un guasto alla sala motori. Aprire la botola e scoprire la fossa comune galleggiante, per la polizia italiana, è stato uno shock. Intanto, a Ragusa, sono stati arrestati due uomini. Potrebbero essere loro gli scafisti, responsabili della strage. Orrendi i racconti dei superstiti: trattati come bestie in Libia, vittime del razzismo di una popolazione araba che non tollera gli immigrato africani neri, oggetto di stupri, violenze e abusi, chiusi in veri e propri lager dove devono lavorare come schiavi per ottenere i soldi necessari a pagarsi la traversata. I racconti confermano quanto è stato raccolto in circa 30mila conversazioni telefoniche intercettate fra gli scafisti e i loro complici in Africa: il massimo del cinismo immaginabile, totale disprezzo per la vita umana, preoccupazione solo per l’espansione del business del traffico di esseri umani. Gli emigranti sono rinchiusi in lager “proibitivi”: devono pagare fino a 7mila dollari per avere documenti falsi e ricostruirsi una nuova identità, 3mila per il ricongiungimento con parenti all’estero, circa 800-1000 euro per il trasporto marittimo. Senza alcuna garanzia di arrivare vivi.

Senza retorica, è questo l’unico vero volto dell’emigrazione mediterranea: un traffico di esseri umani. Come ha già rilevato La Nuova Bussola Quotidiana, l’Operazione Mare nostrum, l'impiego della Marina Militare per soccorrere gli emigranti in mare, costa al contribuente italiano 9,5 milioni di euro al mese e i suoi risultati sono controproducenti. Dura da 4 mesi ed ha avuto l’unico effetto di aumentare il traffico di oltre 8 volte: gli sbarchi aumentati dell’823% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Assieme agli sbarchi sono aumentati anche i rischi per chi attraversa il Mediterraneo e il numero delle vittime: gli scafisti possono infatti contare sul “miglior taxi” fornito dalla Marina e impiegare le loro barche meno resistenti, giusto per scaricare in mare il loro carico umano e farlo soccorrere. Sono aumentati anche i pericoli per i marinai impiegati e per la popolazione italiana in generale, a causa del forte rischio emergenza sanitaria con epidemie di tubercolosi e poliomelite. Nonostante tutto, la missione della Marina è stata rifinanziata e non sembrano comparire all’orizzonte idee su eventuali alternative. Benché l’Italia si appresti a guidare il prossimo semestre europeo, il governo Renzi finora si limita a chiedere all’Ue di ripartire fra Paesi membri l’ondata di profughi africani. In realtà, dagli altri Paesi membri giungono segnali in senso contrario. Di fatto, siamo gli unici a praticare una politica di accoglienza, quando gli altri erigono “muri” attraverso il rafforzamento di Frontex, la frontiera comune.

Forza Italia e la Lega Nord chiedono la fine dell’Operazione Mare nostrum, ma la vecchia formula dei respingimenti in mare, adottata dal governo Berlusconi, non è più replicabile. Merito (o colpa) della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo del 23 febbraio 2012, che ha condannato questa politica. L’attuale presidente della Camera, Laura Boldrini, che allora era portavoce italiana dell’Unhcr (Alto Commissariato Onu per i Rifugiati) commentava con enfasi questa sentenza, definendola “storica”, nonché “un monito agli Stati europei”. «Non si possono effettuare respingimenti in alto mare di persone che non sono state identificate e alle quali non è stato permesso di inoltrare una domanda di asilo – dichiarava allora la Boldrini - Una volta che sono arrivati sul territorio (italiano, ndr) si deve poter effettuare lo screening». Sempre nel 2012, quando iniziava a diventare evidente l’ammassarsi di profughi sulle coste libiche, dopo la guerra civile, la Boldrini parlava di “allarmismo ingiustificato”. «In Italia è arrivata un’eco molto limitata, a causa di un messaggio istituzionale errato che ha creato gravi ripercussioni nell’opinione pubblica. Ci è stato detto che ‘saremmo stati travolti da un esodo biblico’: ed ecco allora che le gare di solidarietà vengono meno, i Comuni si tirano indietro, le Istituzioni arrivano a dichiarare lo stato d’emergenza per far intervenire la Protezione civile». L’allarme di due anni fa era veramente così ingiustificato? Ora sono da smistare circa 50mila domande di asilo politico e circa 800mila emigranti si appresterebbero ad attraversare il Mediterraneo. Quando la politica dei respingimenti era ancora in vigore, la Boldrini, invece, lamentava una carenza di domande di asilo. Intervenendo al Senato sul caso di 250 eritrei tenuti in ostaggio nel deserto del Sinai, era tornata a “puntare il dito” contro l'accordo Italia-Libia, denunciando come «l'unico risultato ottenuto da questo accordo è stato quello di rendere più difficile la fruibilità del diritto di asilo a chi ne ha i requisiti». A sostegno del suo monito, la rappresentante Onu, riferiva sulle domande di asilo politico arrivate in Italia nel 2008 che ammontavano a circa 31mila richieste, in linea con i dati pervenuti in Europa. «Quest'anno invece (2010, ndr) le richieste dovrebbero scendere a non più di 10 mila».

