Prima di condannare Trump gli europei guardino ai loro errori
I leader europei stanno alimentando l'immagine di un Trump nemico pubblico numero uno. Un'immagine forzata che punta soprattutto a celare l'errore europeo: non aver voluto vedere il nuovo scontro fra potenze.
Sembra che anche la "crociata" anti-Trump scatenata da alcuni governi europei (per fortuna, non da quello italiano) sulla Groenlandia - con a capo il solito Emmanuel Macron – si sia conclusa come era ragionevole, ossia con un accordo all'interno della Nato per la difesa della grande isola artica e lo sfruttamento delle sue risorse. Ma non accenna a placarsi la vera e propria isteria di una gran parte della classe politica e dell'establishment culturale del Vecchio Continente nei confronti del presidente statunitense. Egli viene dipinto ormai ossessivamente da essi in tinte corrusche e grottesche: come qualcuno che odia l'Europa, vuole distruggere la Nato, opera una brutale politica di potenza nazionalistica, calpesta il "diritto internazionale", disprezza la nozione stessa di Occidente. E si moltiplicano gli appelli – oltre quello di Macron, da ultimo anche quello del primo ministro canadese Mark Carney – ai paesi occidentali a fare fronte comune per contrastarlo.
Ma, a parte il carattere oggettivamente brusco e provocatorio della retorica trumpiana, se si guarda ai dati di fatto emerge come questa rappresentazione drammatica e manichea della politica estera dell'attuale amministrazione statunitense sia soltanto un modo maldestro di quell'establishment per cercare di giustificare, a se stesso e al mondo, il completo spaesamento in cui esso si è venuto a trovare nell'attuale situazione politica ed economica mondiale a partire dalla fine del periodo "aureo" della globalizzazione, e le scelte rovinose compiute negli ultimi decenni. Trump, insomma, viene additato da molti leader europei e dall'Ue come causa di problemi che egli ha soltanto posto in evidenza, e rispetto ai quali quelle classi dirigenti non hanno elaborato alcuna risposta alternativa soddisfacente, per una mancanza di chiarezza di fondo su quali siano i propri interessi e obiettivi vitali.
In estrema sintesi, il "peccato mortale" di Trump sarebbe quello di aver dichiarato, senza mezzi termini, che il presunto "ordine liberale" internazionale multilaterale di cui molti occidentali – europei in testa – ritenevano di essere il fulcro negli anni del post-guerra fredda e della globalizzazione "trionfante" è finito, o meglio non è mai esistito nei termini in cui si pensava e sperava. E che, anzi, il periodo della globalizzazione "trionfante" ha portato squilibri enormi all'area delle democrazie liberali di mercato occidentali, rafforzando altri poli di potere e potenza con esse contraddittori, a partire dalla Cina. Ma questa è la cruda realtà. Il problema è come gli europei reagiscono ad essa.
In quei decenni in realtà le classi politiche e dirigenti europee – in ciò incoraggiate anche dalle élites progressiste d'Oltreoceano – avevano sposato una visione del mondo banalmente relativista, fondata sull'espansione dei mercati da un lato, e nuove ideologie come il multiculturalismo e l'ambientalismo radicale dall'altro. Pur conservando tutti i vantaggi economici e militari legati all'alleanza con gli Stati Uniti (una difesa quasi gratuita e un enorme squilibrio della bilancia commerciale con gli americani a proprio favore), gli europei flirtavano spregiudicatamente con Cina, Russia, paesi arabo-islamici (anche fortemente anti-occidentali come la dittatura degli ayatollah iraniani), fantasticando della possibilità che l'Unione europea diventasse una grande potenza fondata sul soft power in grado di fare una propria politica estera e di competere anche con il tradizionale alleato americano.
