Regno Unito, ti tolgono le cure e la chiamano morte naturale
Ascolta la versione audio dell'articolo
Il caso di R.B.: contro il volere della famiglia e senza passare dal tribunale, i medici sospendono la dialisi a un paziente colpito da ictus, condannandolo a morte certa e rapida, giustificandola come "decisione clinica". Oggi il giudice decide se questa nuova prassi sia legittima.
- Francia, la legge che banalizza la morte di Luca Volontè
Un nuovo caso di fine vita nel Regno Unito rivela come sia stata oltrepassata un’altra soglia critica medica, tale che i medici si sentono in diritto di causare la morte di un paziente, indipendentemente dalla volontà della famiglia e senza un'ordinanza del tribunale, giustificando la sospensione dei supporti vitali come “decisione clinica” di loro competenza.
Il caso senza precedenti riguarda la vita di un uomo di 68 anni, cristiano, che per un’ordinanza del tribunale può essere indicato soltanto con le sue iniziali, R.B.. Come i lettori della Bussola sanno, in Gran Bretagna finora nei casi controversi di fine vita la procedura è la seguente: i medici vogliono staccare la spina al paziente; la famiglia contesta la loro decisione; il NHS (National Health Service) Trust porta la famiglia in tribunale; e i giudici concordano invariabilmente con i medici nel porre fine alla vita del paziente.
Nel caso di R.B., tuttavia, i medici hanno sospeso i supporti vitali contro la volontà della famiglia e senza passare dal tribunale. Ciò ha lasciato alla famiglia il difficile compito di avviare un procedimento giudiziario. La controversia legale verte quindi sulla possibilità che i medici introducano una nuova procedura in base alla quale una “decisione clinica” è sufficiente per interrompere il trattamento e prevalere sulla volontà della famiglia senza la necessità di ricorrere a un giudice.
Nell'aprile 2025, R.B., affetto da diabete e sottoposto a dialisi due volte alla settimana, è stato ricoverato in un reparto di terapia intensiva di un ospedale a Londra a causa di un grave ictus. Nonostante avesse subito un grave danno cerebrale, le sue condizioni neurologiche sono migliorate nei mesi successivi e in estate è stato staccato con successo dal ventilatore. Era in grado di aprire gli occhi e muovere la testa.
Tuttavia, i medici hanno informato la famiglia che, data la gravità della lesione cerebrale, era nel suo “miglior interesse” interrompere le cure di sostegno vitale. A un certo punto, secondo quanto riferito dai familiari, uno dei sanitari avrebbe anche detto alla famiglia: «Mi dispiace di averlo tenuto in vita all'inizio».
A partire dall'estate del 2025, inizia quindi un copione già visto: la famiglia ha ripetutamente richiesto invano l'accesso alle cartelle cliniche e alle immagini diagnostiche per ottenere un parere neurologico indipendente che confermasse o contestasse la valutazione dei medici. Queste richieste sono state respinte per mesi. Tutti i tentativi della famiglia di organizzare il trasferimento del paziente a casa, in una struttura di cura, in un'unità di neuroriabilitazione o dal reparto di terapia intensiva a un reparto specialistico di nefrologia sono stati respinti.
Entrambe le parti avevano alla fine accettato di ricorrere a una mediazione per verificare la possibilità di accordarsi sul trattamento del paziente. Tuttavia, mentre si stava ancora definendo la data della mediazione, la famiglia è stata improvvisamente convocata in ospedale. Così il 18 febbraio i medici hanno informato la famiglia di aver preso la «decisione clinica» di interrompere la dialisi di R.B. e di fornirgli cure palliative fino alla sua morte, definita «naturale». I medici che avevano in cura R.B. hanno giustificato la loro decisione affermando che ritenevano che il paziente non avrebbe più potuto recuperare una qualità di vita accettabile. Da quel momento a R.B. è stata negata la dialisi, con ovvie conseguenze letali per la sua precaria salute.
Di fronte alla prospettiva di una morte certa e rapida, la famiglia ha deciso di ricorrere d’urgenza in tribunale sperando in una ordinanza che obbligasse i medici a riprendere le cure. L'udienza della Corte d'appello si è tenuta lunedì 23 febbraio, ma i giudici, anziché richiamare i medici ai loro obblighi legali, hanno rinviato il caso alla Corte di Protezione, che è quella che si occupa di questi casi controversi e che quindi avrebbe dovuto essere coinvolta fin dall'inizio. Fatto ancora più rilevante, i giudici, pur sapendo che il tempo gioca contro R.B., non hanno ordinato all'ospedale di riprendere nel frattempo le cure in attesa della decisione definitiva. In questo modo hanno favorito di fatto i medici. L'udienza della Corte di Protezione è prevista per oggi, venerdì 27 febbraio, ma il tempo per R.B. sta per scadere.
Sostenuti da Christian Concern, gli avvocati della famiglia sostengono che la decisione dell'ospedale sia «illegale», poiché c’era già una mediazione programmata a breve per decidere sul “migliore interesse” di R.B.. In casi simili, dicono gli avvocati, l'ospedale è tenuto a rivolgersi alla Corte di Protezione per determinare quale delle parti abbia ragione, ma ciò non è stato fatto. Per cui il supporto vitale non può essere interrotto fino a quando il tribunale non si pronuncerà in merito.
I sanitari hanno ovviamente un’opinione diversa: la situazione di R.B. non rientrerebbe nella giurisdizione della Corte di Protezione, per cui la decisione di interrompere la dialisi è giustificata. Decisione questa che è stata sostenuta da un secondo parere di tre medici esterni.
Andrea Williams, amministratore delegato del Christian Legal Centre, che sostiene la famiglia, ha dichiarato: «I medici non hanno il potere di porre fine alla vita di un paziente interrompendo le cure semplicemente perché preferiscono il proprio punto di vista a quello della famiglia. Il controllo giudiziario su tali decisioni di vita o di morte è l'unica garanzia legale rimasta - per quanto debole e inadeguata sia attualmente - per il principio della sacralità della vita e per proteggere i diritti delle famiglie da decisioni irreversibili dettate dalla cultura del ‘diritto di morire’».
Il caso di R.B. evidenzia ancora una volta la tensione continua tra il giudizio medico e la volontà delle famiglie. Ma soprattutto mostra che seppure una prassi consolidata vorrebbe che la decisione sui supporti vitali venisse presa dalla Corte di Protezione (che di solito però concorda con i medici) e pur non essendoci una legge nel Regno Unito che autorizzi l'eutanasia, i medici sono già un passo avanti nell'accelerare la morte dei loro pazienti. E se oggi la Corte di Protezione approverà la legittimità della “decisione clinica”, il Regno Unito farà un altro passo avanti nella promozione della “cultura della morte”.


