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DEONTOLOGIA GIORNALISTICA

Pescante (Rai) e la Fiamma, il confine sottile fra pubblico e privato

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Il vicedirettore di Rai Sport, Riccardo Pescante, pubblica sui suoi profili social una foto con il simbolo della Fiamma Tricolore (Msi) ed è bufera. Il nuovo codice deontologico, infatti, imporrebbe ai giornalisti di rispettare le stesse regole anche nel privato.

Politica 07_01_2026
Rai

Il cosiddetto caso Pescante esplode a cavallo delle festività natalizie e riapre con forza il dibattito sul rapporto tra libertà personale, responsabilità pubblica e uso dei social network da parte dei giornalisti, ancor più da parte dei giornalisti del servizio pubblico. Il 26 dicembre Riccardo Pescante, vicedirettore di Rai Sport, pubblica sul proprio profilo Instagram un’immagine in cui campeggia la fiamma tricolore, storico simbolo del Movimento sociale italiano, accompagnata dalla frase “Le radici profonde non gelano”, verso tratto dall’immaginario tolkieniano ma da tempo adottato come richiamo identitario da ambienti della destra post-missina, un post che coincide con l’ottantesimo anniversario della nascita del Msi e che viene immediatamente interpretato come una dichiarazione esplicita di appartenenza politica, tanto più significativa perché proveniente da un dirigente apicale della Rai, azienda che per missione istituzionale è tenuta a garantire pluralismo, equilibrio e imparzialità dell’informazione.

La vicenda assume un rilievo particolare alla luce del nuovo codice deontologico dei giornalisti, entrato in vigore nel giugno scorso, che ribadisce e rafforza un principio già contenuto nel Testo unico dei doveri del giornalista approvato dieci anni prima, ovvero l’obbligo di rispettare le regole deontologiche anche nell’utilizzo dei profili social personali, quando questi possano incidere sulla credibilità, sull’indipendenza e sull’immagine della professione, un vincolo che per chi lavora nel servizio pubblico si intreccia inoltre con il codice etico Rai e con le linee guida interne sull’uso dei social media.

Proprio su questo punto interviene con una nota il consigliere di amministrazione Rai Roberto Natale, che ricorda come “le regole per l’uso dei social in Rai ci sono”, spiegando che nel tempo sono state affinate anche recependo le osservazioni della Commissione parlamentare di Vigilanza e che il tema è stato oggetto di una discussione approfondita in Cda Rai già nella seduta del 16 ottobre scorso, per poi sottolineare che “nessun dubbio” può esserci sul fatto che ogni dipendente Rai debba farne “un uso responsabile e non sconsiderato”, tanto più se ricopre ruoli dirigenziali, e concludendo con un invito esplicito: “Chi deve intervenire intervenga, senza permettere che l’irresponsabilità di qualcuno danneggi l’immagine di tutta la Rai”.

Il post di Pescante, figlio dell’ex parlamentare e dirigente sportivo Mario, non resta un episodio isolato nel racconto delle opposizioni, che segnalano anche altri contenuti pubblicati in passato, come una fotografia davanti all’obelisco del Foro Italico con la scritta “Dux” ben visibile, prese di posizione su temi di politica internazionale e meme di taglio satirico contro esponenti sindacali, elementi che, secondo i critici, delineerebbero un uso dei social incompatibile con il ruolo istituzionale ricoperto.

Le reazioni non tardano ad arrivare anche dal mondo sindacale: la Slc Cgil nazionale parla di un “disperato bisogno” di formazione sull’uso consapevole dei social e di un ripasso dei codici aziendali di comportamento, ribadendo che un dirigente del servizio pubblico ha certamente il diritto di avere proprie idee politiche ma ha il dovere di evitare di trascendere, soprattutto in un’azienda che ha storicamente contribuito alla costruzione di un senso condiviso del rispetto, della misura e dei valori democratici della Repubblica, e auspicando che, qualora il diretto interessato non avverta l’esigenza di recuperare questa misura, vi sia ancora qualcuno in Rai disposto a farlo a tutela dell’immagine dell’azienda.

Sul piano politico, la polemica approda rapidamente in Commissione di Vigilanza, con esponenti del Movimento 5 Stelle e del Partito democratico che parlano di mancanza di senso istituzionale, annunciano interrogazioni e arrivano a chiedere le dimissioni del vicedirettore di Rai Sport, denunciando una Rai sempre più percepita come sbilanciata e invocando interventi immediati dei vertici.

Il caso Pescante viene così inserito in una più ampia sequenza di precedenti che negli anni hanno visto Viale Mazzini intervenire sull’uso dei social da parte dei propri giornalisti, come avvenne nel 2019 con il caporedattore di Rai Radio1 Fabio Sanfilippo, quando un post contro l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, giudicato gravissimo dall’azienda, portò all’avvio di un procedimento disciplinare urgente e alla decisione di emanare una disposizione specifica sull’uso dei social network, a dimostrazione del fatto che la Rai ha già ritenuto in passato che le esternazioni sui profili personali possano travalicare il diritto di opinione e incidere sull’affidabilità del servizio pubblico.

È in questo solco che il caso Pescante assume un valore che va oltre il singolo post, perché mette alla prova l’effettiva applicazione delle regole esistenti, la coerenza tra principi enunciati e comportamenti concreti e la capacità dell’azienda di intervenire in modo tempestivo e credibile, in un contesto in cui i social media amplificano ogni gesto e rendono sempre più sottile il confine tra sfera privata e ruolo pubblico, soprattutto per chi, come un vicedirettore di testata Rai, rappresenta quotidianamente un’azienda di Stato agli occhi dei cittadini.