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Referendum, le regalìe di Renzi prima del voto

In vista del voto referendario, in cui si gioca il governo e la carriera, Matteo Renzi sfodera tutte le sue armi per persuadere il popolo a votare per il Sì. Aumenta lo stipendio degli statali, introduce la 14ma per tutte le pensioni inferiori ai 1000 euro, sgravi fiscali per le imprese del Sud. Ma quanto ci costa?

Matteo Renzi

Lo scrittore e filosofo Nicolás Gómez Dávila scrisse che “il popolo non elegge chi lo cura, ma chi lo droga”. E qual è la droga che, più dei soldi, accende le passioni di molti elettori? Qualcuno dice lo sappia bene Matteo Renzi che, dopo aver sperimentato con successo il bonus degli 80 euro in vista delle Europee del 2014, per il referendum ha deciso di schierare tutta la potenza di fuoco della (peggiore) tradizione democristiana di cui si è fatto portatore. Ed ecco che, i maliziosi dicono per spostare gli indecisi sul “sì”, ha messo in conto una serie di bonus e contributi.

L'ultima in ordine cronologico riguarda gli statali e consiste in 85 euro lordi che saranno percepiti, indistintamente, dagli oltre 3,2 milioni (l'ultima rilevazione del 2014 indicava una cifra pari a 3.253.067) dipendenti della Pubblica amministrazione. Un'offerta che non si può rifiutare che il premier, dopo aver lanciato settimana scorsa insieme alla ministra della Funzione pubblica Marianna Madia, vorrebbe chiudere entro il prossimo mercoledì, appena in tempo per il referendum del 4 dicembre. Sempre che la bocciatura della riforma della Pa dello scorso anno da parte della Consulta non faccia slittare tutto. Comunque vada quella di Renzi appare una mossa astuta contro la quale si è già schierata la Cgil che, al contrario di Cisl e Uil, da una parte vorrebbe un incremento maggiore e dall'altra teme che l'accordo influenzi l'esito del referendum dalla parte del “sì”. Si dirà che lo sblocco contrattuale dei dipendenti pubblici non è una regalia ma un atto dovuto in seguito alla decisione della Corte Costituzionale che ha stabilito l'illegittimità del blocco contrattuale deciso dall'ex ministro Giulio Tremonti nel 2009 (una scelta giusta, vista la mancanza d'inflazione registrata negli ultimi anni). Vero. Peccato che la Consulta si sia espressa, a tal proposito, quasi un anno e mezzo fa, esattamente a fine giugno 2015. Il che significa che Renzi ci ha messo un bel po' per proporre l'aumento per decidersi, infine, proprio in occasione di una scadenza elettorale.

C'è poi la quattordicesima sulle pensioni, già prevista dal 2007 per chi prende meno di 750 euro lordi al mese, che Renzi ha voluto estendere a chi prende meno di mille euro. I beneficiari saranno circa stavolta 1,1 milioni che si vedranno accreditare ogni anno una cifra variabile dai 436 ai 660 euro netti (in base agli anni di contribuzione). E non è tutto perché anche la prima categoria di persone beneficiata ai suoi tempi dal secondo governo Prodi - per quel che possono contare piccoli benefici per chi è costretto a campare con cifre così basse, ça va sans dire - vedrà la propria quattordicesima alzarsi alla stessa cifra per un totale di 3,3 milioni di persone che avranno un assegno più consistente. Anche qui l'annuncio è arrivato nell'ottobre scorso, con una partenza effettiva nel 2017.

E che dire degli sgravi fiscali per le aziende del Sud che assumono i giovani? “Tra poco Maurizio Del Conte, presidente dell'Anpal (l'Agenzia per l'occupazione ndr) - ha dichiarato Renzi non più tardi di due settimane fa - firmerà un atto molto importante da 730milioni di euro, che sono quelli della decontribuzione per il 2017. Gli incentivi del jobs act solo per il Mezzogiorno saranno confermati integralmente. Le aziende che scelgono di assumere al Sud hanno la decontribuzione totale come il primo anno del Jobs act. È una importantissima scelta che abbiamo fatto per il 2017”. Così, al contrario del Nord e Centro Italia dove gli incentivi sono stati drasticamente ridotti portando a un calo significativo delle assunzioni a tempo indeterminato (-32,8% nei primi otto mesi del 2016), le imprese del Mezzogiorno potranno di nuovo contare su una decontribuzione che può arrivare alla bellezza di 8.060 euro per assumere giovani di età compresa fra i 15 e i 24 o lavoratori di età superiore disoccupati da almeno sei mesi. Una scelta che, di per sé, non garantisce che quei lavoratori verranno tenuti per sempre visto che il Jobs Act prevede di fatto la possibilità di licenziamento anche senza giusta causa.

I giovani che non troveranno lavoro (39,2% sempre ad agosto) potranno comunque consolarsi, a patto che abbiano compiuto i 18 anni nel 2016, con la paghetta di 500 euro che il presidente del Consiglio ha deciso di dar loro sotto forma di bonus per l'acquisto di libri o biglietti di musei, concerti e spettacoli. Se andrà per la maggiore fra i giovani la lettura delle Confessioni di Sant'Agostino o il concerto di Vasco Rossi lo lasciamo all'immaginazione del lettore. Quel che fa specie, ancora una volta, è il tempismo della norma: le iscrizioni sulla piattaforma online dal 15 settembre mentre i fondi erogati dal primo novembre fino a fine dicembre. Il che, ad essere maliziosi, potrebbe farci venire in mente l'immagine del premier che mette ai giovani un assegno da 500 euro in una tasca e la scheda elettorale nell'altra.

Ma quale sarà il costo di tutte queste riforme? Facendo un semplice calcolo si scopre che l'aumento di 85 euro al mese per i 3,2 milioni di dipendenti pubblici costerà circa 3,3 miliardi di euro, cui si aggiungono i 730 milioni per gli sgravi al Sud e i 287 milioni per il bonus cultura (i giovani che hanno compiuto 18 anni nel 2016 sono 574.000). Più complesso il calcolo per le quattordicesime: tenendo conto di una media di 545 euro a pensionato (le tre quote fisse sono 436-540-660) per 1,1 milioni di pensionati si arriva a 600 milioni. Inoltre l'aumento medio di circa 120 euro per i 2,1 milioni di assegni sotto i 750 euro dovrebbe costare all'incirca 250 milioni. Misura cui si aggiungono i vari anticipi pensionistici (Ape e Ape social) con un costo stimato di 6 miliardi in tre anni. Sommando tutto si arriva a poco meno di 7,2 miliardi l'anno, anche se una piccola parte di questa cifra è destinata a tornare nelle casse dell'erario se consideriamo che gli 85 euro dei dipendenti pubblici sono lordi.

Una bella cifra se consideriamo che l'Italia ha una spesa pubblica che si aggira stabilmente attorno al 51% del Pil (un euro ogni due viene intermediato dallo Stato) e il debito attorno al 132% del Pil (dati Tradingeconomics). Tanto più che, mentre i bonus e gli sgravi si possono ritirare, gli aumenti su pensioni e stipendi pubblici diventano diritti acquisiti, che non si possono togliere a meno di non incorrere nella bocciatura della Consulta. Non solo: stando all'allarme del presidente dell'Inps Tito Boeri se gli interventi previdenziali saranno mantenuti anche dopo il 2018 “il debito pensionistico salirà di 44 miliardi”. 

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