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SANTI DA LEGGERE / 13

San Giacomo, l’apostolo che ha messo in cammino l’Europa

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Fu uno dei discepoli più vicini a Gesù e il primo tra gli apostoli a subire il martirio. Dall'XI secolo Compostela è meta di pellegrini che si recano alla sua tomba e Dante gli affida il ruolo di campione della speranza.

Cultura 05_01_2026

Il primo apostolo martire: una vita accanto a Cristo
Insieme a Pietro e a Giovanni l’Evangelista, Giacomo il Maggiore fu tra i discepoli più vicini a Gesù, presente nei momenti che segnarono la svolta del suo ministero terreno. Vide la luce abbagliante della Trasfigurazione sul monte Tabor, assistette alla resurrezione della figlia di Giairo e rimase accanto al Maestro nell’oscurità del Getsemani, poco prima del tradimento di Giuda.
Figlio di Zebedeo e fratello di Giovanni, Giacomo – passato alla storia come il Maggiore per distinguerlo dall’omonimo figlio di Alfeo – emerge dalle pagine del Nuovo Testamento come una figura impetuosa e luminosa, uno di quei discepoli che non restano mai ai margini. Sentì parlare per la prima volta di Gesù dal fratello Giovanni, proprio come Simone fu invitato a incontrare il Maestro dal fratello Andrea. L’entusiasmo dei primi discepoli contagiò subito i due fratelli pescatori, che in breve tempo lasciarono le reti per seguire il Rabbi di Nazareth.
La vita di quei primi chiamati iniziò presto a gravitare attorno a Gesù, che li avrebbe resi «pescatori di uomini». Quella di Giacomo, breve ma folgorante, si intreccia con i primi passi del cristianesimo e con le tensioni politiche della Giudea del I secolo: fu infatti il primo apostolo a cadere martire, nel 42 d.C., durante le persecuzioni di Erode Agrippa I. Gli Atti degli Apostoli ricordano che «fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni».
Clemente Alessandrino racconta che Giacomo riuscì a convertire colui che lo accompagnò al supplizio. Nel VII secolo si diffuse poi la notizia che l’apostolo avesse predicato in Spagna prima di tornare a Gerusalemme, dove avrebbe incontrato la morte. Secondo la tradizione, il suo corpo venne trasportato fino alle terre remote della Galizia. Nel luogo del ritrovamento della sua tomba nel IX secolo, sarebbe sorto il santuario di Santiago di Compostela, destinato a diventare una delle mete più amate dai pellegrini medievali.
Non stupisce, dunque, che Giacomo sia divenuto patrono dei viandanti, dei pellegrini, dei soldati e dei cavalieri: un simbolo di fede che si fa cammino.

Il Medioevo e la nascita del mito giacobeo
Nel cuore della tradizione giacobea spicca il Codex Calixtinus o Liber Sancti Iacobi, un’opera monumentale del XII secolo che raccoglie, sotto il nome prestigioso di papa Callisto II, un mosaico di testi nati in epoche diverse e poi ordinati con cura dall’erudito Aymeric Picaud.
Il Liber Sancti Iacobi, composto da cinque libri e due appendici, è molto più di un semplice manoscritto: è una sorta di enciclopedia medievale dedicata all’apostolo Giacomo, capace di unire liturgie, miracoli, racconti epici e una vera e propria guida per i pellegrini diretti a Compostela.
Il primo libro, il più ampio, custodisce omelie, uffici e messe che rivelano la ricchezza della spiritualità compostellana. Il secondo raccoglie ventidue miracoli attribuiti all’intercessione dell’apostolo, narrati con il gusto vivace delle cronache dell’epoca. Il terzo ripercorre la traslazione del corpo di Giacomo dalla Terra Santa alla Galizia, fissando anche l’origine simbolica delle celebri conchiglie dei pellegrini.
Il quarto libro, noto come Pseudo-Turpino, trasforma Giacomo in guida celeste di Carlo Magno, intrecciando storia e leggenda in un racconto epico che arriva fino alla battaglia di Roncisvalle. Il quinto, infine, è la celebre Guida del Pellegrino, un manuale pratico che restituisce con sorprendente immediatezza la vita, le fatiche e le tappe dei viandanti del XII secolo.
Insieme, questi testi compongono il grande affresco culturale e spirituale che ha alimentato per secoli il mito del cammino verso Santiago.

Il campione della speranza: l’incontro con Dante nel Paradiso
Nel Paradiso Dante affida a san Giacomo Maggiore un ruolo di altissimo profilo: è lui il campione della speranza, l’apostolo davanti al quale il poeta deve sostenere il secondo esame sulle virtù teologali. La scelta non è casuale. Nell’esegesi medievale, infatti, se san Pietro incarna la fede e san Giovanni la carità, Giacomo è considerato il miglior rappresentante della speranza, poiché gli veniva attribuita l’epistola che oggi sappiamo essere opera di Giacomo Minore.
È dunque naturale che Dante, giunto nel cielo delle stelle fisse, si trovi proprio davanti a lui per dimostrare la solidità della propria virtù. Quando l’apostolo prende la parola, pone al pellegrino tre domande decisive: che cos’è la speranza, se lui ne sia dotato e da dove gli provenga. Ma prima ancora che Dante possa rispondere, interviene Beatrice. Con un gesto quasi materno, anticipa la seconda risposta per evitare che il poeta cada nella trappola della superbia: affermare di essere l’uomo più ricco di speranza sulla Terra – come la tradizione lo riconosce – sarebbe stato sconveniente proprio nel momento in cui il viaggio tocca il suo vertice spirituale.
Beatrice lo solleva dall’imbarazzo e lascia a lui solo le altre due risposte, quelle che non rischiano di trasformarsi in vanteria. Dante allora definisce la speranza con parole che riecheggiano fedelmente la teologia di Pietro Lombardo: è «un’attesa certa della gloria futura», generata dalla grazia divina e sostenuta dai meriti acquisiti. Una definizione che il poeta non inventa, ma cita quasi alla lettera, segno della sua profonda familiarità con la tradizione scolastica.
Quanto alle fonti della sua speranza, Dante indica due pilastri: i Salmi di Davide e l’epistola attribuita a san Giacomo, che tanto lo aveva confortato nel cammino spirituale. Ma qual è il contenuto concreto di questa speranza? Il poeta risponde richiamandosi alle Scritture: il profeta Isaia annuncia che le anime saranno rivestite di una «doppia veste», immagine che allude alla beatitudine eterna e alla resurrezione della carne; l’Apocalisse di Giovanni, invece, mostra i beati avvolti in bianche stole, simbolo della gloria finale.
Le risposte di Dante trovano conferma anche in quanto scrive san Paolo nella Lettera ai Romani: «Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo […] saldi nella speranza della gloria di Dio». E ancora, nella Lettera ai Corinzi: «Forti di tale speranza siamo ripieni di sicurezza». Dalla speranza scaturiscono la sicurezza e la baldanza del credente.
La speranza, dunque, non è per Dante un vago ottimismo né un desiderio incerto: è una certezza fondata sulla fede, sulla promessa divina e sull’esperienza anticipata – già in vita – di un centuplo che prefigura la gioia eterna. E quando il poeta conclude l’esame, il cielo risuona del salmo Sperent in te, sigillo liturgico che conferma il suo successo e lo prepara all’ultima virtù, la carità.



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