Quando la "trazione asiatica" dei processi di globalizzazione cominciò a far sentire i suoi effetti destabilizzanti sulle società occidentali, l'Ue puntò su una sorta di "cinesizzazione" del vecchio Continente: economia orientata all'export, bassi salari, immigrazione sregolata per abbassarli ulteriormente, dirigismo del "superstato" fondato su oligopoli, incentivi, alta pressione fiscale. E contemporaneamente, in un parossismo di autolesionismo, imboccò, con un rigore pari a nessuna altra area del globo, la via della "transizione ecologica", puntando con il green deal addirittura all'eliminazione di tutte le fonti energetiche fossili in favore di quelle rinnovabili. La Brexit del 2016, poi la prima guerra dei dazi tra Trump e Xi Jinping e il blocco del progetto egemonico cinese della "Nuova via della seta" erano, allora, il campanello d'allarme che segnalava il ritorno a uno scontro di potenze mondiale in cui all'Europa sarebbe toccato presto scegliere se stare dalla parte dell'Occidente o dei suoi antagonisti.
Con la guerra russo-ucraina, aderendo alla consegna dell'amministrazione Biden di schierarsi decisamente al fianco di Kiev, i vertici dell'Ue e il Regno Unito avevano creduto di poter mantenere la propria posizione di "parenti assistiti" e di battitori liberi nell'alleanza transatlantica semplicemente tagliando i ponti con Mosca. Ma il problema era molto più profondo, ed essi continuavano a far finta di non vederlo.
Il secondo mandato presidenziale di Trump ha fatto clamorosamente erompere il bubbone, distruggendo tutti gli ipocriti paraventi dietro i quali l'establishment europeo continuava a voler nascondere il durissimo confronto di potenza inevitabile nel mondo multipolare, e la necessità di scegliere se concorrere lealmente a rafforzare il polo occidentale incentrato sugli Stati Uniti, o staccarsi da esso, assumendosene però tutti i pesanti oneri e rischi. Questa verità e questa scelta sono per esso insopportabili: quindi, esso cerca di confondere le acque costruendo la "leggenda nera" del Trump nazionalista-imperialista, distruttore, nemico. Salvo negoziare comunque con lui: sui dazi, sulla ripartizione delle spese per la difesa, e ora sulla questione strategica della Groenlandia e dell'Artico.
Ma la "leggenda nera" è senza fondamento. Trump intende, certamente, i rapporti con gli europei e gli alleati senza infingimenti su basi pragmatiche e di reciproco vantaggio, senza ammantare il deal di presunti atti di generosità, e anzi rivendicando un riequilibrio fair anche nelle relazioni più amichevoli. Ma che egli e la sua amministrazione guardino all'interesse nazionale in una chiave grettamente egoistica, e non abbiano chiara l'importanza della solidarietà occidentale, è un falso assoluto.
Questo è stato chiaro dalla stessa attenzione di Trump alla pacificazione del fronte euro-asiatico e mediorientale nel suo primo anno di mandato. Si evince con chiarezza dal recente documento presidenziale sulla sicurezza strategica nazionale, in cui si insiste sull'importanza dei rapporti con i principali alleati, tra cui quelli atlantici. Ed è stato ribadito inequivocabilmente persino nell'intervento, per quanto severo nei confronti degli europei, di Trump a Davos il 21 gennaio.
In quella sede il presidente ha dichiarato, tra l'altro: «Noi crediamo profondamente nei legami che ci uniscono all'Europa come civiltà. [...] Noi vogliamo alleati forti, non drammaticamente indeboliti. Noi vogliamo che l'Europa sia forte». Sicurezza nazionale e alleanza transatlantica sono anche per Trump un orizzonte irrinunciabile, fondato non su motivi contingenti ma su una comunanza profonda di valori, di cultura e di civiltà. Proprio in questa chiave devono essere lette le critiche anche dure che egli muove da tempo, e ha ribadito, agli alleati del Vecchio Continente: deindustrializzazione, impoverimento energetico, immigrazione selvaggia che snatura e destabilizza le società sono ai suoi occhi scelte autodistruttive degli europei, che minacciano non soltanto loro, bensì l'Occidente intero, il suo patrimonio di civiltà, e dunque anche l'interesse nazionale americano.
Ma tanti leader europei, chiamati in causa così direttamente, preferiscono continuare a voltare la testa dall'altra parte, a guardare il dito anziché la luna, e a scaricare le loro responsabilità su un presunto "nemico" d'Oltreoceano.


