• LE CIFRE

Scomparirà la pena capitale. Usa permettendo

A breve la pena di morte potrebbe essere un lontano ricordo, almeno in Occidente. Solo il 18% delle nazioni mondiali (36) la praticano ancora, mentre le altre l'hanno espunta dagli ordinamenti giudiziari o non la applicano in concreto. Di fatto l’unico Paese occidentale dove la pena di morte è in vigore sono gli Stati Uniti.

Proteste contro la pena di morte

Forse è solo un miraggio ma a breve la pena di morte potrebbe essere un lontano ricordo, almeno in Occidente. Anzitutto va detto che anno dopo anno le nazioni al mondo che la applicano calano infatti in continuazione (clicca qui) tanto che la pena capitale è oggi applicata solo nella fascia che va dall’Africa nordorientale e che prosegue nell’area meridionale dell’Asia fino all’Estremo oriente: in tutto solo il 18% delle nazioni mondiali (36) la praticano ancora, mentre le altre l'hanno espunta dagli ordinamenti giudiziari o non la applicano in concreto. Di fatto l’unico Paese occidentale dove la pena di morte è in vigore e viene regolarmente applicata sono gli Stati Uniti. 

Eppure anche dagli States arrivano dati confortanti. Il primo è il numero di esecuzioni, diminuite di quasi di due terzi negli ultimi quindici anni (dopo una crescita ininterrotta nei tre decenni precedenti): dalle 98 del 1999 siamo passati alle 35 del 2014 e i dati parziali del 2015 sembrano confermare il trend in discesa (clicca qui). Intendiamoci, un’esecuzione ogni dieci giorni non è certo un dato per cui esultare, considerando soprattutto che, come numero di esecuzioni fra il 2007 e il 2012, gli Stati Uniti si posizionano al quinto posto al mondo (clicca qui) dopo Cina (migliaia), Iran (1.663), Arabia Saudita (423) e Iraq (256). Un dato di per sé incompleto visto che di dittature come la Corea del Nord o altri Paesi in guerra non esistono dati attendibili. Eppure possiamo notare altri due trend positivi. Il primo è che dei 19 Stati (su 50) che hanno abolito la pena di morte ben sette (New Jersey, New York, New Mexico, Illinois, Connecticut, Maryland, Nebraska) l’hanno fatto negli ultimi otto anni, dal 2007 a oggi. Il secondo è che sull’argomento pena capitale si può prendere atto di un progressivo cambio di mentalità fra i cittadini americani. 

Secondo un sondaggio congiunto Pew Research e Cbs News (clicca qui) dell’aprile scorso gli americani in favore della pena di morte sarebbero oggi il 56%, il livello più basso mai registrato da Cbs e fra i più bassi registrati da Pew negli ultimi quarant’anni. Ad essere meno favorevoli sono gli elettori democratici (40% contro il 71% del 1996), i neri, gli ispanici, le donne e – senza sorpresa – i cattolici. Ma perfino fra i repubblicani più conservatori il sostegno alla pena di morte è calato di sette punti fra il 2011 e il 2015. Nel complesso se il 63% ritiene la pena di morte moralmente giustificata, il 71% pensa ci sia il rischio di mandare a morte persone innocenti e il 61% giudica che non dissuada dai crimini più gravi. Non solo: secondo un altro sondaggio del Kinder Institute for Urban Research (clicca qui) condotto nella Contea di Harris in Texas (stato notoriamente in favore della pena capitale) solo il 28% degli interpellati preferisce il supplizio capitale al carcere a vita come punizione per gli omicidi di primo grado.

I dati ci dicono insomma che l’americano medio sta cambiando in fretta il suo modo di pensare sull'argomento. Da ogni parte spuntano come funghi comitati abolizionisti che raccolgono, sorprendentemente, gli stessi familiari delle vittime uccise da persone già giustiziate o che si trovano tuttora nel braccio della morte. «Per fermare la nostra angoscia, abolite la pena di morte», ha chiesto pubblicamente a gran voce la famiglia di Martin Richard, 8 anni, la più piccola vittima dell’attentato del 2013 alla maratona di Boston, facendo grande scalpore. E perfino un’intera associazione di parenti delle vittime (Murders Victims’ Families for Reconciliation), da cui sarebbe perfino umanamente comprensibile il desiderio di vendetta, si oppone apertamente alla pena di morte perché - tra l’altro - «viola principi etici, morali e religiosi», «acuisce il lutto e interferisce col processo di guarigione dal dolore» (clicca qui).

Concludendo, i dati ci permettono di fare due considerazioni. La prima è che, con la probabile futura scomparsa negli Stati Uniti, la pena di morte potrebbe diventare un ricordo in tutto l'Occidente. La seconda è che a rifiutare per prime la pena di morte sono state le nazioni a prevalenza cristiana. Dando un’altra occhiata alla mappa mondiale della pena capitale (clicca qui) si nota come nella stragrande maggioranza dei Paesi europei e del Sudamerica la pena di morte è abolita da tempo (o comunque non si compiono esecuzioni da decenni), mentre nella maggior parte delle nazioni asiatiche la si adoperi ancora senza troppi scrupoli.

Al di là delle differenze storiche possiamo dire che la fede cristiana sia un incentivo all'abolizione della pena di morte. E non potrebbe essere altrimenti: la fede che, più di tutte, rispetta il valore sacro della vita umana non può che spingere ad abdicare alla pena più inumana di tutte. Lo stesso papa Francesco lo scorso 20 marzo ha reso pubblica una lettera alla Commissione internazionale contro la pena di morte in cui la definiva «un fallimento» della giustizia, «inammissibile per quanto grave sia il delitto della persona condannata» perché «non rende giustizia alle vittime, ma incoraggia la vendetta» (clicca qui). Meglio evitarla dunque confidando, nei casi più gravi, in un ergastolo che sia davvero tale.

 

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