Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Santi Pietro e Paolo a cura di Ermes Dovico
Gli ottocento anni di san Francesco / 5

San Francesco e la Regola: il Vangelo che diventa vita

Ascolta la versione audio dell'articolo

La carta fondativa dei frati minori, confermata da Onorio III, si innesta nella radicalità esigente delle origini dell'esperienza francescana. Non un programma spirituale, ma una forma di vita totale che ne fa un dono, attraverso la Chiesa, per l'intero popolo cristiano.

Cultura 29_06_2026
Tiberio Barchielli - imagoeconomica

L’incontro con san Francesco attraverso gli scritti
Tra i modi più autentici per incontrare san Francesco c’è quello di tornare ai testi che lo hanno visto protagonista: non le interpretazioni successive, ma le parole che lui stesso ha consegnato alla Chiesa. Leggere i testi di san Francesco significa infatti entrare nel cuore stesso della sua esperienza.
Il Cantico delle creature inaugura la nostra letteratura con una lingua già adulta, capace di glorificare Dio attraverso la trasparenza del creato: non un inno alla natura, ma al Creatore, in un movimento che dal cielo scende alla terra trasformando il cosmo in liturgia. E nel prosieguo si rivelerà l’unico vivente nominato: l’uomo, nobile solo quando perdona, cioè quando imita Cristo.
Nel Testamento emerge invece una vita capovolta dalla grazia: dall’abbraccio al lebbroso alla fede incrollabile nella Chiesa, fino al centro pulsante dell’Eucaristia, da cui scaturiscono povertà radicale, lavoro umile, rifiuto dei privilegi e obbedienza schietta alla Regola.

All’origine della Regola bollata
Tra gli scritti di san Francesco, la Regola bollata occupa un posto decisivo. Il 29 novembre 1223 papa Onorio III la confermò con la bolla Solet annuere, riconoscendo in quel proposito di vita evangelica un dono per l’intero popolo cristiano. Da quel momento la Regola divenne la carta fondativa dei frati minori.
La sua redazione avvenne a Fonte Colombo, dove Francesco – provato dalla malattia e consapevole della distanza crescente tra il suo ideale e le esigenze organizzative dell’Ordine – riscrisse il testo in dialogo con la Curia. Accanto a lui operò il cardinale Ugolino, futuro Gregorio IX, che ne curò l’impianto giuridico. Ma il nucleo rimase interamente francescano: asciutto, evangelico, senza concessioni.
La storia, però, era iniziata quattordici anni prima. Con dodici frati e un testo povero e diretto come il Vangelo che lo ispirava, Francesco si era messo in cammino verso Roma. Tre mesi di attesa fuori dal Laterano, notti all’addiaccio, elemosina per vivere: e infine l’udienza con papa Innocenzo III, che riconobbe in quel poverello la risposta più limpida alla crisi spirituale del tempo. La Regola fu approvata oralmente, come un seme consegnato alla terra: da esso sarebbe germogliato un ordine nuovo, capace di predicare penitenza e Vangelo con la forza disarmata della povertà.

La Regola non bollata
Nel 1221, mentre Francesco rinunciava al governo dell’Ordine, il grande Capitolo delle stuoie segnò una svolta: nacque la Regola non bollata, un testo in 23 capitoli che custodisce l’anima più radicale del francescanesimo. Non fu mai presentata al papa e non ottenne riconoscimento canonico, ma portò impressa la forza originaria del carisma: povertà assoluta, fraternità senza protezioni, fedeltà nuda al Vangelo. Il documento ci restituisce l’immagine di un francescanesimo allo stato sorgivo, ancora intatto nella sua audacia evangelica.