Le opinioni della Boldrini non riflettono necessariamente quelle del governo Renzi (anche se la linea che l'esecutivo sta seguendo è proprio quella delle porte aperte ...), ma danno un’indicazione di quale sia la mentalità prevalente sul fenomeno nelle istituzioni internazionali, come l’Unhcr appunto. Quindi sarà molto difficile che l’Italia possa coinvolgerla nella costituzione di una fascia di campi profughi in Libia, sull’esempio di quanto era stato fatto a Hong Kong, trent’anni fa, per i “boat people” in fuga dal Vietnam, come proposto anche su queste colonne. Anche il coinvolgimento della Nato in un’eventuale missione di stabilizzazione della Libia appare molto remoto. Sarebbe la soluzione più logica: l’Alleanza ha condotto 8 mesi di campagna aerea contro il regime di Gheddafi nel 2011 e ora le spetterebbe, se non altro moralmente, il compito di stabilizzare la regione ancora sconvolta dal difficile dopoguerra. Ma la Nato era intervenuta nel 2011 dietro un chiaro mandato di implementazione di una no-fly zone e protezione dei civili (interpretato in modo un po’ più estensivo, fino alla caduta del regime di Gheddafi). Ed ora, senza un nuovo mandato per una missione di terra di peacekeeping, non intende muoversi. E nessuno al suo interno, a parte l’Italia, ha interesse affinché si muova.

Il principio, però resta valido: visto che gli immigrati non possono essere abbandonati al traffico del Mediterraneo, l’Italia non può correre il rischio di accoglierli e risistemarli tutti, nessun paese europeo ha interesse ad assorbire una quota di profughi ed emigranti e una politica dei respingimenti non è più proponibile (a causa della sentenza di Strasburgo), non resta che risolvere il problema a monte, con una missione umanitaria in Libia, creando una fascia di sicurezza e raccolta profughi sulla sponda Sud del Mediterraneo. Se Unhcr e Nato sono indisponibili, è solo l’Italia che può prendere l’iniziativa. Il precedente esiste: l’Operazione Alba del 1997. Anche allora esisteva un’emergenza profughi, dall’Albania invece che dalla Libia. Anche allora quel flusso pareva inarrestabile. Anche allora vi fu la tragedia-simbolo: il natante Kader I Radesh, carico di profughi, speronato dalla corvetta italiana Sibilla, 108 le vittime. Anche allora l’Albania appariva come un territorio incontrollabile: dopo la rivolta contro il governo Berisha, seguirono i mesi della cosiddetta “anarchia albanese”, una guerra civile che causò oltre 2000 caduti, con arsenali saccheggiati, 3 milioni di armi leggere nelle mani dei civili e 6000 assassinati nelle faide fra cosche di trafficanti. Il governo Prodi prese l’iniziativa, pur fra mille polemiche interne (Rifondazione Comunista fece mancare la maggioranza e occorse il sostegno dell’opposizione di centrodestra per approvare la missione), convinse l’Onu a dare un mandato e coinvolse l’Osce. Alla fine mandammo 6000 uomini in Albania, italiani e francesi, seguiti da spagnoli, greci, turchi, rumeni, danesi e norvegesi, il tutto sotto comando italiano. Dopo l’Operazione Alba il flusso di profughi venne arginato definitivamente. Non vi furono morti, l’Albania uscì dal suo periodo di anarchia e tuttora è governata da governi stabili eletti democraticamente. È già membro della Nato ed è candidata per l’accesso all’Ue. Non è detto che si possa ripetere un’esperienza analoga in Libia. Ma non si può per lo meno tentare?

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