Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Santa Lutgarda a cura di Ermes Dovico
Dottrina sociale
a cura di Stefano Fontana
Il problema

Per “Il Mulino” i dati biologici non ci parlano

L’ultimo numero della rivista Il Mulino contiene un articolo di Liviana Gazzetta che incorre in numerosi abbagli, primo tra tutti la riduzione della “legge naturale” a biologia.

Dottrina sociale 16_06_2026
Copertina Il Mulino

Il numero 2/2026 della rivista Il Mulino è interamente dedicato a “La Chiesa di Leone XIV”. Avremo probabilmente modo di parlarne ancora in questo blog. Per il momento è di un certo interesse soffermarsi sull’articolo di Liviana Gazzetta dal titolo Leone XIV e i nodi storici della dottrina sociale (pp. 131-139). L’autrice è studiosa dei movimenti femminili ed è impegnata contro la violenza sulle donne. Nell’articolo intende sostenere che tutti i pontefici da Paolo VI in avanti hanno condiviso un “blocco dottrinale” (p. 133) contrario all’evoluzione storica moderna circa la sessualità, la procreazione e la cosiddetta identità di genere. Secondo lei “da tre generazioni le cattoliche e i cattolici in Occidente attendono che qualcosa possa cambiare nell’elaborazione del Magistero su questi temi” (p. 134).

L’autrice incorre in numerosi abbagli nella sua argomentazione, tra i quali vogliamo segnalare quello che ci è sembrato il maggiore e il più ricorrente nell’articolo. Mi riferisco alla riduzione della “legge naturale” a biologia. Su questo si basa tutta la critica rivolta alle norme indicate dalla morale cattolica su aborto, procreazione ed eutanasia. Eccone un esempio: “È almeno dal Vaticano II che si avanza da più parti e in più occasioni la necessità di esaminare il concetto di legge naturale, ponendo il problema se sia la persona a doversi piegare a determinate strutture biologiche o se queste strutture biologiche non debbano piuttosto essere subordinate ai fini morali della persona” (p. 134). Gli equivoci in questo passaggio sono molteplici. La struttura biologica della persona non è solo biologia, è una lingua che esprime un essere e un dover essere; quando la persona la rispetta, rispetta il proprio essere e quindi non si “piega” ma si valorizza nella vera libertà. Senza questo riferimento alla legge naturale, su cosa si possono fondare i “fini morali della persona” accennati dalla dottoressa Gazzetta se non su sentimenti e desideri individuali, vale a dire su qualcosa di motivato solo dalla scelta, ossia di immotivato? Ecco un altro passaggio dello stesso tenore. Parlando della Humanae vitae, che secondo Gazzetta aveva avuto la colpa di attestarsi sulle posizioni della Casti connubii di Pio XI, l’autrice scrive che “riconduceva la maternità, malgrado tutti i significati spirituali che le si attribuivano, a termini puramente naturalistici, anzi biologici, e portava ad una antitesi netta – erede dell’intransigentismo – tra modernizzazione e Chiesa” (p. 134). Le cose non sono cambiate nemmeno col nuovo papa: “anche con papa Prevost la dottrina si assesta all’indisponibilità della vita intesa in senso meramente biologico” (p. 137).

Uno spiraglio viene infine visto dall’autrice in papa Francesco. Egli viene censurato perché aveva paragonato i medici che praticano l’aborto a dei sicari assassini, ma viene poi salvato dalla damnatio memoriae dalla sua esortazione Amoris laetitia (2016) nella quale vien detto che “nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano vari modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o di alcune conseguenze che da essa derivano”.

Se, come dice Liviana Gazzetta, la modernità sostiene che i dati biologici sono solo biologia e non anche una lingua che parla di noi, temo che l’incomprensione moderna tra Chiesa e mondo durerà ancora molto.

Stefano Fontana