• PREVIDENZA

Pensioni a rischio. Perché l'Inps sprofonda nel rosso

Il patrimonio dell'Inps è per la prima volta in rosso, secondo l'analisi della Corte dei Conti. E un sistema in cui le prestazioni pensionistiche non sono garantite dai contributi versati da chi lavora ma “dallo Stato” (dai contribuenti) non può essere in alcun modo sostenibile. A corredo di tutto ciò c'è, ovviamente, il problema più grave: la bassa natalità

Calcolo della pensione

Pagare i contributi Inps è un obbligo di legge che per qualcuno potrebbe rivelarsi, alla lunga, una sonora fregatura. Già perché ad oggi, per come stanno andando i conti previdenziali, nessuno può garantire che tutti coloro che versano avranno, in futuro, la propria pensione.

Un'attenta analisi della Corte dei Conti ha rivelato come il patrimonio dell'Inps sia per la prima volta in rosso. Analizzando l'ultimo bilancio disponibile del 2015 i giudici amministrativi scrivono infatti che "sul versante economico patrimoniale si assiste a una situazione in peggioramento rispetto al precedente esercizio. Lo scostamento tra i saldi finanziari e quelli economici è dovuto principalmente all'andamento dei residui attivi". Tradotto in soldoni significa che l'Inps ha incassato di meno e speso di più di quanto previsto. Nello specifico “la gestione finanziaria di competenza dell’Istituto si chiude con un avanzo di 1,43 miliardi (-7,01 md nel 2014) determinato dalla somma algebrica di un risultato di parte corrente negativo per 3,43 miliardi e di parte capitale positivo per 4,86 miliardi”. Anche il “risultato economico di esercizio (è) negativo per 16,3 miliardi”, quattro in più rispetto a -12,48 miliardi nel 2014. Fatte le debite proporzioni la Corte dei Conti prevede che nel 2016 “con un risultato economico negativo che si attesta su 7,65 miliardi, il patrimonio netto passi, per la prima volta dall’istituzione dell’ente, in territorio negativo per 1,73 miliardi”.

Un vero e proprio tonfo continuo per il patrimonio netto dell'Istituto, passato dai circa 41,5 miliardi di euro del 2009 ai 7,47 miliardi del 2013, tanto che la “Relazione sul bilancio di previsione” pubblicata da Repubblica.it prevedeva che sarebbe andato sotto zero di 4,5 miliardi già nel 2014. Un rischio non concretizzatosi grazie ai contributi statali che, anche nell'ultimo bilancio, non sono stati certo lesinati. “Al risultato - riferisce sempre la Corte dei Conti - contribuisce l’apporto dello Stato a titolo di trasferimenti pari a 103,77 miliardi, in aumento sul precedente esercizio di circa 5,33 md, che compensa ampiamente il margine negativo tra l’aumento delle entrate per contributi e spese per prestazioni, pari a 1,1 md. Concorre, altresì, a questo andamento il contributo statale in conto capitale di 3,5 md per la cancellazione di debiti per anticipazioni di tesoreria a favore della gestione pubblica”.

Cosa sta succedendo, dunque, alle casse pensionistiche? “Il disavanzo deriva unicamente da ritardi nei trasferimenti dello Stato che vengono anticipati dall’Inps e poi ripianati di nuovo dallo Stato. È già successo altre volte”, ha precisato il presidente dell'Inps Tito Boeri. Frasi cui hanno fatto eco quelle del ministro del Lavoro Giuliano Poletti secondo cui “il sistema è sostenibile” in quanto “le prestazioni sono garantite dallo Stato”. Peccato che dovrebbe essere proprio quest'ultimo punto a preoccuparci. Un sistema in cui le prestazioni pensionistiche non sono garantite dai contributi versati da chi lavora ma “dallo Stato” (fuor di metafora dal denaro dei contribuenti) non può, infatti, essere in alcun modo sostenibile. Ci sarebbe già da ridire su un sistema a ripartizione che fonda la propria stabilità sui contributi versati da chi lavora con la promessa di ricevere un domani la pensione grazie ai contributi di altri. Ancor peggio è quando si arriva a pagare le pensioni con soldi che arrivano dalla fiscalità generale, spalancando di fatto le porte all'aumento di imposte e debito, già oggi a livelli stellari.

Eppure questa situazione non è solo figlia di un sistema disomogeneo che, in passato, ha concesso pensioni molto più alte di contributi versati (sistema retributivo) e addirittura baby pensioni per chi aveva lavorato 14 anni sei mesi e un giorno, versando un'inezia di contributi. La difficile sostenibilità del sistema pensionistico è legata al fatto che, a fronte di 21 milioni di prestazioni pensionistiche date a 16,2 milioni di pensionati (1,3 pensioni pro capite) ci sono meno di 23 milioni di persone che lavorano (per la precisione 22 milioni 884mila secondo le ultime rilevazioni Istat). Non solo. Lo stesso reddito da pensione, pari a 17.323 euro lordi, non è molto inferiore ai 18.280 euro dichiarati da artigiani e piccoli imprenditori e ai 20.520 dei dipendenti nel complesso. Cifre che, peraltro, scendono notevolmente quando si prendono in considerazione i lavoratori più giovani, che nei prossimi decenni dovranno reggere sulle proprie spalle tutto il peso del sistema previdenziale.

A corredo di tutto ciò c'è, ovviamente, il problema più grave: la bassa natalità. Da un massimo storico di 2,65 figli per donna registrato nel 1964 il trend italiano è calato costantemente fino a raggiungere oggi una media inferiore agli 1,40. Una nazione con meno figli, oltre a essere per definizione senza futuro, è anche una nazione con meno consumi e meno lavoro, che finisce così col diventare sempre più povera. Ed è proprio quello che sta accadendo in Italia. 

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