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SANTI DA LEGGERE / 26

San Giovanni Battista, voce e ponte tra Antico e Nuovo Testamento

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Il ruolo del Precursore ha attraversato i secoli ispirando riflessioni teologiche, opere poetiche e narrazioni. Nel Paradiso, Dante Alighieri lo colloca in posizione eminente per sottolinearne l’unicità nella storia della salvezza.

Cultura 07_04_2026

San Giovanni Battista occupa un posto unico nella tradizione cristiana e nella storia della spiritualità, tanto da essere il solo santo, insieme alla Vergine Maria, di cui la Chiesa celebra solennemente la nascita. La sua venuta al mondo, segno dell’inizio dei tempi messianici, è circondata da elementi miracolosi e profondamente simbolici. Fin dal grembo materno, Giovanni è colui che prepara la strada a una presenza più grande, incarnando il passaggio tra attesa e compimento. Si colloca così al confine tra Antico e Nuovo Testamento, tra profezia e rivelazione.

Nella letteratura, il Precursore emerge come voce austera e decisiva, simbolo di annuncio e verità. Il suo ruolo, racchiuso nell’immagine della «voce che grida nel deserto», ha attraversato i secoli ispirando riflessioni teologiche, opere poetiche e narrazioni. Una missione interamente orientata verso un Altro, che ne fa una figura di intensa forza espressiva e che trova una delle sue espressioni più alte nella Divina Commedia, dove assume un significato non solo religioso, ma anche civile e politico.

Il santo patrono di Firenze

La presenza del Battista attraversa l’intera Divina Commedia, emergendo già nella prima cantica come segno identitario della città di Firenze.

Nel canto XIII dell’Inferno, dopo il drammatico racconto di Pier della Vigna, l’atmosfera si lacera in una scena violenta: tra i rami contorti della selva dei suicidi irrompe una caccia infernale. Due dannati, Iacopo da Sant’Andrea ed Ercolano da Pieve del Toppo, fuggono inseguiti da cagne fameliche, incarnazione della loro colpa di scialacquatori. Il più lento viene raggiunto e dilaniato mentre tenta invano di nascondersi tra i cespugli, in una scena che coinvolge la natura stessa. È allora uno di questi arbusti feriti a prendere la parola, rivelando la propria identità e pronunciando un’amara invettiva contro Firenze: una città che, abbandonato l’antico patrono Marte, ha scelto il santo senza tuttavia trovare pace. In questa sostituzione simbolica si annida, secondo il dannato, la radice della violenza che continua a lacerarla, quasi fosse una vendetta del dio pagano. Il riferimento alla statua di Marte presso il Ponte Vecchio — residuo fragile di un passato ingombrante — rafforza l’immagine di una Firenze sospesa tra due identità, incapace di liberarsi davvero dell’una o dell’altra. Così, nella Commedia, il Battista diventa segno di una tensione irrisolta: patrono di una città inquieta e divisa.

Non è un caso che a parlare sia un’anima senza nome: la sua voce assume un valore collettivo. E il verso finale — «Io fei gibetto a me de le mie case» — chiude il canto con un sigillo tragico, trasformando una vicenda individuale nel riflesso di una crisi più ampia, sociale e morale, osservata da Dante Alighieri con lucida consapevolezza.

Il fonte battesimale, l’esilio e il desiderio di ritorno

Il legame tra Dante Alighieri e san Giovanni Battista trova uno dei suoi punti più intensi nel Battistero di Firenze, luogo fondativo del suo percorso cristiano. Qui il poeta fu battezzato il 27 marzo 1266, nella celebrazione del Sabato Santo, insieme ai nati dell’anno precedente. Dante ricorderà più volte il Battistero di San Giovanni, fino a immaginarlo come il luogo in cui avrebbe voluto ricevere la corona poetica, qualora la fama del suo poema gli avesse consentito di tornare dall’esilio. Non a Roma né a Parigi, ma nel luogo in cui era diventato cristiano ed era entrato a far parte della Chiesa. Il Battistero riemerge anche nell’Inferno, in una delle immagini più concrete del poema: nel canto XIX, i fori in cui sono confitti i simoniaci ricordano le aperture dei fonti battesimali. Il ricordo si fa personale quando il poeta rievoca un gesto reale, compiuto per salvare un uomo che rischiava di annegare, rompendo uno di quei fonti. Un atto che assume valore simbolico: la salvezza della vita prevale sulla sacralità della struttura. In questo intreccio tra memoria personale, denuncia morale e simbolismo religioso, il Battista resta una presenza silenziosa ma decisiva: patrono della città, custode del battesimo e segno profondo di appartenenza.

San Giovanni Battista nel Paradiso

Nel Paradiso, dalla sommità della Candida Rosa, san Giovanni Battista appare come una sentinella del compimento: colui che annunciò Cristo è ora testimone della sua gloria eterna. Dante Alighieri lo colloca in posizione eminente per sottolinearne l’unicità — il più grande tra i nati da donna — e ne ricorda la vicenda singolare: colmo di Spirito Santo fin dal grembo materno, attese nel Limbo la redenzione prima di essere accolto tra i beati. Sotto di lui si dispongono, in una gerarchia che riflette la spiritualità medievale, figure come Francesco d’Assisi, Benedetto da Norcia e Agostino d’Ippona. Specularmente, sotto la Vergine si apre l’altra linea della storia sacra: Eva, Rachele, Beatrice e le donne dell’Antico Testamento che prepararono la salvezza.

Ne emerge un’architettura teologica simmetrica: da un lato i credenti in Cristo venturo, dall’altro quelli in Cristo già venuto. Il Battista, dall’alto, abbraccia entrambe le dimensioni. In questo ordine, egli è il punto di raccordo tra le due metà della Rosa: colui che visse sulla soglia tra Antico e Nuovo Testamento. La sua presenza illumina l’intera scena, trasformandola in un racconto visivo della redenzione. E mentre lo sguardo di Dante si eleva, guidato da san Bernardo di Chiaravalle verso la contemplazione finale, è proprio Giovanni a incarnare l’attesa compiuta: l’uomo che indicò Cristo sulla terra e che ora, nella luce eterna, continua silenziosamente a indicarlo.



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