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Renzi inizia con una fiducia risicata

Il governo Renzi riesce a partire con una fiducia risicata. Ma ora inizia il difficile: il premier deve guardarsi dai suoi compagni di partito, non ha la fiducia dell'opposizione ed è visto con scetticismo dalle parti sociali.

Matteo Renzi

Il governo Renzi ha ottenuto la fiducia nei due rami del Parlamento ma senza riuscire ad allargare la maggioranza. Ha ribadito le priorità del suo programma, almeno le più urgenti: lavoro, scuola, fisco, sblocco dei pagamenti da parte della p.a. alle imprese per ridare ossigeno al sistema produttivo e all’occupazione. Rimane fermo il proposito di una riforma al mese e la consapevolezza che questa chance di Palazzo Chigi è per il segretario del Pd un’occasione storica, forse irripetibile. L’ex sindaco di Firenze è ormai a un bivio: o farsi cuocere a fuoco lento come gli altri premier della sinistra o tentare di accreditarsi come il riformatore che è riuscito a cambiare l’impianto istituzionale dello Stato, a cancellare il Senato elettivo e le Province, a cambiare la legge elettorale e a ridefinire il quadro delle competenze e l’equilibrio tra i poteri. Renzi ha molti elementi in comune con il Berlusconi del 1994, cerca di parlare più alla gente che agli addetti ai lavori, ma vent’anni fa indubbiamente la situazione socio-economica e l’emergenza occupazionale non erano così allarmanti. La gente in questa fase non è disposta ad aspettare più di tanto i miracoli promessi dal neo premier.

L’impressione è che Renzi debba guardarsi soprattutto dai suoi compagni di partito. Il lungo abbraccio ieri alla Camera tra l’ex segretario Bersani e l’ex premier Letta ha un forte significato simbolico, unito al fatto che Letta non si è seduto tra i banchi del suo partito. Le voci di un’uscita dal Pd dell’ex premier, appena defenestrato da Palazzo Chigi, sono tutt’altro che infondate. C’è malessere nel suo entourage per le modalità del siluramento, poco apprezzato anche in ambienti di sinistra.

In Rete impazzano le immagini di Renzi che dichiarava “coram populo” che Enrico Letta poteva stare sereno e che mai lui avrebbe accettato di andare alla Presidenza del Consiglio senza passare dalle urne. La storia recente si è incaricata di smentire clamorosamente quelle dichiarazioni, peraltro risalenti a pochissimi giorni prima della staffetta. E ora c’è chi scommette che Renzi pagherà a caro prezzo questa pugnalata alle spalle del suo predecessore. Il sentore di una vendetta già si percepisce, se è vero che Francesco Boccia, lettiano doc, ha dichiarato di essersi pentito di avere sostenuto Renzi alle primarie di dicembre, altri lettiani non hanno escluso una scissione del partito pilotata proprio dall’ex premier e anche cuperliani, civatiani ed altri esponenti della minoranza interna hanno già posto sul tavolo la “patata bollente” del doppio incarico, auspicando una rapida sostituzione di Renzi alla segreteria del partito.

Anche altri movimenti nell’area di sinistra destano sospetti. Le dichiarazioni di Romano Prodi che esclude di tornare in corsa per il Quirinale non vanno prese alla lettera. Più volte Prodi ha smentito sue mire quirinalizie, salvo poi tornare in gioco al momento giusto. Dopo essere stato impallinato dai suoi nella votazione di aprile 2013, ci va molto cauto e ostenta distacco dall’obiettivo, ma c’è da scommettere che se davvero Napolitano dovesse lasciare la Presidenza della Repubblica l’anno prossimo, lui un pensierino ce lo farebbe. Il Pd a quel punto non potrebbe giubilarlo nuovamente e i grillini potrebbero considerarlo uno dei meno peggio rispetto ad altri papabili.

Le insidie per il nuovo esecutivo non arrivano soltanto dal partito di maggioranza relativa, ma anche dalle parti sociali. A Squinzi e a Confindustria sembrano non bastare le rassicurazioni verbali rispetto al cuneo fiscale. “Ora ci vogliono i fatti”, ha sentenziato lapidario il presidente degli industriali. E anche le parti sociali attendono segnali sul versante dei contratti di lavoro e sulla riduzione delle tasse. La debolezza di questa fase di proclami renziani sta anche nella mancanza di indicazioni sulle necessarie coperture di bilancio: come si potranno ridurre le tasse sul lavoro senza nuovi tagli di spesa? La fiducia che Padoan sembra riscuotere in Europa non basta da sola a garantire la riuscita dell’opera di risanamento e rilancio dell’economia.

Infine le prime polemiche su alcuni ministri come la Guidi, considerati troppo vicini a Berlusconi, non concorrono a dare stabilità al nuovo governo. Così come i mal di pancia di alcuni cespugli come i Popolari per l’Italia dell’ex ministro Mario Mauro.

Forza Italia non ha votato la fiducia a Renzi ma ha rilanciato il “secondo binario”, quello delle riforme, vero grimaldello berlusconiano per scardinare l’alleanza di governo tra Pd e gli alfaniani e per accelerare il ricorso alle urne anticipate. E a riprova del fatto che sono in molti a considerare non lontane le elezioni politiche, si segnala l’iniziativa dell’ex ministro Corrado Passera. Una sorta di nuovo partito di centro, né di destra né di sinistra, che punta sul reperimento di nuove risorse finanziarie per ridare ossigeno all’economia e al mercato del lavoro. La nuova formazione politica si presenterà già alle elezioni europee?

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