Il cuore della Regola bollata
Su questo sfondo di radicalità evangelica si innesta la Regola del 1223, più breve ma altrettanto esigente. La Regola del 1223 si apre senza preamboli, con una dichiarazione che è già un manifesto: osservare il Vangelo vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità. Non un programma spirituale, ma una forma di vita totale. Francesco promette obbedienza a papa Onorio III e ai suoi successori, così come i frati devono obbedire a lui e ai suoi successori: l’obbedienza non è vincolo disciplinare, ma libertà evangelica, rinuncia alla propria volontà per lasciarsi condurre dal Vangelo.
Il testo, articolato in dodici capitoli, è sorprendentemente concreto. La povertà non è un ideale, ma una condizione reale. Nel secondo capitolo i frati devono vestire abiti vili e rattoppati, non possedere nulla – né casa, né luogo, né alcuna altra cosa – ed escludere in modo assoluto il denaro, anche tramite intermediari. Il novizio, accolto nell’Ordine, vive un anno di prova e poi promette di osservare la Regola senza possibilità di tornare indietro, perché «chi pone mano all’aratro e poi si volge indietro non è adatto al Regno di Dio» (Lc 9,62).
Il terzo capitolo è un piccolo manifesto di vita evangelica: i frati custodiscono l’Ufficio divino e il digiuno con essenzialità, camminano per il mondo come uomini di pace, miti e limpidi, lontani da dispute e vanità, accogliendo ciò che viene offerto e portando ovunque un annuncio disarmante: la pace.
Il quarto capitolo ribadisce il divieto assoluto del denaro; il quinto stabilisce che i frati lavorino con fedeltà e devozione, ricevendo solo ciò che è necessario al corpo, mai denaro, nella gioia della povertà evangelica.
La Regola disciplina poi il modo di andare per il mondo: frati miti, pacifici, umili; nessuna lite, nessun giudizio, nessun cavallo se non per necessità. Entrino nelle case portando la pace e accettino il cibo offerto: un cristianesimo itinerante, povero, disarmato, che vive della fiducia nel Vangelo.
Il capitolo nono sulla predicazione è un trattato di essenzialità: i frati devono essere autorizzati dal ministro generale e parlare con parole «ponderate e caste», brevi, incisive, orientate alla conversione. La predicazione non è retorica, ma servizio alla verità.
La correzione fraterna (capitolo decimo) deve avvenire con umiltà e carità. Francesco non sprona i frati incolti a cercare la cultura, perché la priorità è «avere lo Spirito del Signore e le sue opere»: pregare con cuore puro, vivere umiltà e pazienza, amare chi perseguita e calunnia. Tre sono gli ammaestramenti evangelici che sigillano il capitolo: «Amate i vostri nemici» (Mt 5,44); «Beati i perseguitati per la giustizia» (Mt 5,10); «Chi persevererà fino alla fine sarà salvo» (Mt 10,22).
Il capitolo finale, dedicato ai frati che vogliono andare tra i saraceni, rivela la visione universale di Francesco: l’annuncio del Vangelo è per tutti, ma affidato solo a chi è idoneo e sempre sotto la protezione della Chiesa.
La Regola si chiude con un atto di fedeltà: restare «sudditi e soggetti ai piedi della Santa Chiesa», osservando povertà, umiltà e Vangelo.



GLI OTTOCENTO ANNI DI SAN FRANCESCO / 4

Nel Testamento l’amore per Cristo, la Chiesa e i sacerdoti

23_06_2026 Giovanni Fighera

La gratitudine a Gesù, l’amore per Lui nella Chiesa e nei sacerdoti, la devozione per l’Eucaristia, la Regola indicata da Dio stesso, la povertà evangelica come forma di vita, il rifiuto dei privilegi: vediamo i punti principali del Testamento di san Francesco.

Gli ottocento anni di san Francesco / 3

Il Cantico delle creature: la nascita della letteratura italiana

15_06_2026 Giovanni Fighera

Nella lode innalzata dal santo di Assisi prende forma una lingua nuova. È la prima espressione in volgare in grado di esprimere contenuti altissimi, che introduce un modo di guardare al mondo che resterà fecondo per secoli, da Dante a Rebora.

Gli ottocento anni di san Francesco / 2

Il Sole d’Assisi e la sua Sposa

08_06_2026 Giovanni Fighera

Nella Divina Commedia, Dante Alighieri fa raccontare a san Tommaso d’Aquino la vita del fondatore dei francescani. Il lettore del Paradiso è sorpreso dal linguaggio audace...